Modello economico tedesco sotto attacco da Trump e alleati europei

La Germania è sotto pressione sia dall'amministrazione Trump che dall'Europa per cambiare il suo modello economico, di cui è molto gelosa. Eppure, sembra che dovrà cedere qualcosa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Germania è sotto pressione sia dall'amministrazione Trump che dall'Europa per cambiare il suo modello economico, di cui è molto gelosa. Eppure, sembra che dovrà cedere qualcosa.

La Germania è preoccupata e la prudenza con cui sta reagendo verbalmente ai dazi annunciati dall’amministrazione Trump lo testimonia. Mentre la commissaria al Commercio, Cecile Malstrom, ieri è volata negli USA per strappare alla Casa Bianca l’esenzione dell’Europa dalle tariffe su acciaio e alluminio, il presidente americano ha sfornato nuove misure commerciali restrittive nei confronti della Cina, applicando altri dazi su 1.300 prodotti cinesi e appartenenti a 100 categorie merceologiche dal controvalore complessivo di 50 miliardi di dollari. A Bruxelles, come a Berlino, tutti hanno capito che è finita un’era, quella dell’espansione acritica del commercio mondiale, mentre ne è da poco iniziata un’altra, improntata su (ri)negoziazioni bilaterali tra le grandi economie della Terra.

L’Eurozona appare minacciata da una simile impostazione, forte ad oggi di un avanzo commerciale pari al 3,5% del suo pil, anche se in grossa parte dovuto a quell’8% di attivo della Germania, che esporta ormai senza freni da oltre un decennio. La stessa Italia, che pure lamenta di essere rimasta vittima dell’euro, ha segnato nell’ultimo biennio esportazioni record e un saldo positivo della bilancia commerciale superiore al 3% del suo pil, secondo solo a quello tedesco in valore assoluto (sopra 50 miliardi).

Trump contro euro debole della Germania, ma qual è il suo obiettivo?

La Germania del Dopoguerra ha puntato a ricostruirsi proprio sull’export. Lo ha fatto così velocemente e bene, che nei fatti è stata concausa della fine del sistema monetario noto come Bretton Woods, le cui basi furono poste nel 1944 e durarono fino al 1971, quando l’America, registrando crescenti disavanzi commerciali con gli alleati tedeschi e giapponesi, in particolare, non fu più in grado di assicurare la convertibilità del dollaro in oro. Il sistema dei cambi saltò e dopo un trentennio dalle sue ceneri nasceva l’euro.

Il fattore Trump e l’Europa

Adesso, la superpotenza ritiene insostenibili disavanzi nell’ordine di oltre 500 miliardi all’anno, che s’impennano a circa 850 miliardi per i soli beni, ossia escludendo i servizi. C’è qualcosa che non va in questo ordine mondiale, ad opinione di Donald Trump. E la soluzione non può che essere l’imposizione di dazi. Le alternative, sempre a parere del presidente-tycoon, vi sarebbero; peccato che siano proposte inaccettabili per i partner commerciali. All’Eurozona è stato espressamente rivolto l’invito di rafforzare il cambio, considerato debole per l’economia tedesca e fonte di squilibri. C’è del vero in questa affermazione, anche se a Washington si può facilmente ribattere che l’unione monetaria deve essere considerata come un unicum, non ha senso segmentarla negli stati che la compongono.

Presidenza Trump minaccia per l’economia tedesca

Ad ogni modo, Berlino si presenterà politicamente indebolita al suo interno al tavolo delle trattative nemmeno ancora convocato e al quale dovrà cercare di negoziare con Trump nuovi accordi commerciali insieme al resto d’Europa, se non vorrà subire realmente il peso dei dazi, che sarebbe deleterio per la sua economia. Tutto ciò, mentre crescono anche le pressioni interne all’Eurozona, affinché la Germania riduca il suo surplus, stimolando le altre economie dell’area. Il come è considerato ancora una volta inaccettabile dai tedeschi: una politica fiscale più espansiva, che aumentando la domanda interna, finirebbe con il sostenere le importazioni dai paesi dell’area, accelerandone i tassi di crescita. E il governo federale avrebbe una simile opportunità, forte del suo surplus fiscale di circa l’1% del pil all’anno.

In pratica, tagliando le tasse o aumentando la spesa pubblica, la cancelliera Angela Merkel darebbe una mano ai consumi dei tedeschi, che si tradurrebbero in una maggiore produzione interna e in una crescita dei beni importati dall’estero. A parte che non è nemmeno detto che una simile politica sortisca gli effetti sperati, il punto è che queste richieste sempre più frequenti di Bruxelles, pur in via informale, contravvengono a due capisaldi della politica tedesca: la gestione ordinata dei conti pubblici e un modello economico “export led”. L’idea che per aiutare i partner dell’Eurozona bisogna trasformare la Germania da formica a cicala indispone trasversalmente i tedeschi di ogni schieramento politico, specie a destra.

Germania stretta in una morsa

La pressione, tuttavia, monta e la linea dell’indecisionismo della cancelliera ha fatto il suo tempo, mostrandosi vincente nel breve periodo, ma fallimentare e destabilizzante geo-politicamente nel medio-lungo. Adesso, con Trump sono cavoli amari. Non è certo solo la Germania ad essere finita nel mirino dell’America, ma di sicuro figura tra i primi obiettivi dei dazi annunciati, tant’è vero che Trump ha minacciato di imporne altri sulle auto europee, con chiaro riferimento proprio a quelle tedesche, le cui esportazioni nette verso gli USA ammontano a non meno di 17 miliardi di dollari all’anno. E tempo fa su Twitter, il presidente scrisse di non ritenere normale che sulle strade americane circolino più auto tedesche di quelle americane in Germania. “E’ una strada a senso unico”, ha lamentato.

L’unico modo per accontentarlo sarebbe per la Germania di rafforzare il cambio euro-dollaro. A parte che la forza della moneta unica dipende da fattori di mercato e risente della politica monetaria, in mano alla BCE e non ai governi, il problema è un altro: Berlino sarebbe persino ben lieta di alzare i tassi e porre fine agli stimoli di Mario Draghi, temendo la minaccia dell’inflazione, bolle finanziarie e input opportunistici ai governi nazionali dell’area. Al contempo, però, resta consapevole che imboccare una simile strada “all in” metterebbe in difficoltà i partner più deboli, quelli che già oggi ribollono al loro interno per l’avanzata delle formazioni euro-scettiche, le quali capitalizzano il malcontento per la cattiva performance delle rispettive economie.

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E allora, sembra proprio che se guerra commerciale sarà, la Germania dovrà rinunciare a qualcosa, ovvero a una fetta del suo immenso surplus commerciale. Se si accordasse con Trump, invece, forte di un prossimo governatore della BCE presumibilmente tedesco, dovrebbe compensare i partner dell’area con la leva fiscale o cedendo sulle proposte di riforma dell’Eurozona avanzate dal presidente francese Emmanuel Macron, che constano sostanzialmente in una maggiore condivisione dei rischi sovrani e bancari. Comunque la si metta, Berlino appare sempre più stretta in una morsa, quella di Trump e degli alleati dell’euro. Attenzione, perché non si tratta di rischiare solo i 60 miliardi di dollari di surplus commerciale annuo con gli USA, circa un sesto del totale, in quanto i dazi americani provocherebbero un effetto domino sugli interscambi di tutto il pianeta, restringendoli e riducendo così gli spazi di manovra di ciascuna economia. E la Merkel di oggi non sembra godere di un mandato politico così chiaro e forte per potere trattare simili mutamenti di scenario con convinzione. E’ una leader debole, forse prossima all’addio.

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Argomenti: Economia Europa, Economia USA, Germania, Presidenza Trump

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