Corsa alla previdenza integrativa, nonostante la crisi

Boom per i fondi pensione negli ultimi 5 anni, nonostante la crisi. Gli italiani dimostrano di volersi assicurare la vecchiaia con il ricorso alla previdenza integrativa.

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Boom per i fondi pensione negli ultimi 5 anni, nonostante la crisi. Gli italiani dimostrano di volersi assicurare la vecchiaia con il ricorso alla previdenza integrativa.

I fondi pensione battono ancora il Tfr in termini di rendimento medio offerto, come rivelando gli ultimi dati del Covip, la Commissione di vigilanza sulla previdenza complementare, relativi all’anno 2015, anche se ancora incompleti, in attesa della relazione annuale. In media, i rendimenti netti si sono attestati tra il 2,7% dei fondi negoziali al 3,7% dei nuovi Pip. Si tratta di percentuali più che doppie di quanto abbia reso il Tfr, ovvero poco più dell’1%. Infatti, considerando che anche nel 2015 l’inflazione in Italia sia stata intorno allo zero e che la rivalutazione è prevista dalle norme dell’1,5% fisso + il 75% dell’inflazione dell’anno, si ottiene che il rendimento lordo del Tfr è stato di appena l’1,2%. Ma la vittoria dei fondi pensione non è relativa a un solo anno, ma al lungo periodo. Tenendo conto dei dati dal 2000, si ottiene che nell’ultimo quindicennio, i primi battono il Tfr di circa l’8%. I fondi negoziali avrebbero reso mediamente in questo periodo quasi il 57%, mentre il Tfr meno del 49%. Certo, la lunga fase dei tassi zero sta colpendo pure i rendimenti della previdenza complementare, che nel 2014 si attestavano ancora al 7% e nel 2013 spaziavano dal 5,4% medio per i fondi negoziali al 12,2% dei nuovi Pip.

Tempi lontani, dato che le politiche di accomodamento monetario della BCE hanno sostanzialmente azzerato i tassi e portato in territorio negativo i rendimenti dei titoli di stato a breve scadenza.

Riforme pensioni hanno spinto alla previdenza integrativa

Non stupisce, quindi, che persino in tempi di crisi, gli italiani si stiano buttando sulla previdenza integrativa, consapevoli che i continui tagli delle pensioni per fare quadrare i conti pubblici mettono a rischio il loro standard di vita durante la vecchiaia. E dire che il governo, anzichè incentivare e premiare chi si assicura con risorse proprie, ha segnalato di punirlo, aumentando nel 2015 la tassazione sui rendimenti dei fondi pensione al 20% dall’11%. Ma le avversità non hanno fiaccato gli italiani, se è vero che al termine dello scorso anno risultavano iscritti a una qualche forma di previdenza complementare 7,3 milioni di persone, 2,2 milioni in più del 2011 (+43%), anno in cui esplose la terribile crisi del debito sovrano nel nostro paese e la più lunga recessione dal Secondo Dopoguerra.

     

Boom di iscritti e del patrimonio investito

Da allora, invece, la crescita è stata costante, magari a causa proprio della riforma Fornero, che avrebbe convinto in tanti ad optare per una pensione privata, in prospettiva di un assegno pubblico più lontano nel tempo e persino più magro. Nel 2012, ad esempio, la crescita della platea degli assicurati è cresciuta di 700 mila unità, di altre 400.000 nel 2013 e di quasi 350 mila nel 2014, segnando ancora un aumento di 760 mila unità nel corso dell’anno precedente. Nel 2009, anno dello scoppio della crisi finanziaria globale, gli iscritti ai fondi pensione erano ancora in Italia poco meno di 4 milioni e mezzo. Ma a crescere non sono stati solo gli aderenti, bensì pure la consistenza del patrimonio, passato in appena 4 anni da 90,8 miliardi a 138,4 miliardi di euro, segnando così una crescita di oltre il 52%. Ed è anche salito l’investimento pro-capite degli iscritti dai 17.800 euro del 2011 ai quasi 19.000 del 2015.

Patrimonio fondi, ripartizione degli impieghi

Il patrimonio risultava ripartito nel seguente modo nel 2015: 42,5 miliardi ai fondi negoziali, 19,4 miliardi ai Pip, 15,4 miliardi ai fondi aperti, il resto (intorno ai 61 miliardi) ai fondi preesistenti. Si tratta di un aumento rispettivamente di quasi 20 miliardi per i primi e di 7 miliardi per i fondi aperti, rispetto al 2011. Quanto agli impieghi di tale patrimonio, i dati non sono ancora disponibili per il 2015, per cui il confronto possiamo effettuarlo tra il 2011 e il 2015. Scopriamo che nell’anno di inizio della seconda recessione dal 2008, il 58% veniva investito in titoli del debito, di cui circa l’80% bond sovrani; il 12% in azioni e il 15% in OICR (Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio). In valori assoluti, le obbligazioni rappresentavano 31,5 miliardi di investimenti, i titoli di stato italiani 17,7 miliardi, quelli tedeschi 4,6 miliardi e francesi 3,2 miliardi. Nel 2014, la percentuale investita in obbligazioni saliva al 62,4% del totale, così come quella in azioni al 16,6% e in OICR scendeva al 12,6%.

Infine, i depositi rappresentano appena il 4,3% del totale. In valori assoluti, le obbligazioni erano 61,9 miliardi, i titoli di stato italiani 27,7 miliardi, quelli francesi 5,4 miliardi e quelli tedeschi 3,5 miliardi. Dunque, la crisi dei BTp non ha disincentivato i fondi ad acquistarli, anche perché le prospettive di guadagno si sono fatte maggiori nel corso degli anni passati, ritenendo al contempo marginale il rischio effettivo di default dell’Italia.        

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