Francia: raffica di scioperi contro Macron, che teme un nuovo 1995

Il presidente francese Emmanuel Macron affronta da oggi numerosi scioperi del settore pubblico contro le sue riforme della Pubblica Amministrazione. Ferrovieri sul piede di guerra. L'Eliseo vuole evitare il ripetersi di un nuovo 1995.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente francese Emmanuel Macron affronta da oggi numerosi scioperi del settore pubblico contro le sue riforme della Pubblica Amministrazione. Ferrovieri sul piede di guerra. L'Eliseo vuole evitare il ripetersi di un nuovo 1995.

E’ un giorno particolare per Emmanuel Macron, presidente della Francia da 10 mesi. I ferrovieri, gli insegnanti e i controllori del traffico aereo protestano oggi contro la sua riforma del pubblico impiego. Il 30% dei voli in arrivo e in partenza dall’aeroporto di Parigi dovrebbe subire cancellazioni, così come il 60% dei treni ad alta velocità e il 75% delle corse degli intercity. I ferrovieri, in particolare, stanno ingaggiando una vera “guerra” con l’Eliseo, proclamando ben 36 giorni di agitazioni da qui al mese di giugno, con il serio rischio di paralizzare la Francia se non verranno ascoltate le loro ragioni.

Ad essere contestato è il piano del governo, che per decreto intende tagliare di 122.000 dipendenti pubblici la massa dei 5 milioni di statali entro il 2022, al contempo eliminando lo status di lavoro garantito a vita e alcuni trattamenti pensionistici favorevoli, come quelli di cui beneficiano per l’appunto i 260.000 ferrovieri della SNFC, società altamente indebitata e i cui dipendenti riescono ad andare in pensione dai 50 anni in poi. Privilegi, che non verrebbero più concessi ai neo-assunti, che perderebbero anche la garanzia del posto fisso, mentre il mercato dei treni verrebbe aperto alla concorrenza. E in generale, i dipendenti pubblici non avrebbero più la certezza di aumenti automatici di stipendio, con il governo a perseguire l’obiettivo di legare le loro retribuzione almeno parzialmente a criteri meritocratici.

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Riforme popolari, ma non Macron

Insomma, una rivoluzione copernicana in un’economia, quella francese, dove lo stato spende ancora ben il 56% del pil e in cui i dipendenti pubblici rappresentano un quinto degli occupati, quando in Italia, che certo non è un paese dalla burocrazia snella, la loro incidenza si ferma a poco più di un ottavo. E i francesi sembrano apprezzare in stragrande maggioranza (70%) le riforme di Macron, ma paradossalmente starebbero sostenendo, sempre a maggioranza, gli scioperi indetti dai vari settori della Pubblica Amministrazione. Un’incongruenza, che si spiegherebbe con gli ultimi indici di popolarità del presidente 40-enne, scesi al 43%, ai livelli più bassi da quando egli è entrato all’Eliseo alla metà del maggio scorso.

Verso la fine del 2017 sembrava esservi stato un discreto recupero dei tassi di approvazione interni, grazie anche alla buona performance dell’economia, che è cresciuta del 2%, facendo scendere la disoccupazione sotto la soglia del 10%. Ma Macron continua a non piacere a gran parte dei francesi, percepito come “presidente dei ricchi”, una sorta di prodotto delle élite senza radicamento popolare. E’ pur vero che ha stravinto con circa i due terzi dei voti al ballottaggio delle presidenziali, ma forse per il solo fatto che contro ebbe la leader nazionalista Marine Le Pen. Egli sembra incurante della sua immagine negativa, continuando a collezionare gaffes e a mostrare toni percepiti come arroganti dalla trasversalità dell’elettorato.

Altra misura che riduce l’appeal del governo è l’aumento delle tasse a carico di 7 milioni di pensionati. Il governo del premier Edouard Philippe sta prendendo in considerazione di esentare dalla stangata i 100.000 di loro con redditi più bassi, nel tentativo di evitare un nuovo 1995, quando si saldarono le proteste di varie categorie sociali e il governo dell’allora conservatore Alain Juppé si trovò costretto a indietreggiare sulla riforma delle pensioni. In particolare, proprio i ferrovieri allora paralizzarono la Francia con 3 settimane infinite di scioperi, che sfiancarono tutti. Ci provò oltre un decennio dopo Nicolas Sarkozy a rivedere la previdenza e ha fatto anch’egli una brutta fine.

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Macron punta sugli esteri

Il primo anno all’Eliseo non è stato infruttuoso per Macron, essendo riuscito ad abbassare le tasse sui capitali e a varare una contestata riforma del lavoro, che è andata nel senso di una semplificazione delle norme sulle assunzioni e i licenziamenti, nonché a una liberalizzazione complessiva del mercato. Dalla sua, nonostante una popolarità bassa, il presidente ha un’opposizione divisa in ben 4 tronconi: estrema sinistra, sinistra socialista, destra repubblicana ed estrema destra euro-scettica. Gli stessi sindacati mostrano toni diversi tra loro. Questa sua politica di destra gli sta alienando le simpatie di molti elettori di sinistra, che meno di un anno fa lo votarono convinti che si trattasse di un leader, tutto sommato, progressista.

Per sostenere il più possibile la propria popolarità calante, Macron sta puntando da mesi sulla politica estera, ora con l’invio di militari nel Mali, ora con la proposta di riforma della UE e, in particolare, dell’Eurozona e ancora giocando a recitare il ruolo dell’alleato critico di Donald Trump in Europa, al contempo strizzando l’occhio a Vladimir Putin. E’ stato tra i pochi leader occidentali, ad esempio, ad essersi complimentati con il presidente russo per il trionfo elettorale di domenica scorsa.

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I guai con Germania e Italia

A complicargli la vita al di fuori dei confini nazionali sono, però, l’indebolimento della leadership tedesca e la vittoria delle formazioni euro-scettiche in Italia. L’Eliseo aveva molto puntato su un’affermazione dei socialdemocratici a Berlino, gli unici favorevoli in Germania alle sue ricette per rilanciare le istituzioni comunitarie, tra cui la nascita di un ministero unico delle finanze e un bilancio comune nell’Eurozona. Ma i due schieramenti tradizionali sono precipitati ai minimi consensi dall’era post-bellica e a fatica sono riusciti dopo 6 mesi a mettere su un governo, mentre le opposizioni di destra (liberale ed euro-scettica, entrambe contrarie alle riforme macroniane) sono volate a un quarto complessivo dei voti e dei seggi al Bundestag. Se da un lato, l’azzoppamento della cancelliera Angela Merkel gli ha consentito ultimamente di emergere più nitidamente sulla scena europea, dall’altro sembra un ballerino senza partner.

Quanto all’Italia, l’asse pre-elettorale con Matteo Renzi lo ha privato di interlocutori in Italia. Se egli 10 mesi fa vinceva sulle note della nona sinfonia di Beethoven, a Roma s’intona tutt’altro inno e le distanze tra la seconda e la terza economia dell’unione monetaria sembrano destinate a crescere sul piano politico. Tirando le somme, non è sugli esteri che potrà sperare di recuperare il consenso perduto sulle questioni interne. E la raffica di scioperi minacciata dai sindacati rappresenta un test per valutare la solidità della sua azione di governo dinnanzi a una popolarità che da qui a pochi mesi, di questo passo, dovrebbe iniziare a preoccuparlo.

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Argomenti: Francia