Fuga dai bond: perché il ritorno dell’inflazione fa così paura?

E' fuga dai bond negli USA e in Europa. L'inflazione si riaffaccia e gli investitori iniziano a scontare uno scenario cupo per il mercato obbligazionario.

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E' fuga dai bond negli USA e in Europa. L'inflazione si riaffaccia e gli investitori iniziano a scontare uno scenario cupo per il mercato obbligazionario.

Questa settimana si è caratterizzata sui mercati finanziari per un pronunciato sell-off dei bond in gran parte delle economie avanzate. I rendimenti dei Treasuries a 10 anni sono saliti all’186-87%, ai livelli massimi dal maggio scorso, segnando un rialzo settimanale di oltre una decina di punti base. I nostri BTp per la medesima scadenza viaggiano ormai sopra l’1,60%, mentre fa impressione notare l’andamento dei titoli tedeschi: in poche sedute, i rendimenti decennali dei Bund sono passati da negativi a zero e ora si attestano in prossimità dello 0,2%.

Risultano ora acquistabili dalla BCE a partire già dalla scadenza quinquennale (inclusa), attestandosi i relativi rendimenti sopra il tasso minimo richiesto del -0,4% dal “quantitative easing”. (Leggi anche: Effetto Draghi, capitali in fuga dai bond)

Ma cosa sta succedendo? La causa di queste vendite massicce di titoli obbligazionari si chiama inflazione. Pur restando al di sotto dei target delle principali banche centrali, negli USA e nell’Eurozona, la crescita dei prezzi mostra un’accelerazione. Caso a parte il Giappone, che proprio ieri ha pubblicato i dati sulla sua inflazione, in calo tendenziale per il settimo mese consecutivo a settembre e dello 0,5%.

Bond con cedola fissa poco appetibili con ritorno dell’inflazione

Tokyo resta alle prese con la difficoltà di uscire da una deflazione ormai ventennale, mentre negli USA il tasso di crescita dei prezzi “core” è passato dall’1,1% di agosto all’1,5% di settembre. Nella stessa Eurozona, il mese scorso si è registrata un’inflazione dello 0,4%, ancora lontanissima dal target di quasi il 2% della BCE, ma la risalita più veloce delle attese sta surriscaldando le aspettative. Lo spread tra il rendimento dei Treasuries a 10 anni con cedola fissa e quello degli omologhi con cedola legata all’inflazione è ora dell’1,7%, una misura che segnala quale sarebbe l’aspettativa d’inflazione da parte del mercato.

E’ evidente, che più sale l’inflazione, meno appetibili diventino i bond con cedola fissa e questo, indipendentemente dai bassi livelli di crescita dei prezzi attuali. Il perché potremmo spiegarlo con un dato: se l’inflazione viaggiasse all’1% all’anno, ci vorrebbero 70 anni, prima che il valore di un investimento venga del tutto eroso.

Se salisse al 2%, basterebbero già 35 anni, la metà. (Leggi anche: Banche centrali destabilizzeranno l’economia mondiale)

 

 

 

Fanno peggio i titoli con scadenze lunghe

Non è casuale, quindi, che a soffrire maggiormente per la risalita dell’inflazione siano proprio i bond con medio-lunghe scadenze, come il nostro BTp 2067, emesso solo il 4 ottobre scorso e che si sta rivelando una disgrazia per gli incauti investitori, che lo hanno acquistato all’atto della sua emissione. Le perdite in poco più di tre settimane ammontano ad oltre il 6,5%. Chi ne ha acquistati per un investimento complessivo di 100.000 euro, già ne ha persi 6.500 euro, ovvero circa 300 euro al giorno, week-end inclusi. (Leggi anche: Bond a 50 anni a -6,6% in 3 settimane)

Più in generale, l’indice Global Broad Market di BofA Merrill Lynch segnala perdite per il 2,5% in un solo mese per i bond con rating investment grade, emessi nei paesi avanzati. E si calcola, che un aumento dei rendimenti di solo l’1% farebbe ridurre i prezzi di questi bond del 6,9%, infliggendo perdite ai detentori per complessi 3.360 miliardi di dollari nel mondo.

Afflussi record verso titoli inflation-linked

Come proteggersi da questo scenario? Gli investitori si stanno mettendo al riparo, puntando già sui bond legati all’inflazione, ovvero le cui cedole sono agganciate alle variazioni dei prezzi. Questa settimana, gli afflussi verso questi titoli sono stati pari a 1,1 miliardi di dollari, i maggiori dall’aprile dello scorso anno e i secondi maggiori dal 2007.

I titoli azionari dovrebbero beneficiare di queste aspettative d’inflazione più elevate, in particolare, proprio quelli legati al comparto energetico e delle materie prime. E dire, che siamo ancora solo a un accenno di ripresa dei prezzi, non certo a un’inflazione galoppante. Tra la fine del 2011 e l’inizio di quest’anno, ad esempio, i prezzi delle materie prime si sono più che dimezzati, mentre da allora si sono risollevati di appena il 17%.

(Leggi anche: Crisi materie prime per tutto il 2016)

 

 

 

Il peggio deve arrivare

Pur in presenza di variazioni positive minime dei prezzi, quindi, stiamo assistendo a una fuga dai bond. Seguendo il ragionamento sopra descritto, non potrà che andare peggio. Che ne sarà dei nostri BTp, quando l’inflazione in Italia salirà dallo zero attuale all’1,5-2%. A parità di rendimento reale, è evidente che un decennale dovrebbe portarsi al 3-3,5%, sempre non tenendo conto che tra non oltre un anno, la BCE inizierà a ritirare gli stimoli monetari e verrà meno per i titoli del nostro debito il principale acquirente di quest’ultimo anno e mezzo. La festa si avvia a concludersi e quando la musica si spegnerà, quanti si sono sballati resteranno storditi e frastornati. (Leggi anche: Economia italiana, inflazione senza crescita sarebbe un disastro)

 

 

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