Gabbie salariali, cosa sono e perché stipendi uguali in tutta Italia fanno male al sud

Sulle "gabbie salariali" è scontro nella maggioranza, ma la proposta della Lega sull'autonomia differenziata riguarda la contrattazione di secondo livello e aiuterebbe proprio il sud a liberarsi dal flagello della disoccupazione di massa.

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Maggioranza sempre più divisa sull’autonomia differenziata, sostenuta dalla Lega e avversata dal Movimento 5 Stelle. In particolare, lo scontro si è concentrato sulle cosiddette “gabbie salariali”, che secondo il vicepremier Luigi Di Maio, il collega Matteo Salvini vorrebbe reintrodurre e che ha tacciato di essere una misura “razzista”. Di cosa parliamo? I ministro delle Autonomie, Erika Stefani, nega che la Lega voglia reintrodurre le gabbie salariali, parlando semplicemente di un potenziamento della contrattazione integrativa o di secondo livello, quella che rispecchia maggiormente le condizioni socio-economiche dei territori e sarebbe, quindi, legata all’effettivo costo della vita.

Costo della vita e stipendi: tra affitti e mezzi pubblici le città più care

Facciamo un passo indietro. Le gabbie salariali vennero introdotte formalmente subito dopo la Seconda Guerra Mondiale da un accordo tra Confindustria e sindacati e durarono fino agli inizi degli anni Settanta, più o meno quasi un ventennio effettivo. Esse suddividevano il territorio nazionale in vari ambiti economicamente omogenei al loro interno (dai 4 iniziali si arrivò a 14), prevedendo salari differenziati per ciascuno, così che potessero tenere il passo con il costo della vita reale. Le lotte sindacali di fine anni Sessanta posero fine all’esperimento nel nome della non discriminazione tra i lavoratori italiani.

Contrattazione aziendale per superare il modello accentrato

Ora, la Lega non ha proposto il ripristino delle gabbie salariali, quanto di fare maggiormente leva sulla contrattazione di secondo livello o anche detta aziendale. Non è una novità. Da decenni, il centro-destra propone in Italia di mutare il modello di contrattazione, così che gli accordi tra le parti possano adeguarsi alle effettive condizioni socio-economiche dei territori. Perché? Uno stipendio da 1.500 euro al mese non vale lo stesso in tutta Italia.

A Milano o Bologna, finanche la metà di esso se ne va solamente per pagare l’affitto, mentre a Vibo Valentia potrebbe anche risultare sufficiente per mantenere dignitosamente una famiglia di 3-4 componenti.

Ma non si pensi che stipendi uguali in tutta Italia facciano il bene del Meridione, l’area economicamente più povera. Al contrario, essi finiscono per creare un equilibrio di sottoccupazione al sud e una condizione di eccesso di domanda di lavoro al nord. In che senso? Se un datore di lavoro è costretto a pagare ai dipendenti, secondo accordi, la stessa retribuzione da Bolzano a Pantelleria, dato il più alto costo della vita al nord, sarebbe come dire che egli sia tenuto a offrire una retribuzione reale più bassa al nord e una più alta al sud. Ma questo farà sì che la domanda di lavoro al sud si tenga bassa, al nord alta.

Stipendi dirigenti, quadri, impiegati e operai: dove i salari sono più alti

E come possiamo verificare senza nemmeno bisogno di attingere ai dati macro, il sud è afflitto cronicamente da un alto tasso di disoccupazione e da uno molto basso di occupazione, mentre il nord spesso registra l’assenza di manodopera disponibile, per cui ogni anno sono decine di migliaia i giovani che dal Meridione vanno in cerca di lavoro nelle città settentrionali. Non si tratta di ripristinare le gabbie salariali, ma di fare in modo che datori di lavoro e sindacati possano pattuire accordi territoriali e aziendali, i quali progressivamente si sostituiscano a quelli nazionali, così da rispecchiare le effettive condizioni sociali di ciascuna provincia, regione o macro-area.

Italia più unita con accordi contrattuali locali/aziendali

A chi ribatte che così si divide l’Italia, basterebbe far notare che l’Italia sia divisa proprio oggi con i contratti rigidamente fissati a Roma per tutto il territorio nazionale e che il sud vive una condizione tragica di sottoccupazione, che lo rende la regione d’Europa con i peggiori numeri relativi al mercato del lavoro.

E se il settore privato, comunque, riesce un minimo a ritagliarsi spazi di flessibilità, non lo stesso dicasi per il settore pubblico. Da qui, la facile constatazione di stipendi pubblici insufficienti al nord, tanto che le scuole, gli ospedali e le caserme sono affollate praticamente ovunque da lavoratori del sud. Sotto Roma, infatti, l’impiego pubblico non solo è allettante in quanto sicuro e disponendo di scarse alternative nel settore privato, ma esso offre anche retribuzioni interessanti.

Se ciascuna azienda sul territorio fosse nelle condizioni di concordare con i rappresentanti dei lavoratori salari e altre condizioni non retributive in maggiore autonomia, i contratti si adeguerebbero alle effettive condizioni dei territori e il mercato del lavoro tenderebbe un po’ di più ovunque verso l’equilibrio, a beneficio dell’occupazione e degli stessi stipendi dei lavoratori del sud nel lungo periodo, i quali beneficerebbero proprio del recupero della domanda. E lo stesso impiego pubblico diverrebbe meno appetibile al sud e un po’ di più al nord, ponendo fine a uno squilibrio che non fa il bene dei giovani meridionali, inducendoli a rifugiarsi nella Pubblica Amministrazione per sfuggire alla disoccupazione.

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