Germania e Francia, i sondaggi del terrore che preparano nuovi stimoli BCE entro l’anno

I governi di Germania e Francia sono in caduta libera e per salvare l'euro la BCE di Draghi sarà costretta a intervenire con una nuova sfornata di stimoli monetari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I governi di Germania e Francia sono in caduta libera e per salvare l'euro la BCE di Draghi sarà costretta a intervenire con una nuova sfornata di stimoli monetari.

Sul finire della settimana scorsa si è diffusa l’indiscrezione per la quale la BCE starebbe prendendo in considerazione l’ipotesi di tenere un nuovo ciclo di aste T-Ltro, i prestiti a medio-lungo termine varati con successo negli ultimi 7 anni, anche se con modalità diverse tra il 2011-2012 e le successive. Si è trattato di un immenso fiume di liquidità iniettato alle banche dell’Eurozona, che ha consentito loro di abbellire i bilanci in una fase delicata sui mercati finanziari e di dare una mano ai governi dell’area, acquistando titoli di stato con il denaro preso in prestito da Francoforte. All’ultimo board di due settimane fa, il governatore Mario Draghi ha invitato ad attendere le proiezioni macro di dicembre per capire meglio la direzione esatta che l’istituto prenderà in tema di politica economica. Pur confermando la volontà di porre fine al “quantitative easing”, egli ha ammesso che la BCE potrà “modificare il mix di stimoli, se necessario”.

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Che cosa significa? Non attendiamoci una proroga del QE, non fosse altro che per il fatto che la banca centrale europea non vuole permettersi di segnalare una marcia indietro così fragorosa rispetto a quanto vada strombazzando da mesi. L’inflazione sta centrando il target, pur in un clima di rallentamento economico nell’area e perlopiù grazie alla Germania, dove la crescita dei prezzi si aggira più o meno stabilmente sopra il 2%. La manifattura, in particolare, lancia avvertimenti chiari, essendo la sua crescita scesa ai minimi da oltre due anni in ottobre. Insomma, questa non sarebbe la fase più adatta per svoltare restringendo le condizioni monetarie nell’Eurozona.

A Draghi serve un “casus belli”

Come vi abbiamo spiegato più volte, Draghi e il resto del board non possono permettersi di rimangiarsi la parola sugli stimoli; anzitutto, perché sconfesserebbero sé stessi e renderebbero meno efficace e credibile la “forward guidance” inaugurata negli anni scorsi su tassi e QE; secondariamente, perché se ammettessero che ci fosse ancora bisogno di un supporto monetario così rilevante all’economia nell’Eurozona, i mercati ne dedurrebbero che le condizioni di questa non siano poi così positive come la retorica ufficiale dell’istituto descrive da tutto il 2017. Ecco, quindi, che il compromesso tra “falchi” e “colombe” si starebbe trovando proprio sulle aste T-Ltro, sia in qualità di stimoli mediaticamente meno rumorosi del QE, sia anche perché la necessità di sostenere le banche nell’area è avvertita. In Germania stessa, ad esempio, il sistema del credito non se la passa granché bene, con voci sempre più concrete di fusione tra Deutsche Bank e Kommerzbank e di ratios patrimoniali insufficienti per alcuni grandi istituti, forse quelli appena citati.

Serve reagire al rischio di recessione, che nessuno vuole ufficialmente ammettere che esista, ma c’è ed è alto. Tuttavia, per sterzare bisogna che sulla strada dell’ambita (a parole) normalizzazione monetaria si trovi un qualche ostacolo che giustifichi la manovra inconsueta. Sinora, le attenzioni si sono concentrate tutte sull’Italia e la sua manovra di bilancio, che alzando il deficit al 2,4% per il prossimo anno, ha già scatenato le perplessità dei mercati, con lo spread BTp-Bund a 10 anni schizzato in area 300 punti base e la Commissione europea ad avere compiuto il passo inedito di richiedere al governo di Roma di riscrivere la finanziaria. Anche in questo caso, trattasi di teatrino dalla duplice finalità: colpire l’esecutivo “sovranista” italiano e servire su un piatto d’argento a Draghi il pretesto per continuare a mantenere molto accomodante la politica monetaria anche dopo la fine di quest’anno.

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Le convulsioni di Francia e Germania

Sebbene tutto ciò sia vero, esistono altri due fenomeni che non vanno sottaciuti e che agli occhi della BCE si stanno rivelando di importanza strategica per potenziare gli stimoli nell’area. Francia e Germania stanno implodendo politicamente al loro interno. Un sondaggio Ifop ha trovato per la prima volta che il Réssemblement National di Marine Le Pen nei consensi avrebbe scavalcato il partito di Emmanuel Macron, La République En Marche!. Le due formazioni sono accreditate del 21% e del 20% rispettivamente, in vista delle elezioni europee del maggio prossimo. L’indice di gradimento del capo dello stato risulta sceso sotto al 30%, tanto che si è parlato tra la stampa estera di un presunto “stress” del 40-enne, costretto a prendersi qualche giorno di vacanza dopo mesi difficilissimi sul piano politico e mediatico, con due ministri dimessisi dal governo in pochi giorni e lo scandalo della guardia del corpo in piena estate.

In Germania, se possibile, le cose vanno persino peggio per la cancelliera Angela Merkel, che a differenza di Macron rischia di non completare il quarto mandato, l’ultimo per sua stessa dichiarazione. Dopo il tracollo di consensi rimediato dalla sua coalizione CDU-CSU in Baviera prima e nell’Assia dopo, ha rinunciato a correre per la segreteria della CDU al congresso di dicembre, sostanzialmente aprendo la battaglia nel centro-destra tedesco per la successione. I sondaggi continuano a seminare il panico, nel frattempo, con l’Unione accreditata dall’istituto Forsa di un solo 27%, staccando di 3 punti i Verdi, esplosi al 24%. Gli alleati socialdemocratici al governo risulterebbero appaiati al 13% con gli euro-scettici dell’AfD. Insomma, un terremoto politico di proporzioni mai viste a Berlino dalla Seconda Guerra Mondiale. Se le europee finissero così, la Germania ne uscirebbe italianizzata, anzi balcanizzata. Nessuno schieramento anche solo lontanamente capace di governare da solo e la prospettiva di governicchi di coalizione a tre, quando già oggi risulta complicato e controproducente per i due principali partiti al potere restare alleati contro natura.

Francia e Germania sono il cuore pulsante dell’Europa sul piano politico ed economico. Non si può assistere passivamente alle loro convulsioni interne, se si vuole salvare l’euro. Anche perché le stamperie della BCE, se da un lato hanno certamente giovato ai conti pubblici italiani, dall’altro non sono stati meno utili alle società dei due paesi, le quali stanno potendo indebitarsi da anni a costi bassissimi, a beneficio dei loro investimenti e della crescita economica in tutta l’area. La Francia, in particolare, non può permettersi di cadere in recessione, in quanto la principale beneficiaria di un’eventuale crisi sarebbe la Le Pen, il cui fronte euro-scettico che va oltre il suo stesso partito, può disporre già di un 30% di consensi. Certo, non aspettiamoci che Draghi si presenterà in conferenza stampa a dicembre o dopo le riunioni successive nel 2019 a dichiarare che servano nuovi stimoli per le tensioni politiche franco-tedesche. Semmai, si tenderà a drammatizzare la crisi dello spread italiana e si accenderanno i fari su “fattori esterni”, come Brexit e protezionismo fuori dall’Eurozona, entrambi particolarmente problematici proprio per la Germania, che nell’ultimo decennio è cresciuta essenzialmente grazie alle esportazioni. Dunque, la temperatura sull’Italia sarà tenuta volutamente alta. A colare a picco, in realtà, sono i governi delle prime due economie dell’unione monetaria.

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Argomenti: Bce, Crisi Eurozona, Economia Europa, Francia, Germania, Politica Europa, quantitative easing, stimoli monetari