Già iniziato l’esproprio dei creditori, vittoria dei debitori

La svolta alla Federal Reserve ci fa ripiombare all'era pre-Reagan, quando l'inflazione sovrastava i tassi d'interesse e i debitori venivano tenuti a galla dalle banche centrali.

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La svolta alla Federal Reserve ci fa ripiombare all'era pre-Reagan, quando l'inflazione sovrastava i tassi d'interesse e i debitori venivano tenuti a galla dalle banche centrali.

Giovedì scorso, il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, ha tenuto un importante discorso al simposio delle banche centrali di Jackson Hole, Wyoming, sostenendo che il target d’inflazione per la Federal Reserve d’ora in avanti sarà considerato una “media” negli anni e che i tassi d’interesse rimarranno bassi anche qualora l’inflazione lo superasse, così da compensare i livelli inferiori degli ultimi anni. E l’istituto non contrasterà l’eventuale discesa del tasso di disoccupazione sotto i livelli di piena occupazione, mentre agirà solo nel caso in cui il mercato del lavoro americano si trovasse in disequilibrio per via di un eccesso di disoccupazione rispetto al livello compatibile con la stabilità dei prezzi.

Potrebbero sembrare discorsi tecnici, da addetti ai lavori, mentre riguardano la carne viva di noi tutti, consumatori, lavoratori, imprese e investitori. Il messaggio che Powell ci ha lanciato avrà conseguenze dirompenti non solo per gli USA, bensì per tutto il mondo per via della reazione a catena che si avrà nella conduzione delle politiche delle principali banche centrali. In pratica, la Fed è disposta a tollerare un’inflazione più alta del target del 2%, tenendo bassi i tassi e inevitabilmente “svalutando” il dollaro.

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Repressione finanziaria perenne

Poiché nessuno vorrà rimanere vittima del cambio debole altrui, ciascuna banca centrale replicherà nel tempo le stesse strategie della Fed, così come accaduto dopo la crisi del 2008 con misure non convenzionali come il “quantitative easing”. Tenere i tassi bassi e tollerare tassi d’inflazione superiori significa sostanzialmente porsi come obiettivo di medio periodo un’erosione del potere di acquisto ad oggi non scontata dal mercato.

E’ il fenomeno che prende il nome di “repressione finanziaria” e che da anni affligge i mercati finanziari dell’Occidente, un po’ come negli anni Settanta e inizio anni Ottanta, quando i rendimenti nominali dei bond si attestavano su livelli nettamente inferiori all’inflazione. Le banche centrali tenevano i tassi volutamente bassi per sostenere le economie, ma così facendo finirono per “espropriare” i detentori dei capitali per favorire i debitori, ovvero principalmente i governi e le imprese.

Negli anni Settanta, il rendimento a 1 anno del Treasury arrivò ad essere del -5,50% in termini reali. Con l’arrivo di Paul Volcker alla Fed e l’insediamento di Ronald Reagan alla presidenza degli USA, i rendimenti reali crebbero fino al +5/6%, grazie a una stretta monetaria che spense l’inflazione. Nei decenni successivi, i rendimenti reali americani rimasero quasi sempre positivi, mentre nell’ultimo decennio per ampi tratti risultano essere scesi sottozero. L’allentamento monetario globale seguito alla crisi del 2008 ha spinto gli istituti a dare priorità ai livelli di occupazione e ai tassi di crescita, che non all’inflazione, i cui livelli sono rimasti assai bassi e finendo a tratti sottozero nell’Eurozona, per non parlare del Giappone.

Il taglio mascherato dei debiti

Ma con la svolta di agosto, la Fed ha ufficializzato la sua volontà di reflazionare l’economia americana sopra il target e in maniera strutturale. Ha sostanzialmente dichiarato guerra ai creditori, scendendo in difesa dei debitori, tra cui il Tesoro di Washington. Bassi tassi a lungo implicano la capacità per i secondi di rifinanziarsi a costi contenuti anche per il prossimo futuro, mentre ai primi infliggeranno perdite sui prestiti erogati, vuoi in forma di finanziamenti bancari, vuoi di obbligazioni corporate o di stato.

E’ la scoperta dell’acqua calda. Vi abbiamo spiegato più volte che esistono tre modi per tagliare i debiti di uno stato: ristrutturarli; “sgonfiarli” a colpi d’inflazione; monetizzarli, che in sostanza equivale a far volare l’inflazione. Scartata la prima ipotesi per le evidenti ragioni, restano le altre due, quelle che si stanno seguendo con acquisti incessanti di bond sui mercati e, adesso, esplicitamente anche attraverso la volontà di fissare tassi reali negativi.

Certo, rispetto al passato non stiamo parlando di tollerare un’inflazione a doppia cifra, semmai di 2-3 punti percentuali ogni anno. Del resto, ormai dopo il Covid siamo entrati nell’ottica che dovremo convivere con debiti degli stati anche al 100-150% del pil. Era impensabile fino a poco tempo fa.

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