Fuga di capitali dall’India. Tutti i limiti dell’economia del gigante asiatico

L'assenza di riforme rende l'economia di Nuova Dehli molto vulnerabile. Forti timori per nuova crisi come avvenne nel 1991. il governo e il parlamento sembrano paralizzati dalle elezioni della primavera 2014

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L'assenza di riforme rende l'economia di Nuova Dehli molto vulnerabile. Forti timori per nuova crisi come avvenne nel 1991. il governo e il parlamento sembrano paralizzati dalle elezioni della primavera 2014

Per capire lo stato malaticcio dell’economia indiana basterebbero pochi dati. In soli sei mesi, la rupia indiana è crollata del 20%, portandosi da un cambio di 51 per un dollaro a uno di 65, record negativo assoluto. I titoli di stato indiani a 10 anni rendono quasi il 9,5%, non lontani dal 10% circa dei titoli ellenici, che pure rappresentano un metro al ribasso per i bond pubblici del pianeta.

Da tre mesi a questa parte, gli investitori stranieri hanno venduto titoli di stato indiani per 10 miliardi di dollari, facendo scendere al 43% la quota da loro detenuta sul tetto di 30 miliardi imposto dal governo di Nuova Dehli. Fenomeno che ha certamente contribuito al forte passivo delle partite correnti (saldo commerciale + capitali), con il solo deficit commerciale esploso a 87,8 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, pari al 4,5% del pil, a conferma della rapida perdita di competitività delle merci del sub-continente asiatico e della scarsa attrattività a livello finanziario. Inutili i dazi sull’oro aumentati per tre volte nel corso dell’anno e oggi al 10%. Inutili le altre misure amministrative, tese a controllare i movimenti dei capitali, ma che hanno aggravato la fuga già in atto da tempo dall’India.

La crescita è rallentata al 4,8% nel primo trimestre, un livello particolarmente basso per l’economia di uno tra i più importanti paesi emergenti, uscita da un boom decennale incoraggiante. L’inflazione, che a giugno ha sfiorato il 10%, contribuisce al passivo commerciale e esacerba una situazione sociale interna potenzialmente a rischio.

Nonostante la nomina dell’ex capo economista dell’FMI, Raghuram Rajan, alla guida della Reserve Bank of India, la fiducia degli investitori è molto bassa. Il premier Manmohan Singh è a capo di una coalizione debole e in vista delle elezioni della primavera del 2014 c’è la sensazione che non si muova foglia in Parlamento e nel suo governo.

Secondo uno studio di Prs Legislative, quello di Singh, al potere dal 2009, sarebbe l’esecutivo meno produttivo degli ultimi trenta anni, in termini di risultati ottenuti. Si teme un nuovo 1991, quando il fortissimo passivo delle partite correnti aveva fatto rimanere il paese con riserve di valuta straniera sufficienti a coprire le importazioni di beni e capitali per soli 13 giorni, con l’India costretta a chiedere un prestito al Fondo Monetario, impegnandosi in cambio ad attuare misure liberalizzatrici della sua economia. Certo, oggi la situazione è molto più tranquilla, essendoci riserve per altri sette mesi, ma non per questo si dormono sonni tranquilli a Nuova Dehli, alle prese con un’inflazione scottante, una crescita in frenata e una fuga di capitali verso l’estero.

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