Conti pubblici, scontro tra Germania e Commissione: Italia non è un modello

La Germania chiede alla Commissione europea maggiore obiettività e trasparenza sui conti pubblici nazionali. E la Bundesbank attacca l'Italia: non è un esempio.

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La Germania chiede alla Commissione europea maggiore obiettività e trasparenza sui conti pubblici nazionali. E la Bundesbank attacca l'Italia: non è un esempio.

La Commissione europea presenterà domani il suo giudizio sui conti pubblici di quest’anno di alcuni paesi dell’Eurozona, tra cui Italia, Spagna e Portogallo. Stando alle indiscrezioni, il nostro paese dovrebbe vedersi accolta la richiesta di ulteriore flessibilità, che dovrebbe valere qualcosa come 13,5 miliardi, pari allo 0,8% del pil. Verso Lisbona e Madrid, invece, potrebbero essere comminate sanzioni simboliche, tese a incentivare i due governi a varare nuove misure di contenimento del deficit statale e riforme strutturali.

Il governo lusitano del premier socialista Antonio Costa sta allontanandosi dal percorso riformatore del predecessore Pedro Passos-Coelho, anche se il ministro delle Finanze, Mario Centeno, si è mostrato abbastanza fiducioso sulla possibilità di evitare uno scontro formale con Bruxelles, rivendicando entrate in crescita e una spesa pubblica in calo e definendo “buona” la collaborazione con i commissari.

Politicizzazione Commissione irrita Germania

Caso più delicato per la Spagna, che dopo le elezioni politiche inconcludenti del dicembre scorso tornerà a votare il 26 giugno prossimo. Il governo uscente resta quello conservatore del premier Mariano Rajoy, il cui Partito Popolare dovrebbe confermarsi prima formazione del paese, ma senza la maggioranza assoluta dei seggi. Uno scontro sull’austerità fiscale in queste settimane rischia di essere rovinoso per la Commissione, che involontariamente potrebbe fare guadagnare consensi al già forte Podemos, il movimento di estrema sinistra anti-austerity, dalle posizioni simile a quelle di Syriza in Grecia. Non è un mistero per nessuno, per stessa ammissione del presidente Jean-Claude Juncker, che le valutazioni sui bilanci dei governi non siano improntate solo su un’analisi tecnica, ma assumono sempre più una connotazione politica. I commissari devono da un lato garantire il rispetto delle regole fiscali contenute nel Patto di stabilità, dall’altro devono mediare tra opposte esigenze, venendo incontro alle richieste di flessibilità delle capitali.      

Germania chiede super commissario

La Germania è irritata da questa crescente politicizzazione della Commissione europea, chiedendo a questo punto che non abbia più l’ultima parola sui bilanci, che dovrebbe spettare a un’authority indipendente, da affiancare a un eventuale “super commissario” delle Finanze.

E’ tornato a battere su questo punto con un’intervista al quotidiano Die Welt il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, in linea con le posizioni da tempo espresse dal ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble. Weidmann sostiene che oggi non ci sarebbe chiarezza sui conti pubblici dei paesi europei, non si riuscirebbe a capire bene quale sia il loro stato reale e definisce “poco trasparente” il processo negoziale tra Bruxelles e i governi. Servono trasparenza e autonomia decisionale per la BuBa, che torna a chiedere, quindi, una vigilanza indipendente sui bilanci statali, giudicando “non un modello” le politiche fiscali dell’Italia a medio termine. I paesi del Sud Europa si mostrano favorevoli solo all’istituzione di un ministro unico del Tesoro, ma non all’affidamento della vigilanza a un’authority indipendente, che si tramuterebbe in una sorta di commissariamento dei governi meno disciplinati. Se le regole fiscali dovessero essere rispettate alla lettera e non più all’acqua di rose come oggi, sarebbero guai per paesi come l’Italia, che sin dall’anno prossimo dovrebbero migliorare i conti di svariati miliardi, al fine di adempiere alle previsioni del Fiscal Compact.      

Scontro anche contro Unione bancaria

Lo scontro sulla Commissione si somma a quello sull’Unione bancaria, il cui completamento è caldeggiato da Juncker e dal governatore della BCE, Mario Draghi, attraverso l’istituzione della garanzia unica sui depositi. Non se ne parla per Berlino, se non prima le banche dell’Eurozona non siano tutte messe in sicurezza (anche applicando diversi “bail-in”) e se non si sganciano i loro bilanci da quelli statali, ponendo un tetto alla detenzione dei titoli di stato per gli istituti. La Germania aprirà con ogni probabilità un braccio di ferro con i commissari, finalizzato a strappare sì una maggiore integrazione delle politiche fiscali e dell’Unione bancaria, ma alle sue regole, ovvero irrigidendo l’implementazione delle regole sovranazionali. Se flessibilità sarà domani, come da attese, potrebbe essere l’ultima volta per l’Italia.

   

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