In Germania il debito pubblico scende e la politica litiga sull’avanzo fiscale

La Germania resta in crisi politica nel momento migliore per la sua economia, con disoccupazione ai minimi storici e avanzo di bilancio. In Italia, si va ad elezioni in un clima di allegre proposte, senza che nessuno si interroghi sullo stato dei nostri conti pubblici.

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La Germania resta in crisi politica nel momento migliore per la sua economia, con disoccupazione ai minimi storici e avanzo di bilancio. In Italia, si va ad elezioni in un clima di allegre proposte, senza che nessuno si interroghi sullo stato dei nostri conti pubblici.

Sembra ogni giorno più un paradosso quello della Germania, dove da tre quasi tre mesi e mezzo si sono tenute le elezioni federali, senza che la politica abbia trovato il modo di formare il nuovo governo. La cancelliera Angela Merkel si mostra ottimista sulle probabilità di stringere il terzo accordo in 12 anni con i socialdemocratici della SPD, anche se ha inviato loro un messaggio chiaro: “il mondo non aspetta noi”.

Come dire, fate presto! Nel frattempo, la Bund der Steuerzahler Deutschland, l’associazione dei contribuenti tedeschi, ha aggiornato l’orologio davanti alla sua sede centrale a Berlino, che per la prima volta dal 1995 segna un calo in valore assoluto del debito pubblico della Germania. Per l’esattezza, le sue dimensioni arretrano di 78 euro al secondo, quando all’apice della crisi finanziaria ed economica nel 2009 cresceva di 4.400 euro al secondo. (Leggi anche: La crisi dei socialdemocratici inguaia la Merkel)

L’associazione, che monitora i governi contro gli sprechi di denaro pubblico, non si mostra nemmeno soddisfatta, notando come la Germania oggi non soddisferebbe nemmeno i criteri di Maastricht, possedendo un rapporto tra debito e pil superiore al 60% (ormai, di poco!). Tutto vero, ma il bilancio federale segna un attivo sin dal 2014 e quest’anno dovrebbe chiudere con il quinto avanzo consecutivo, stimato nell’ordine di 30 miliardi, quasi l’1% del pil. Un sogno per i governi di quasi tutto il resto del mondo, quasi sempre alle prese con problemi di deficit e non certo con eccessi di entrate. Eppure, il clima che si respira a Berlino appare tutt’altro che improntato all’entusiasmo.

I due blocchi partitici che stanno per avviare le trattative per la ennesima Grosse Koalition sono in contrasto proprio sull’utilizzo di questo avanzo. I conservatori della cancelliera, la CDU-CSU, vorrebbero tagliare le tasse per una quindicina di miliardi, mentre i socialdemocratici escludono di beneficiare di un solo euro i redditi più alti e semmai puntano a maggiori spese assistenziali, specie per scuola, sanità e pensioni. Tutti condividono l’esigenza di stanziare qualche miliardo in più per le infrastrutture, ma alla fine sembra quasi che la condizione straordinariamente positiva in cui versano le finanze statali tedesche sia finita per aumentare il livello dello scontro tra i partiti.

Il confronto con la politica italiana

Il tasso di disoccupazione in Germania è sceso ai minimi storici, secondo gli ultimi dati federali, che stimano in 2,4 milioni il numero dei disoccupati, oltre mezzo milione in meno che in Italia, dove le dimensioni del mercato del lavoro sono poco più della metà (tasso di occupazione al 58% contro il 75%). L’inflazione continua a restare sotto controllo e inferiore al target della BCE di quasi il 2%, cosa che beneficia il potere di acquisto delle famiglie e sostiene i consumi interni. Le esportazioni, poi, corrono senza freni e tengono il saldo delle partite correnti sempre nei dintorni dei massimi storici di quasi 300 miliardi di dollari.

Nessun trionfalismo a Berlino sullo stato dell’economia tedesca, che nel terzo trimestre è cresciuta del 2,8% su base annua contro il +1,7% dell’Italia. Si respira un’aria totalmente diversa a Roma, invece, dove il debito pubblico è salito ai massimi storici, la crescita del pil è stimata per il 2017 sempre tra le più percentuali più basse in Europa, i conti pubblici restano lontani dall’equilibrio e risultano risanati negli ultimi anni solamente dalla politica monetaria ultra-espansiva della BCE e la disoccupazione resta al di sopra dell’11% (il doppio che in Germania). Eppure, per il governo uscente, il nostro Paese si sarebbe rimesso in marcia e a leggere i programmi dei vari schieramenti politici, in vista delle elezioni di marzo, saremmo nelle condizioni di sostenere interventi assistenziali e fiscali per decine di miliardi di euro senza alcuna necessità di interrogarci sulle coperture. (Leggi anche: Debito pubblico italiano, perché dopo Draghi rischia di esplodere)

E’ il mondo alla rovescia, per cui la Germania entra in fibrillazione politica, anzi la peggiore crisi dalla Seconda Guerra Mondiale, nonostante la sua economia sfoggi la sua migliore forma di sempre, mentre in Italia già si ragiona sulle possibili larghe o strette intese tra questo o quel pezzo di coalizione con quell’altro, a prescindere dai contenuti che dovrebbero caratterizzare il prossimo esecutivo e la prossima maggioranza.

Cosa ancora più assurda sta nel fatto che siano i tedeschi, Bundesbank in testa, a temere i contraccolpi dell’uscita dall’accomodamento monetario di questi anni, ovvero di cosa accadrà sui mercati con la fine del “quantitative easing” e il successivo rialzo dei tassi, quando essi avrebbero persino messo in cascina fieno a sufficienza per resistere all’aumento dei costi di emissione del nuovo debito, continuando a centrare il pareggio di bilancio. Per fortuna, non più tardi di alcune settimane fa, il nostro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ci ha spiegato che l’Italia sarebbe pronta a fronteggiare una stretta monetaria. E’ proprio vero, Roma e Berlino vivono su due mondi paralleli.

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