Gentiloni commissario “commissariato” non eviterà all’Italia di fare i conti col debito

Paolo Gentiloni alla Commissione europea non potrà evitare all'Italia di mettersi in regola con i conti pubblici. Ci sarà un po' di flessibilità, ma non per sua scelta.

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Paolo Gentiloni alla Commissione europea non potrà evitare all'Italia di mettersi in regola con i conti pubblici. Ci sarà un po' di flessibilità, ma non per sua scelta.

La politica italiana si nutre di illusioni. Fino al maggio-giugno scorsi, il tormentone era quello salviniano degli equilibri europei destinati ad essere sovvertiti dall’avanzata dei partiti euro-scettici a Strasburgo. E’ finita con la nomina della tedesca Ursula von der Leyen a capo della Commissione UE e con i voti determinanti (scherzo del destino!) degli eurodeputati 5 Stelle.

Archiviato il capitolo rivoluzionario, se n’è aperto un altro non meno velleitario con la nomina di Paolo Gentiloni a commissario agli Affari economici, ruolo ricoperto ancora dal francese Pierre Moscovici e che prevede la vigilanza sui bilanci pubblici. Adesso, Roma confida in una ennesima ondata di flessibilità fiscale per evitare la stangata dell’IVA e investimenti per la crescita. Quanto c’è di vero?

Gentiloni è arrivato quasi insperatamente alla Commissione per il suo profilo europeista e moderato, distintosi in quasi un anno e mezzo di premier per avere “raffreddato”, anzi azzerato, le tensioni tra Italia e Bruxelles dopo l’infuocata stagione renziana. Viste le alternative – se non del PD, la carica sarebbe spettata al Movimento 5 Stelle – la von der Leyen lo ha preferito di gran lunga a qualsiasi altra personalità italiana di spessore e magari con un pensiero più critico sulle politiche fiscali.

Vero è – bisogna ammetterlo – che la sua nomina abbia a che vedere con un cambio di impostazione della politica economica europea. I tedeschi si stanno convincendo della necessità di allargare un po’ le maglie sul fronte dei conti pubblici e non vogliono metterci la faccia direttamente, così come non lo hanno fatto nemmeno con la BCE, ripiegando per la francese Christine Lagarde. Anche in questo caso, hanno optato per una personalità estranea al loro ambiente e al contempo “controllabile”.

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In altri termini, la flessibilità fiscale è stata già decisa e Gentiloni si limiterà ad eseguirla, non già a foraggiarne dosi ulteriori con richieste irricevibili per Berlino e a favore dell’Italia e gli altri stati del Sud Europa.

E per evitare brutte sorprese, gli è stato messo alle costole Valdis Dombrovkis, lettone e considerato un “falco” dell’austerità, nominato vicepresidente con delega all’Economia, quest’ultima una nuova invenzione della von der Leyen. Il suo compito? Controllare proprio l’operato di Gentiloni. Se non è un’umiliazione politica, poco ci manca, anche perché a “commissariare” il commissario del terzo stato UE (Regno Unito escluso) sarà il rappresentante di uno degli stati baltici, tra i più piccoli del continente.

E non è tutto. All’Italia si vociferava da mesi che sarebbe spettata la carica di commissario alla Concorrenza, considerata da Roma non irrinunciabile, seppure politicamente rilevante. Come mai l’asse franco-tedesco ha voluto “premiarci” con una casella più importante? In realtà, alla Concorrenza è stata riconfermata la danese Margrethe Vestager, a cui è stata assegnata anche una vicepresidenza. La carica si delinea importante dopo che nei mesi scorsi la Commissione uscente aveva bocciato la fusione Alstom-Siemens, cioè tra una società francese e una tedesca, che avrebbe creato un colosso della segnaletica ferroviaria in Europa. Germania e Francia reagirono accettando l’esito, ma annunciando che avrebbero chiesto di rivedere le regole sulla concorrenza UE, così da agevolare fusioni transnazionali e competitive nel mondo.

In soldoni, la Concorrenza va svuotata delle sue prerogative per consentire a francesi e tedeschi di fare ciò che vogliono con le integrazioni industriali. Ma di un italiano si sarebbero fidati poco, visto che il nostro Paese figura tra i principali leader dell’industria in Europa. Né si poteva pensare di umiliarci formalmente con l’assegnazione di una carica secondaria, specie nel mezzo della Brexit e dell’euroscetticismo rampante nel nostro Paese. E così, la soluzione apparentemente più dignitosa per l’Italia, anche se priva di significato pregnante: avremo il monitoraggio dei conti pubblici, mettendoci la faccia al posto della Germania e i loro alleati per aprire una fase fiscalmente meno austera. Ma alla fine della fiera, tutto sarà stato deciso a Berlino e concordato con Parigi e la stessa composizione della Commissione evita il rischio che Gentiloni acquisisca sufficiente autonomia decisionale e si mostri di manica larga con Roma.

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