Germania infuriata con Draghi sugli stimoli BCE, asse franco-tedesco contrario

La Germania torna ad attaccare Mario Draghi sui nuovi stimoli monetari appena varati dalla BCE. L'ultima riunione del board sarebbe stata la più divisiva di questi otto anni. Brutto segnale per Christine Lagarde.

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La Germania torna ad attaccare Mario Draghi sui nuovi stimoli monetari appena varati dalla BCE. L'ultima riunione del board sarebbe stata la più divisiva di questi otto anni. Brutto segnale per Christine Lagarde.

La Germania non ha mai amato Mario Draghi e già prima che s’insediasse a capo della BCE temeva che avrebbe fatto “l’italiano”, cioè che avrebbe propinato una politica monetaria troppo accomodante, destabilizzando i prezzi nell’Eurozona. E’ accaduto molto peggio, dal punto di vista tedesco, sebbene l’inflazione sia rimasta ai minimi termini, mediamente superando di poco l’1%.

E l’ultima sfornata di stimoli al board di Francoforte di giovedì scorso non ha che ampliato il solco con l’opinione pubblica teutonica. Il tabloid Bild, certamente non un gigante del pensiero e da considerarsi a metà strada tra informazione e intrattenimento trash, ha montato online una copertina contro il governatore “Draghila”, accusandolo di succhiare i risparmi dai conti dei tedeschi con la sua politica dei tassi zero.

Parlando di cose più serie, è stata l’intervista realizzata dal quotidiano al governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ad avere riacceso il dibattito in Germania sull’opportunità di proseguire sulla strada dell’accomodamento monetario estremo. Il banchiere ha riconosciuto che l’economia nell’Eurozona stia rallentando, ma non a tal punto da richiedere le misure varate dal board, facendo intendere di non averle votate. Prezzi e salari, spiega, non stanno ripiegando. Secondo Der Spiegel, su 25 membri votanti, i contrari agli stimoli giovedì scorso sarebbero stati una decina, mai così tanti nell’era Draghi.

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Asse franco-tedesco contro Draghi

La BCE sarebbe più divisa che mai, dunque, e questa per il prossimo governatore Christine Lagarde rappresenterebbe una pessima eredità. Contro la politica dell’italiano non si è schierata la sola Germania, bensì pure la Francia, anche se non esiste alcun resoconto su come ciascun membro voti. Tuttavia, il francese François Villeroy de Galhau aveva espresso scetticismo sulle nuove misure in discussione già prima della riunione e l’austriaco Robert Holzmann ha fatto intendere a Bloomberg che siano state “un errore”.

La BCE di Lagarde guarda già all’helicopter money, il QE di Draghi sarà preistoria

Che la Germania sia all’opposizione del taglio dei tassi e di nuovi acquisti con il QE sarebbe scontato, ma negli ultimi tempi Weidmann si era trasformato, se non in una “colomba”, quanto meno in un “falco” ragionevole e non apertamente critico, nel tentativo di rendersi appetibile per la successione a Draghi.

Adesso che tale prospettiva è morta e sepolta, è riemerso il profilo ostile dell’uomo al piano dell’italiano, che necessariamente Lagarde dovrà portare avanti e che, anzi, la francese ha più volte espressamente dichiarato di condividere. Qui, però, si apre una grana “politica” non secondaria: come potrà la donna iniziare il mandato con l’opposizione dell’asse franco-tedesco? E vogliamo ignorare per il momento che ella stessa appartenga a quell’asse per ragioni di nazionalità.

Politica BCE a rischio credibilità

Credibile una politica monetaria, che si tiene con lo sputo di un voto a maggioranza nel board, dove ogni alzata di mano equivale all’altra, indipendentemente dalle dimensioni dell’economia rappresentata e che vede all’opposizione ben oltre la metà del pil dell’area? Solo Francia e Germania fanno insieme la metà dell’economia dell’unione monetaria; impossibile ignorarle, specie se vengono spalleggiate da altre realtà medio-grandi come Olanda e Austria. Insomma, Draghi lascerà la BCE in pessime condizioni politiche, per quanto ostentando un coraggio invidiabile nel contrastare l’asse franco-tedesco.

Ora, Parigi non si scopre un falco monetario, ma probabilmente gioca la sua partita su un tavolo più grande. Il presidente Emmanuel Macron necessita del massimo sostegno della Germania per strappare concessioni reali sul bilancio comune da un lato e per ottenere una politica fiscale più flessibile. L’Eliseo vorrebbe, come del resto quasi tutti i partner dell’area e la stessa Commissione europea uscente (e subentrante), che Berlino spendesse di più per sostenere la sua crescita e quella del resto dell’Eurozona. I tedeschi resistono alle pressioni, ma paradossalmente finiscono per rendere necessario il potenziamento degli stimoli monetari da loro tanto detestati, altrimenti il deterioramento delle condizioni macro rischia di esacerbarsi.

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Da questo alterco, l’unica considerazione ragionevole che possiamo trarre è che la BCE, comunque la si veda, ha essenzialmente esaurito le munizioni disponibili, tranne che il prossimo governatore non decida di avventurarsi in acque ancora più inesplorate (“helicopter money”?). Lagarde potrà giocare sulla loro durata, ma un ulteriore taglio dei tassi e/o il potenziamento degli acquisti con il QE2 non solo appaiono improbabili, ma a dire il vero si mostrano perlopiù inefficaci, dato che i rendimenti obbligazionari risultano già scesi ai minimi termini e l’area non ha certo problemi di liquidità. E su un’altra sfera che bisogna agire. E la Francia di Macron sembra averlo capito, per cui si schiera con la Germania, nel tentativo (vano?) di corteggiarla e ottenere qualche concessione.

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