Forniture di petrolio all’Europa minacciate da Putin, vuole annettere la Bielorussia

Mosca e Minsk litigano sul piano del Cremlino di aggregare Russia e Bielorussia in un unico stato. E di mezzo ci vanno le forniture di petrolio per l'Europa.

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Mosca e Minsk litigano sul piano del Cremlino di aggregare Russia e Bielorussia in un unico stato. E di mezzo ci vanno le forniture di petrolio per l'Europa.

Aleksander Lukaschenko è presidente della Bielorussia dal 1994. Qui, l’apparato dei servizi segreti mantiene ancora il nome sovietico di Kgb. Non esiste un paese in Europa più alleato della Russia, tant’è che da Minsk a Mosca e viceversa si viaggia senza passaporto. Eppure, i rapporti con il presidente Vladimir Putin sono diventati molto tesi. Il Cremlino ha avanzato da qualche anno alla Bielorussia un piano di riunificazione tra i due stati. Lukaschenko si rifiuta di accettarlo, ambendo a rimanere un capo di stato, anziché diventare il governatore di una provincia dello stato russo. E così, le tensioni si sono spostate sul petrolio.

La Russia si è impegnata a inviare al partner 24 milioni di tonnellate di greggio all’anno, la media 2 milioni al mese. Tuttavia, a gennaio, cioè in pieno inverno, le forniture sono state tagliate a 500.000 tonnellate e anche a febbraio risulterebbero molto al di sotto degli accordi. Nelle scorse settimane, Minsk ha minacciato Mosca di appropriarsi dei barili mancanti, attingendo dal pipeline Druzhba, letteralmente “amicizia”, una conduttura che parte dalla regione orientale della Russia europea e che arriva fino al cuore dell’Europa, attraverso Bielorussia e Ucraina.

Druzhba fornisce 1 milione di barili al giorno al Vecchio Continente, circa un quinto delle intere esportazioni di greggio russe. E adesso, queste forniture sono a rischio, sia perché potrebbe almeno parzialmente appropriarsene la Bielorussia per compensare i cali dei barili ricevuti, sia perché Mosca chiuderebbe i rubinetti per evitare che ciò accada. Formalmente, Lukaschenko chiede a Putin di continuare a ricevere petrolio ai prezzi scontati concordati, mentre la posizione della Russia è perentoria: gli sconti potranno essere praticati solo alle amministrazioni ricadenti sotto il controllo di Mosca, non ai partner stranieri.

Dunque, solo nel caso di riunificazione tra i due stati saranno concessi e garantiti per i prossimi decenni.

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Perché Putin vuole la Bielorussia

Entrambi dispongono di armi a proprio favore. I russi lavorano da anni alla realizzazione del condotto North Stream 2 nel Nord Europa e del TurkStream a sud, mentre i bielorussi puntano a ridurre la loro dipendenza energetica da Mosca al 40%, grazie alle importazioni sostitutive da Arabia Saudita, Emirati Arabi e USA attraverso la Polonia. Ma il progetto baltico è minacciato dalle posizioni ostili di Washington, che nei giorni scorsi ha avvertito la Germania per bocca del presidente Donald Trump dallo stringere accordi con Putin sul gas. Dal canto suo, Lukaschenko non può credibilmente sostenere che le forniture del Golfo Persico o americane siano un’alternativa a quelle russe, perché esse imporrebbero prezzi di mercato, che Minsk non può permettersi di pagare. A dire il vero, la stessa Russia le venderebbe petrolio a prezzi di mercato e proprio su questo litigano i due paesi.

Per quale ragione Putin vorrebbe “annettere” la Bielorussia? Anzitutto, perché essa confina con la Polonia, trattandosi dell’ultimo cuscinetto ad oggi rimasto alla Russia per non ritrovarsi il “nemico” occidentale alle sue frontiere. Con la riunificazione, Mosca susciterebbe molti più timori nell’Unione Europea e potrebbe persino riuscire nell’intento di sganciare quest’ultima dalla linea estera e militare più dura di Washington. Inoltre, la riunificazione formalmente darebbe vita a un nuovo stato ed esigerebbe la riscrittura della Costituzione, grazie alla quale Putin azzererebbe i mandati presidenziali precedenti, allungandosi la vita al Cremlino per qualche altro decennio ancora. Di recente, ha annunciato un cambio di governo e la riforma costituzionale per trasferire maggiori poteri al Parlamento e al governo, in vista di un suo probabile ritorno a capo dell’esecutivo dopo la fine del mandato nel 2024.

Lukaschenko, che aveva anticipato già anni fa le intenzioni di Putin, si è mostrato abile ultimamente a oscillare tra Mosca e Occidente nelle relazioni diplomatiche.

E così, la UE ha quasi del tutto eliminato le sanzioni contro la Bielorussia, decise in passato per le restrizioni alle libertà politiche e civili. Sul piano economico, il paese rimane relativamente povero, con un pil pro-capite intorno ai 5.500 euro all’anno, poco competitivo, se è vero che non riesce ad uscire dai cronici pesanti passivi commerciali accusati, mentre ha sconfitto l’alta inflazione, esplosa sopra il 100% nel 2012, adesso scesa sotto il 5%. Tuttavia, i tassi di crescita rimangono bassi e persino rallentano bruscamente negli ultimi trimestri, segnando un ritmo annuale di appena l’1,8% nell’ultimo decennio. Fin troppo poco per un’economia emergente.

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