Fusione Siemens-Alstom: stop UE e ora Francia e Germania attaccano le regole sul mercato

La fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens è stata bocciata dalla Commissione europea e ora Parigi e Berlino vogliono cambiare le regole sulla concorrenza nella UE.

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La fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens è stata bocciata dalla Commissione europea e ora Parigi e Berlino vogliono cambiare le regole sulla concorrenza nella UE.

La fusione tra il business ferroviario di Siemens e quello di Alstom non s’ha da fare. Lo ha ufficializzato oggi il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, sostenendo che il matrimonio avrebbe danneggiato seriamente la concorrenza nella UE con riferimento ai sistemi di segnalazione ferroviari e alla costruzione di nuovi treni ad alta velocità. I commissari hanno bocciato anche il tentativo della società del rame tedesca Wieland-Werke AG di acquisire un ramo d’azienda di Aurubis, la più grande fonderia di rame europea e che ha sede ad Amburgo.

Immediata la reazione di Francia e Germania, con il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, ad annunciare che con Berlino il governo di Parigi intende presentare proposte di riforma dell’apparato europeo che si occupa della concorrenza, definendo “obsolete” le regole UE che la regolano.

Il ceo di Siemens, Joe Kaeser, ha dichiarato che “proteggere i consumatori non deve anche significare impedire la nascita di attori che possano giocare alla pari con nazioni come Cina e USA”, mentre il portavoce della cancelliera, Steffen Seibert, prende atto “con rammarico” della bocciatura, annunciando anch’egli che la Germania proporrà modifiche alle norme che regolano la concorrenza in Europa, attraverso un’apposita commissione. Dal canto suo, Vestager reagisce alle accuse, citando le 3.000 fusioni consentite dalla UE, a fronte di appena 9 sole bocciature, di cui le 2 di oggi. Del resto, le autorità di Germania, Spagna, Belgio, Regno Unito e Olanda avevano criticato la tentata acquisizione di Alstom da parte di Siemens per gli effetti potenzialmente negativi che avrebbe potuto comportare a carico sia dei passeggeri dei treni che di quelli dei taxi.

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Il libero mercato vale solo per gli altri?

Dunque, funziona così: l’Europa è un moloch intoccabile fino a quando non compia un passo falso contro uno dei due principali paesi membri. E se le regole ostacolano un qualche grande affare franco-tedesco, si cambiano. Bel modo di concepire sia il “libero mercato”, sia il diritto europeo.

Il sovranismo tanto vituperato dai benpensanti di Bruxelles non è altro che l’ideologia che muove Berlino e Parigi, ammantata da un europeismo di facciata e che nasconde l’utilizzo delle istituzioni comunitarie per fini prettamente nazionali.

E che Germania e Francia meritino solo biasimo per la reazione alla bocciatura della fusione Siemens-Alstom lo dimostra da ultimo il caso Stx-Fincantieri. Agli inizi del 2017, la società italiana aveva acquisito la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire in Francia di Stx, società della cantieristica navale con sede ad Oslo. Il caso esplose in campagna elettorale, sebbene già Stx fosse di proprietà sudcoreana. La candidata della destra euro-scettica, Marine Le Pen, durante il confronto televisivo con lo sfidante Emmanuel Macron per il ballottaggio accusò quest’ultimo di “svendere” un pezzo di Francia, sentendosi replicare un laconico “lei non sa di cosa parli”. Quando il giovane centrista vinse le elezioni presidenziali, Fincantieri tirò un sospiro di sollievo, date le credenziali liberali del nuovo inquilino dell’Eliseo. Invece, tra i primissimi atti di Macron vi fu proprio la nazionalizzazione di Stx France, un esproprio di fatto ai danni dell’italiana.

Al termine di mesi di trattative e polemiche, agli inizi dello scorso anno viene raggiunta intesa tra governo francese e quello italiano ancora guidato dal premier Paolo Gentiloni, che sa di parziale resa di Roma: a Fincantieri resta il 50% del capitale di Stx France, mentre al complesso degli attori francesi (stato, Naval Group, dipendenti e altre imprese locali) va il 49%. Il restante 1% viene affidato temporaneamente all’italiana, ma soggetto a monitoraggio periodico. In altre parole, se Fincantieri dovesse in un qualche modo indispettire gli azionisti di minoranza francesi, rischia di perdere quell’1% e di ritrovarsi con una quota paritetica a quella loro, perdendo di fatto il controllo.

Un politico protezionista? Monsieur Macron!

La Francia e l’assenza di rispetto delle regole

Già sembrava una “diminutio capitis” a dir poco vergognosamente perpetuata ai danni di un soggetto privato e in relazione a un’operazione portata avanti legittimamente, in barba alle regole e alle chiacchiere sul libero mercato; ma il bello è arrivato nel gennaio scorso, quando la Commissione europea ha annunciato che il caso Stx-Fincantieri verrà esaminato per verificare eventuali lesioni alla concorrenza nella cantieristica navale UE.

E sapete su ricorso di chi? Di Francia e Germania. Che i tedeschi scendano in difesa dei loro interessi appare legittimo, che lo facciano i francesi, dopo avere espropriato e poi concesso un accordo quasi umiliante a Roma assume contorni a dir poco raggelanti sull’idea che Parigi ha della concorrenza, del rispetto delle regole e del mercato in Europa. E il caso puzza di bruciato ancora di più con la firma del Trattato franco-tedesco di poche settimane fa, che tra l’altro prevede il perseguimento di una politica industriale comune e la reciproca difesa degli interessi economici.

In sostanza, i due si spalleggiano sul piano degli interessi economici e indipendentemente da cosa dicano le regole europee. Se queste non vanno bene, non resta che cambiarle. Peccato che il resto dei 25 stati membri, Regno Unito escluso, non reagisca di conseguenza e continui a ragionare come se davvero nella UE le regole sul libero mercato venissero applicate da tutti. Provate a scalare un colosso delle utilities francese e vi ritroverete un muro di gomma contro cui rimbalzerete. In Italia, invece, la francese Vivendi ha potuto scalare, con modalità oggetto di indagini giudiziarie, Mediaset e TIM (ex Telecom), per non parlare dello shopping continuo (e legittimo) nel comparto moda o in quello alimentare. Il problema sta nella non reciprocità delle regole. Ogni qualvolta che una società italiana tenta di fare ingresso sul mercato francese, ecco spuntare argomenti come difesa di asset strategici e via discorrendo. Accadde negli anni Ottanta con il clima di opposizione duro all’acquisizione di Tele Cinq da parte di Silvio Berlusconi, nonché nel 2006 con il blocco del governo parigino della scalata di Gaz de France da parte di Enel.

E così, un anno fa fu deciso dal governo Gentiloni proprio l’ingresso della Cdp nel capitale TIM per fare sponda al fondo Elliott, che nel frattempo aveva rastrellato quasi il 9% del capitale della compagnia, al fine di mettere in minoranza Vivendi.

Qualcuno lamenterà che due torti non facciano una ragione, ma bisogna comprendere che non può e non deve essere più possibile per chiunque, francesi o meno, anche solo ipotizzare che l’Italia e il resto d’Europa siano solo prede di potenziali scorrerie nel nome di un mercato, che si pretende essere libero solo quando a comprare siano i propri connazionali, mentre quando accade il contrario si trovano gli escamotage normativi e politici per chiudersi a riccio, in difesa dell’interesse nazionale. Se questo è il modo di pensare di Francia e (forse anche) Germania, non c’è che dire: sono i più autentici rappresentanti del sovranismo, solo molto più ipocrita dell’altro che combattono.

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