Francia e Germania d’accordo su bilancio comune e fondo europeo, ecco cosa significa

L'accordo di facciata sull'euro tra Francia e Germania sull'euro non scioglie alcun nodo. La cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron mostrano i limiti di un dibattito tutto franco-tedesco.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'accordo di facciata sull'euro tra Francia e Germania sull'euro non scioglie alcun nodo. La cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron mostrano i limiti di un dibattito tutto franco-tedesco.

La montagna ha partorito il topolino. L’atteso incontro tra la cancelliera Angela Merkel e il presidente Emmanuel Macron di ieri a Meseberg, nel Brandeburgo, è andato nella direzione auspicata da Parigi, ma nella sostanza le posizioni rimangono distanti. L’Eliseo ha ottenuto l’ok di Berlino al bilancio comune per i 19 membri dell’Eurozona, il quale opererebbe separatamente da quello comunitario, che riguarda tutti i 28 stati della UE (Regno Unito ancora incluso). Dovrebbe partire entro il 2021, ma non esistono dettagli su tutto il resto. Anzitutto, chi lo gestirebbe? La Francia chiede da quasi un anno la contestuale istituzione di un ministro delle Finanze unico nell’area, ma la Germania ha sempre osteggiato la proposta, temendo che si tratti di una figura politica, che finisca per sottrarre competenze sul piano tecnico ai commissari, rendendo le regole fiscali più flessibili e meno automatiche per il club dell’euro.

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E a quanto ammonterebbe il bilancio dell’Eurozona? Macron avrebbe desiderato che fosse nell’ordine di “centinaia di miliardi”, mentre Frau Merkel ha concesso solamente che sia di “decine di miliardi”. Considerando che il pil dell’unione monetaria si attesta a circa 11.500 miliardi, stiamo parliamo del nulla. Se fossero stanziati 50 miliardi all’anno, saremmo ad appena lo 0,4% del pil totale, non esattamente un importo insignificante, ma nemmeno tale da smuovere le acque, di costituire quella massa critica necessaria per avvertire un cambiamento significativo nella gestione accentrata delle risorse. E, poi, quali capitoli di spesa sarebbero investiti dal bilancio comune e quali ne sarebbero le entrate? Sarebbero stanziamenti dei governi o risorse attinte dal gettito fiscale specifico di ciascuno stato?

Riforme blande, accordo solo di facciata

Tante le domande, sinora poche le risposte. Si apprende che i due avrebbero anche concordato di potenziare l’ESM, il Fondo europeo di stabilità permanente, in modo da trasformarlo in un Fondo Monetario Europeo vero e proprio, che si riveli in grado di sostenere le economie con alti tassi di disoccupazione. Il nodo sarebbe sempre quello delle risorse e delle coperture, perché se ciascuno stato membro dell’area dovesse partecipare con versamenti pro-quota (in base al pil) e beneficiare in funzione sempre del pil o entro limiti massimi non troppo distanti da esso, sarebbe una non soluzione, una partita di giro senza effetti concreti per nessuno. E, soprattutto, assistere paesi con alti tassi di disoccupazione come Grecia, Spagna e Italia significa mettere in conto stanziamenti per decine di miliardi di euro, dunque, dell’entità almeno pari a quella dell’intero budget che verrebbe fissato annualmente per l’area.

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La Germania sta semplicemente mostrandosi disponibile a discutere di riforme blande per non mettere in discussione la propria visione fiscalmente conservatrice e contraria ai trasferimenti di ricchezza in favore degli stati in difficoltà, come si addirebbe a un’unione monetaria, in cui gli squilibri tra economie non possono essere ripianati con il gioco dei tassi di cambio. La linea di Berlino resta la stessa: riforme economiche per rendere più competitivi i paesi in crisi. Vero è anche, però, che dettagli sull’accordo non ne sono stati diffusi per rispetto degli altri partner dell’area, che dovranno dire formalmente la loro al Consiglio europeo di settimana prossima e che sinora sono stati spettatori passivi di un dibattito che li riguarda, ma che sembra essere una partita di ping-pong solo tra francesi e tedeschi. Né la cancelliera avrebbe potuto concedere di più, date le note divisioni in seno al suo stesso partito, quando già sul tema migranti sta vivendo in questi giorni la più grave crisi politica domestica da 13 anni a questa parte e rischia davvero di concludere la sua esperienza alla guida del governo tedesco.

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Argomenti: Crisi Eurozona, Economia Europa, Francia, Germania

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