G20 finanziario difficile e la strana alleanza tra Cina e Germania

Pressioni su Cina e Germania al G20 finanziario di Shanghai, affinché contribuiscano a contrastare il rallentamento economico globale.

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Pressioni su Cina e Germania al G20 finanziario di Shanghai, affinché contribuiscano a contrastare il rallentamento economico globale.

Inizia oggi e si concluderà domani il G20 dei ministri finanziari a Shanghai, Cina. Per l’Italia sarà presente Pier Carlo Padoan. L’evento è l’occasione per discutere su come reagire al rallentamento dell’economia mondiale, preannunciato l’altro ieri anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), che partecipa al consesso con il direttore generale, Christine Lagarde. Le posizioni dei partecipanti sono divergenti e questo non è in sé un buon segnale, se si considera che questi vertici si caratterizzano ormai per la loro inconcludenza sul piano concreto, limitandosi ad esitare comunicati su impegni e buone intenzioni dei governi.

Sono 2 le visioni principali, espresse ai massimi livelli dagli USA da una parte e dalla Germania dall’altra al pre-vertice di 2 ore e mezza di ieri, in cui sono state affrontate le questioni che saranno discusse sul tavolo dei lavori.

Stimoli e riforme sul tavolo

L’amministrazione Obama, rappresentata dal segretario al Tesoro, Jacob Lew, propone il varo di stimoli alla domanda per contrastare il rallentamento economico nel pianeta, mentre la Germania con il ministro Wolfgang Schaeuble, sostiene la tesi delle riforme strutturali, condivisa (e questa è una novità interessante) dalla Cina, in nome della quale parla il ministro Jiwei Lou. La divisione tra gli schieramenti è quasi ideologica: l’America crede che la ripresa possa attecchire con lo stimolo dei consumi, quindi, della domanda, mentre i tedeschi replicano con la proposta opposta, ovvero la creazione di condizioni favorevoli agli investimenti e alla produzione, sostanzialmente rivolte all’offerta. Nel mezzo di questa diatriba sta l’FMI, che sollecita sia le riforme, sia anche il sostegno alla congiuntura. Ma contrariamente a quanto oggi titola gran parte della stampa italiana, la posizione della Lagarde non sarebbe una presa d’atto della necessità di varare nuovi stimoli fiscali e monetari, bensì la consapevolezza di quanto essi da soli non bastino e di come le economie avanzate si mostrino ormai eccessivamente dipendenti da queste ultime.      

Pressioni su Cina e Germania

A differenza del recente passato, infatti, l’istituto inizia porre adesso un maggiore accento proprio sulle riforme, pur appellandosi alle principali banche centrali, affinché mantengano le loro politiche monetarie “molto accomodanti”.

Schaeuble nota come gli spazi di manovra dei paesi del vertice siano limitati, sia sul fronte fiscale, sia si quello monetario. I livelli di indebitamento pubblico sono nettamente più elevati rispetto a quelli pre-crisi, così come i tassi sono stati azzerati e la liquidità iniettata sui mercati in aree come USA, Eurozona, Regno Unito, Giappone e Cina è già abbondante. Cos’altro potrebbero fare, si chiede Berlino? In realtà, di ciò sono consapevoli tutti i partecipanti al vertice, i quali starebbero concentrando le loro pressioni proprio su Germania e Cina, le economie con maggiore spazio di manovra nei bilanci pubblici, affinché adottino misure fiscali più espansive, creando un presunto circolo virtuoso presso il resto delle economie, attraverso le esportazioni. La Cina è ha poco debito pubblico, almeno nazionale, ma detiene un debito totale (pubblico e privato) vicino al 300% del pil, a causa della potente bolla del credito alimentatasi in questi anni di bassi tassi e di liquidità quasi illimitata. La Germania presenta un basso debito totale e un saldo delle partite correnti in forte attivo, segnale che la macchina produttiva tedesca esporta beni e servizi a pieno ritmo e riesce ad attirare capitali.  

   

La contropartita richiesta per sostenere l’economia globale

Qualche giorno fa, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, ha difeso Berlino dagli attacchi di chi ritiene in Europa che la Germania dovrebbe adempiere alla previsione del Patto di stabilità, laddove s’impediscono grossi attivi correnti per un periodo prolungato, in quanto ciò rifletterebbero una domanda relativamente anemica. Egli ha spiegato come i saldi in questa fase sarebbero conseguenza di grosse vendite di titoli nella periferia europea, realizzati spesso da operatori tedeschi e che farebbero, quindi, registrare ingenti flussi di capitali in entrata. Fatto sta che Germania e Cina sono sotto pressione perché stimolino l’economia globale, indebitandosi un po’ di più. Una richiesta inaccettabile per i destinatari, che non vogliono recitare il ruolo di salvatori del globo, ipotecando il futuro dei loro cittadini.

Almeno, non senza una contropartita. Questa è stata in parte concessa a Pechino con l’inserimento dello yuan tra le valute di riserva dell’FMI, ma a ciò potrebbe aggiungersi anche il riconoscimento dello status di economia di mercato per la Cina da parte dell’Eurozona e non solo, cosicché essa possa esportare verso il Vecchio Continente con sempre minori restrizioni.

G20 inconcludente, pietrificazione di posizioni note

Quanto all’economia tedesca, è altamente improbabile che Berlino rinunci ai target fiscali per sostenere i consumi nel resto d’Europa; semmai, essa potrebbe chiudere un occhio, come quasi certamente farà, anche sull’ennesimo varo di stimoli della BCE, ma pretendendo in cambio inflessibilità sull’ordine dei conti pubblici degli altri paesi. Il G20 di questo fine settimana non cambierà sostanzialmente nulla, sarà un palcoscenico internazionale, dove si annoteranno le ben note divergenze in seno all’unione monetaria e le diffidenze tra Cina e resto del mondo. Il resto degli attori, come Russia, Arabia Saudita, Turchia, si limiteranno ad offrire qualche spunto di rilievo solo sul piano geo-politico, ma difficilmente potranno contribuire in maniera costruttiva ai lavori, alle prese con tensioni reciproche alla base dei timori per l’economia globale.                

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