Frau Merkel punita, ma l’economia tedesca brilla: cosa non va in Germania?

La rivolta elettorale in Germania sembra paradossale, considerando il buono stato di salute dell'economia tedesca. Vediamo cos'è successo alle urne.

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La rivolta elettorale in Germania sembra paradossale, considerando il buono stato di salute dell'economia tedesca. Vediamo cos'è successo alle urne.

Vincere perdendo sarà stata una sensazione amara per la cancelliera Angela Merkel, che domenica sera, poco prima delle 19.00, commentava i risultati delle elezioni federali in Germania con un viso che lasciava trasparire tutta la delusione per un esito a dir poco negativo per il suo partito. L’unica nota positiva per Mutti sta nel fatto che è arrivato primo e che le distanze con i socialdemocratici sono rimaste nell’ordine dei 13 punti percentuali, essendo sprofondata l’SPD ai minimi storici e sotto il 20%. Per il resto, non solo non potrà più avvalersi della donazione di sangue da parte degli alleati-avversari nella Grosse Koalition, ma dovrà pure cercare di formare il prossimo governo con due partiti – liberali e Verdi – in un esperimento inedito sul piano federale. (Leggi anche: Germania, rivolta dei tedeschi in cabina)

Eppure, l’economia tedesca non giustificherebbe quella rivolta in cabina elettorale appena consumatasi, consegnando la terza posizione al Bundestag agli euro-scettici dell’AfD. Cos’è successo? A guardare la mappa dei risultati, si scopre l’acqua calda: la destra anti-UE ha sfondato nell’est della Germania, dove i suoi consensi sono arrivati anche oltre il 30%, come nell’area tra Lipsia e Dresda o nel nord, al confine con la Polonia. Nell’ovest e nel sud, invece, ha preso meno della media nazionale. Non si può dire, ad esempio, che abbia sfondato nell’area renana, il distretto industriale, dove si concentra gran parte della manifattura tedesca, che pesa per il 19% del pil, quando in Francia non si va oltre il 12% e negli USA si attesta al 10%. Compete solo l’Italia con il suo resiliente 18%. Qui, la prima forza politica è stata la CDU della cancelliera, seguita dall’SPD.

Le distanze tra est e ovest

Altro dato di interesse per gli statistici: i liberali dell’FDP sono andati meglio nel sud e nell’ovest della Germania, mentre hanno floppato nell’est. In sostanza, il partito di Christian Lindner si è mostrato quasi intercambiabile con quello euro-scettico nell’occupare lo spazio del malcontento verso la cancelliera. Dove è andato forte l’uno, l’altro è stato debole. Queste cifre, per quanto superficialmente, segnalerebbero due dati: chi si è rivoltato contro la Merkel l’altro ieri lo ha fatto per protestare contro la sua politica economica da un lato e per dire “nein” alla sua gestione dei dossier europei. Nel primo caso, si sono avvantaggiati (limitatamente) i liberali, che sembrano in grado di rappresentare parte della Mittelstand occidentale, nel secondo gli euro-scettici, che sembrano avere colto la disaffezione crescente nell’est della Germania, in particolare, per un’Europa percepita più come oneri e vincoli solidaristici a discapito dell’interesse nazionale, secondo una tendenza che sta riguardando un po’ tutte le economie orientali. (Leggi anche: Intervista alla leader euro-scettica tedesca)

A fronte di un tasso di disoccupazione nazionale inferiore al 4%, nell’est è di 1,5 volte più alto. Ciò spiegherebbe parte del malcontento, ma non parliamo di livelli tali da scatenare proteste e riflussi elettorali, anche perché persino nelle aree più depresse dell’est si registra negli ultimi anni un notevole miglioramento degli standard di vita, captati anche dai dati macro. Quanto al reddito pro-capite, la media nazionale si attesta sui 38.650 euro all’anno, ma con forti disparità tra est e ovest, con i Laender orientali a registrare livelli inferiore ai 30.000 euro.

Disoccupazione tedesca bassa, cosa non quadra?

E secondo l’ufficio statistico federale Destatis, nel 2015 in Germania era affetto dal problema povertà o da condizioni di ristrettezze economiche un quinto esatto della popolazione (20%), meno della media europea di allora del 23,7%, ma la percentuale si mostrava invariata rispetto al 2008, prima cioè che anche l’economia tedesca fosse colpita dalla crisi finanziaria prima ed economica subito dopo.

Anche in questo caso, la percentuale di poveri nell’est si mostra più elevata, ma di poco, non tale da autorizzare a parlare di un allarme povertà specifico per i nuovi Laender. (Leggi anche: Economia tedesca in gran forma, ecco come la lascia Frau Merkel)

E’ vero, i livelli di vita nella Germania orientale restano più bassi di quelli dell’ovest, ma è sempre stato così dalla riunificazione ad oggi, anzi le distanze si sono semmai ridotte e non ampliate. E allora, o i tedeschi sono diventati improvvisamente più esigenti o dietro ai dati ufficiali si cela altro. L’aspetto più curioso sta nella tendenza stagnante della povertà, pur a fronte di un mercato del lavoro in piena occupazione, come se avere un impiego non fosse più automatica garanzia di vivere al di fuori del raggio di povertà. Una delle accuse principali delle opposizioni alla cancelliera riguarda i cosiddetti Minijobs, quei posti di lavoro ricoperti part-time e malpagati, i quali pur tenendo la disoccupazione ufficialmente a livelli molto bassi, non creerebbero tra i lavoratori tedeschi quella sensazione di reale benessere, come si evincerebbe dai dati. Resta il fatto che il pil quest’anno dovrebbe crescere sopra il 2% in Germania e che la crescita economica è stata nell’ultimo decennio ai vertici europei.

Contro cosa protestano i tedeschi

Si tenga conto, però, che la Germania ha un livello di tassazione su famiglie e imprese molto alto, tra i maggiori in Europa. La pressione fiscale tedesca è solo di poco più bassa di quella italiana, mentre gli investimenti in infrastrutture, specie digitali, restano tra i più carenti del continente. Il boom di voti per i liberali non sarebbe casuale, segnalando la richiesta di una politica fiscale meno oppressiva e più favorevole al business. Da questo punto di vista, la Germania si mostra abbastanza bisognosa di riforme, con la Commissione europea ad avere chiesto più volte a Berlino di liberalizzare i suoi servizi, aprendoli alla concorrenza interna e straniera.

Frau Merkel ha parzialmente tradito il suo ultimo mandato, avendo dovuto concordare con la sinistra alleata di governo l’introduzione del salario minimo, sacrificando tagli alle tasse e regole meno stringenti per le imprese. A ciò si aggiunge lo shock dell’apertura indiscriminata delle frontiere a 1,3 milioni di profughi in appena un anno, scelta rivendicata con orgoglio dalla cancelliera in campagna elettorale, che le ha alienato le simpatie di milioni di tedeschi nelle aree più povere della Germania, dove l’ingresso di potenziale manodopera straniera non è avvertita positivamente. La debacle di domenica segnala a conservatori e socialdemocratici la necessità di tornare alle origini, di ridarsi un’identità più definita e di offrire un’alternativa rispetto all’avversario. I tedeschi sembrano stancarsi di essere noiosi in politica: chi vota SPD chiede un programma di sinistra, chi vota CDU-CSU uno di centro-destra. E i due non si tengono assieme in eterno. (Leggi anche: Ecco perché la politica tedesca si sposterà a destra)

 

 

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