Frau Merkel è politicamente finita, ecco cosa significa per l’Italia

La crisi politica in Germania con una cancelliera Merkel debole non depone in favore dell'Italia, che rischia grosso su conti pubblici e banche.

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La crisi politica in Germania con una cancelliera Merkel debole non depone in favore dell'Italia, che rischia grosso su conti pubblici e banche.

Dalle elezioni federali in Germania del 24 settembre scorso sono passati quasi due mesi e l’unico dato certo appare ad oggi uno e uno solo: la cancelliera Angela Merkel è politicamente, e forse pure istituzionalmente, finita. Dopo avere portato la sua CDU-CSU ai minimi termini dal 1949, non è riuscita nemmeno a trovare un’intesa con i Verdi e gli storici alleati liberali, il cui segretario Christian Lindner si sta dimostrando una volpe oltre le attese. Il 38-enne leader della FDP, che è riuscito a più che raddoppiare i consensi di 4 anni prima, quando sotto Philipp Roesler non era riuscito per la prima volta dal Secondo Dopoguerra ad entrare nel Bundestag, ha rovesciato il tavolo delle trattative, formalmente su questioni socialmente rilevanti come tasse, euro e migranti. L’uomo aveva chiesto un taglio delle aliquote doppio rispetto a quello concesso dai conservatori, maggiore rigore verso i partner dell’Eurozona (e “nein” assoluto alle proposte di riforma del presidente francese Emmanuel Macron), mostrandosi contrario, come gli stessi conservatori, ai ricongiungimenti familiari per i migranti, chiesti dai Verdi. (Leggi anche: Italia non si rallegri di Merkel debole, rischio paralisi)

Diciamoci la verità con franchezza: Lindner avrebbe pure potuto trovare un accordo, ma ha preferito recitare il ruolo dello sfasciacarrozze. Perché? Come egli stesso ha dichiarato per giustificare la sua mossa a sorpresa di domenica, “meglio non governare che fingere di governare”. In queste parole, si trova tutta la realtà di quant’è accaduto. Lindner ha capito che il quarto eventuale governo Merkel si reggerebbe su mediazioni continue, su nasi turati da ogni parte e su una piattaforma programmatica pallida, che alla fine avrebbero scontentato gli elettori di tutti e tre gli schieramenti della inedita maggioranza.

Anche perché stavolta, a differenza che in passato, all’opposizione nel Bundestag vi è una forza politica euro-scettica (AfD), capace di dare una casa a quell’elettorato di centro-destra adirato con le politiche merkeliane di apertura delle frontiere e incapaci di fare rispettare le regole agli alleati dell’Eurozona.

In più di un’occasione vi abbiamo scritto che il partito di Lindner non usa proclami molto differenti da quelli degli euro-scettici tedeschi, differenziandosi per i toni e per un’impostazione formalmente molto filo-europeista. L’FDP è consapevole che non può permettersi più di appoggiare un governo inconcludente sul piano delle promesse elettorali, altrimenti finirebbe nuovamente fuori dal Bundestag al prossimo giro, divorato elettoralmente dalla concorrenza a destra dell’AfD.

Fine della flessibilità

Il clima in cui si sono tenute le trattative spiegherebbe molto di quanto stia accadendo in Germania. Siamo alla fine di un’era, in cui la stabilità politica non è più scontata, così come non è più scontato il mantenimento dello status quo in Europa. Berlino ha abbaiato molto negli ultimi anni, ma non solo non ha mai morso, anzi dietro le quinte ha dato ai paesi in crisi del sud tutto l’appoggio di cui avevano bisogno, in forma di flessibilità fiscale e di rinvio alle calende greche delle riforme economiche necessarie per rilanciare la crescita. (Leggi anche: Troika più vicina all’Italia, così ci commissaria dopo le elezioni)

Il vento è cambiato. Tra liberali ed euro-scettici, quasi un quarto dei tedeschi a settembre ha votato per porre fine al lassismo nell’Eurozona, per dire addio realmente ai salvataggi pubblici o bailouts di stati e banche, per chiudere nuovamente quelle frontiere spalancate disastrosamente dalla cancelliera poco più di due anni fa, per difendere l’euro su basi diverse da quelle “degenerate” alle quali è arrivato oggi tra flessibilità fiscale e stimoli monetari come se non vi fosse un domani. E su queste posizioni, va detto, anche i conservatori bavaresi della CSU di Horst Seehofer concordano, così come nella stessa CDU si levano le voci critiche contro la cancelliera, sebbene nessuno osi ancora metterne in forse la leadership, non fosse altro perché non ve ne sarebbe pronta una sostitutiva.

Attorno alla Germania, quasi tutto si muove a sostegno delle tesi di Lindner. In Austria sta per diventare cancelliere Sebastian Kurz, un 31-enne dello stesso schieramento di Frau Merkel, ma che punta ad allearsi con la destra euro-scettica; nella Repubblica Ceca ha appena vinto le elezioni l’euro-critico Andrej Babis, appartenente alla famiglia dei liberali europei; in Polonia e Ungheria sono al governo gli euro-scettici, mentre in Olanda ha rivinto le elezioni nel marzo scorso il conservatore e alleato della cancelliera, Mark Rutte, ma deve ancora formare il governo, con gli ex alleati laburisti praticamente scomparsi. E mentre si attende l’esito delle imminenti elezioni politiche italiane, unica consolazione apparente per Berlino resta l’europeista Macron in Francia, anche se il suo cammino dipende in grossa parte proprio dalla capacità di fare sponda con gli alleati tedeschi sulle questioni europee.

L’impatto sull’Italia

Questo cambiamento quasi irritualmente veloce in Germania avrà implicazioni piuttosto concrete anche sull’Italia. Avete fatto caso alle richieste al nostro governo di ulteriori sforzi per risanare i conti pubblici e alle nostre banche per smaltire le sofferenze da parte rispettivamente della Commissione europea e della BCE? Come mai una simile accelerazione, quando siamo a ridosso di elezioni cruciali per il futuro dell’Italia nell’Eurozona? Ebbene, questi sarebbero segnali piuttosto evidenti che dopo il voto tedesco, per quanto inconcludente in sé per formare un nuovo governo, il clima non sia più quello flessibile fino al giorno prima.

All’Italia viene già chiesto esplicitamente di tagliare il deficit e di sostenere le ricapitalizzazioni bancarie anche applicando stavolta il “bail-in”, provvedimenti indispensabili per ripristinare la fiducia dei mercati verso la nostra economia e, quindi, per sperare di tornare a crescere il prima possibile a ritmi sufficienti per abbattere l’alto grado di indebitamento pubblico.

A differenza delle passate elezioni, pare che Bruxelles voglia mettere in chiaro che non accetterà da parte dei due schieramenti tradizionali una campagna demagogica, piena di promesse irrealizzabili e che renderebbero molto più difficile l’attuazione del da farsi per il dopo. Non siamo ancora all’aut-aut formale, ma poco ci manca che i commissari ci mettano con le spalle al muro e ci chiedano una volta per tutte di chiarire se vogliamo o meno restare nell’euro. Se la risposta sarà sì, com’è ovvio, le ricette da eseguire saranno quelle e non altre.

Non importa come finirà questa crisi politica tedesca. E’ evidente sin d’ora che vi sia uno spostamento a destra al Bundestag, quand’anche si dovesse proseguire con una Grosse Koalition. La Merkel è spacciata, non potrà più continuare a non decidere su tutto e quali che saranno le sue scelte, si alienerà le simpatie dei governi alleati o dei suoi stessi elettori e deputati. Il tempo delle non decisioni è finito e per l’Italia non sono buone notizie, visto che non abbiamo approfittato di tutte le occasioni offerteci in questi anni dai commissari e Mario Draghi per rimettere in carreggiata i nostri conti pubblici e per varare riforme urgenti, per quanto spesso impopolari. (Leggi anche: Euro-scettici in Germania sposteranno la Merkel a destra)

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