Fondo pensione Inps: cosa buona affidare la previdenza integrativa all’istituto?

L'Inps vorrebbe creare un suo fondo per la pensione integrativa. L'idea del presidente Pasquale Tridico non convince per diverse ragioni. E noi vi diciamo quali sono e perché urgono chiarimenti.

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L'Inps vorrebbe creare un suo fondo per la pensione integrativa. L'idea del presidente Pasquale Tridico non convince per diverse ragioni. E noi vi diciamo quali sono e perché urgono chiarimenti.

Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, ha lanciato l’idea di creare un apposito fondo pensione all’interno dello stesso istituto per gestire la previdenza integrativa degli iscritti. Obiettivo: aumentare il numero degli aderenti a una gestione previdenziale complementare, ad oggi fermo a 8,3 milioni, troppo pochi rispetto alla platea di oltre 23 milioni di lavoratori dipendenti e autonomi. Secondo Tridico, le risorse convogliate nel fondo servirebbero anche a potenziare gli investimenti in Italia.

Non mancherebbero a tale proposito numerosi esempi all’estero di enti previdenziali pubblici che offrono anche fondi per la pensione integrativa e i cui risultati appaiono positivi, spiega lo stesso presidente.

Pensione integrativa con pochi anni di contributi?

Il fondo pensione Inps dovrebbe essere approvato dal governo per debuttare e, in ogni caso, avrebbe natura volontaria, cioè gli iscritti deciderebbero in autonomia se aderirvi o meno. In caso affermativo, dovranno chiaramente versare premi periodici extra rispetto ai contributi obbligatori, al fine di costruirsi un assegno complementare per quando andranno in pensione. La domanda che sorge spontanea, a questo punto, riguarda la presunta “diversità” di tale fondo dai numerosi privati esistenti e operativi sul mercato italiano.

In poche parole, perché mai un fondo pensione Inps dovrebbe spronare gli italiani ad iscriversi a una gestione previdenziale complementare, quando da decenni possono farlo con fondi e assicurazioni privati? In teoria, la risposta sarebbe una e sola una: perché esso assicurerebbe rendimenti maggiori e/o garantirebbe maggiore sicurezza. E in che modo? In questi ultimi 10 anni, i fondi privati, a seconda del tipo di gestione, hanno garantito dal 3% al 4% all’anno di rendimento agli iscritti, nettamente più della rivalutazione media del TFR al 2%. Perché un fondo pensione Inps farebbe meglio?

Puntare solo sul mercato italiano?

C’è una postilla nel ragionamento di Tridico, che non dovremmo sottovalutare. Egli spiega che le risorse a cui il fondo attingerebbe sarebbero destinate agli investimenti in Italia. Dunque, si tratterebbe di un fondo che impiegherebbe i capitali raccolti perlopiù, se non esclusivamente, sul territorio nazionale. Questo solo in apparenza si mostra come una buona idea, se vogliamo “patriottica”, ma quando si tratta di investire il denaro proprio o degli altri, la differenziazione geografica e settoriale diventa fondamentale per contenere i rischi.

Un fondo pensione Inps che investisse quasi tutto il risparmio sul mercato azionario e obbligazionario italiano esporrebbe gli iscritti alle turbolenze finanziarie, economiche e politiche del nostro Paese.

Pensione integrativa, sistema contributivo e confusione con pensione di cittadinanza

Vero, in teoria oggi basterebbe solamente puntare sui BTp per garantirsi rendimenti annuali superiori a quelli che un qualsiasi investitore istituzionale potrebbe ottenere con gli altri assets. E sarebbe un investimento a rischio nullo. Ma questo vale per l’oggi, mentre non sappiamo cosa accadrà domani. E, in ogni caso, concentrare eccessivamente le risorse degli iscritti su un unico asset sembra una pessima idea in partenza. Del resto, se questa fosse la soluzione, ciascun risparmiatore farebbe da sé individualmente.

E, infine, siamo sicuri che un fondo pensione Inps disporrebbe del personale e dell’esperienza necessari? Investitori sui mercati finanziari non ci s’improvvisa. I fondi privati vengono scelti dai risparmiatori sulla base spesso proprio della loro lunga esperienza, una sorta di minima garanzia di professionalità. L’Inps vanta una storia di oltre 120 anni, ma non s’intende affatto di mercati. Il suo compito è di raccogliere i contributi obbligatoriamente versati dagli iscritti per pagare gli assegni ai pensionati attuali. E lo stato copre la differenza negativa, dato che il monte-spesa supera cronicamente le entrate. In soldoni, l’Inps non ha mai investito un centesimo dei nostri contributi, dovendoli impiegare subito per pagare le pensioni. Dunque, non possiede alcuna esperienza e cultura necessarie per operare sui mercati.

Gli esempi di Giappone e Norvegia non valgono

E quand’anche assoldasse una pletora di professionisti esterni, rimarrebbe privo di quel coordinamento imprescindibile per una seria attività privata. Imitare esempi come il Giappone e la Norvegia non sembra possibile. I rispettivi fondi pensionistici pubblici di questi due paesi da decenni operano sui mercati e investono in favore degli iscritti.

Oslo dispone di assets per oltre 1.000 miliardi di dollari, alimentati dai proventi petroliferi, grazie ai quali si può permettere di ottenere annualmente rendimenti netti positivi. La nostra Inps non dispone di entrate diverse dai contributi obbligatori, che non siano quelle attinte dalla fiscalità generale e, comunque, sempre finalizzate ai pagamenti e mai agli investimenti.

Copertura assicurativa privata per godersi la vita, l’assistenza statale non basta

In definitiva, l’idea di Tridico non è in sé da bocciare, ma non convince. In primis, perché non si capisce quale stimolo offrirebbe agli italiani per puntare sulla previdenza integrativa, esistendo già soluzioni private che funzionano molto bene. Secondariamente, perché il solo fatto che si voglia utilizzare questo strumento per indirizzarne le risorse raccolte sul solo mercato italiano lascia intendere obiettivi con finalità “politiche”, che poco si addicono a un fondo di natura privatistica. Terzo, perché per investire sui mercati servono esperienza e professionalità e l’Inps ad oggi possiede funzionari valorosissimi, ma che si occupano di altro.

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