Come i francesi in Italia pagheranno cara la grandeur di Macron

Le manie di grandezza di Emmanuel Macron potrebbero pagarli i suoi stessi imprenditori. L'Italia ha appena replicato alla "guerra" finanziaria di Parigi, mettendone a rischio gli interessi sul nostro mercato.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le manie di grandezza di Emmanuel Macron potrebbero pagarli i suoi stessi imprenditori. L'Italia ha appena replicato alla

La partita tra Italia e Francia non è giunta ancora nemmeno alla fine del primo tempo. Non parliamo chiaramente di calcio, bensì dello scontro in atto tra Roma e Parigi sulla difesa dei rispettivi interessi industriali e scatenata dalla nazionalizzazione di Stx, voluta pochi giorni fa dal presidente Emmanuel Macron, che nei fatti ha espropriato Fincantieri e Fondazione Cr Trieste, azionisti di maggioranza e di controllo sin dall’inizio dell’anno. La reazione del governo Gentiloni, nello specifico attraverso la persona del ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, non si è fatta attendere e stavolta sembra che il nostro paese stia facendo sistema per ribattere a quella che a tutti gli effetti potremmo definire l’arroganza dell’Eliseo. (Leggi anche: Scontro Italia-Francia su Stx-Fincantieri getta maschera su libero mercato UE)

Sono essenzialmente due i tavoli su cui Palazzo Chigi sta agendo per indurre Macron a più miti consigli: Mediaset e, soprattutto, Telecom Italia. In entrambe le società, il colosso francese delle comunicazioni Vivendi è azionista di peso, anche se solamente nella seconda esercita il controllo con il 23,9% del capitale detenuto, mentre non è riuscito a scalare Cologno Monzese, nonostante si sia portato a ridosso della soglia dell’OPA obbligatoria (29,9%), dovendo fare i conti con oltre il 40% nelle mani della famiglia Berlusconi tra azioni dirette e azioni riacquistate sul mercato e sottratte, quindi, alle mire di potenziali investitori ostili.

Le partite Mediaset e Telecom

Se già alla recente assemblea degli azionisti di Mediaset, Vivendi si era dovuta arrendere a lasciare il controllo in capo alla famiglia dell’ex premier, adesso dovrà compiere un altro passo in avanti, avendo dovuto accettare l’intimazione dell’Agcom, l’authority per le telecomunicazioni, di convogliare la partecipazione eccedente il 10% del colosso dei media italiano in un “blind trust”, sterilizzando i relativi diritti di voto.

Dunque, è ritirata potenzialmente rovinosa per la creatura di Vincent Bolloré, che aveva gestito il dossier Mediaset nel peggiore dei modi, osteggiando anch’egli un’arroganza del tutto inusitata nel mondo degli affari di un certo livello, ovvero acquistando prima Mediaset Premium – il segmento pay tv del Biscione – salvo successivamente tirarsi indietro nell’estate 2016, facendone crollare il titolo e contestualmente avviando la salita nel suo capitale. Roba, che ha acceso i fari della Consob e che ha portato la Procura di Milano a iscrivere i francesi nel registro degli indagati per il reato di aggiotaggio e su segnalazione della famiglia Berlusconi. (Leggi anche: Nuovo patto Berlusconi-Renzi su Mediaset-Telecom)

Se Mediaset sembra ormai una partita persa, i maggiori guai dovrebbero arrivare per Vivendi da Telecom. Subito dopo l’annuncio di Macron della nazionalizzazione di Stx, Calenda ha avviato l’iter per verificare la sussistenza delle condizioni per l’esercizio della “golden power”, così come prevederebbe il decreto del governo Monti del 2012, varato a tutela degli assets strategici nazionali.

Rischio di guerra finanziaria tra Italia e Francia

Tra oggi e domani, Vivendi dovrebbe inviare alla Consob la sua risposta alla richiesta di delucidazioni in merito al controllo della compagnia italiana. Secondo i vertici francesi, in Telecom verrebbe esercitato solo un controllo di fatto, ma non formale, tale da non consentire al governo italiano di avvalersi dei poteri speciali offerti dal decreto sulla “golden power” e, addirittura, evitando che Vivendi consolidi i 25 miliardi netti di debiti della controllata nei suoi conti, come chiedono, invece, le autorità italiane.

In sostanza, Bolloré e i suoi uomini vorrebbero la moglie ubriaca e la botte piena: controllo di Telecom senza che il governo italiano possa fare nulla per intralciarne l’operato e al contempo separazione contabile tra debiti Telecom e quelli di Vivendi. Ma la pacchia starebbe finendo, perché sembra quasi certo che i francesi non potranno continuare a restare in Italia alle attuali condizioni. Lo ha capito bene anche Arnaud de Pouyfontaine, presidente del cda di Vivendi, che ha proposto lo scorporo della rete Telecom dal resto degli asset della compagnia, pur mantenendo questa il 51%. (Leggi anche: Ispettori Consob a caccia di prove su scontro Vivendi-Cattaneo)

Sullo spin-off si è espresso pure il segretario del PD, Matteo Renzi, dicendosi favorevole. Resta da vedere se la separazione tra rete e servizio sia intesa in egual modo a Parigi e a Roma. Una volta ceduta la prima sul mercato, il suo valore si attesterebbe sui 15 miliardi di euro, ma restando il 51% in mano a Telecom, nei fatti dalla sua quotazione a parte si potrebbero ricavare non più di 7,5-8 miliardi di euro. Soldi, che la compagnia utilizzerebbe per abbattere l’indebitamento finanziario, di fatto a beneficio indiretto della stessa Vivendi, che nel caso si trovasse costretta a consolidare i conti, se li ritroverebbe già in parte ripuliti.

Telecom senza controllo rete?

E se il governo italiano non consentisse a Telecom di mantenere la maggioranza assoluta del capitale della società controllante la rete? Qui, si porrebbero due seri problemi per la compagnia: il valore dei titoli attualmente in mano agli azionisti scenderebbe e si creerebbero le condizioni per una scalata della rete da parte di società concorrenti, in grado di porre fine al quasi monopolio di fatto che ancora viene esercitato sul mercato domestico delle telecomunicazioni. L’investimento di Vivendi rischierebbe di polverizzarsi, perché una cosa è acquistare un colosso con dentro la rete e in condizioni di vantaggio sui concorrenti, un’altra è ritrovarsi in mano una compagnia priva del controllo delle infrastrutture e in condizioni di parità con le rivali sul mercato nazionale.

D’altra parte, l’obiettivo reale di Calenda sembra proprio questo: destare allarme in una delle grandi famiglie industriali francesi, in modo che dall’interno della Francia si creino pressioni su Macron per farlo desistere dall’attuare l’insensata nazionalizzazione ai danni degli italiani. Ma l’Eliseo non può perdere la faccia dinnanzi ai suoi concittadini, avviando la ritirata. Ha già offerto il 50-50 a Roma, che l’ha rispedito al mittente. La grandeur del 39-enne neo-bonapartista rischia di scatenare una guerra finanziaria tra Italia e Francia, con strascichi destinati a perdurare decenni, non anni. E pensare che avesse vinto le elezioni su una piattaforma europeista! (Leggi anche: Perché Macron tradisce le promesse liberali e colpisce l’Italia)

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Argomenti: Economia Italia, Francia