Fondi all’editoria, perché eliminarli sarebbe un affare per il lettore

I fondi all'editoria non servono al pluralismo dell'informazione, ma a tenere sotto scacco le redazioni dei giornali. Vanno azzerati per avvicinare i lettori, mentre alla Rai servirebbe meno canone.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I fondi all'editoria non servono al pluralismo dell'informazione, ma a tenere sotto scacco le redazioni dei giornali. Vanno azzerati per avvicinare i lettori, mentre alla Rai servirebbe meno canone.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Vito Crimi, che ha la delega alle Comunicazioni, ha annunciato la proposta al governo di abrogazione dell’obbligo per le pubbliche amministrazioni di pubblicazione degli avvisi di gara e di aggiudicazione sui quotidiani nazionali e locali, che costa ogni anno 50 milioni di euro alle imprese aggiudicatarie, tenute al rimborso delle spese sostenute dagli enti. Si tratta di un giro d’affari, che alla fine si traduce in una forma occulta di sostegno al moribondo mondo dell’editoria italiana, che complessivamente gode di finanziamenti statali per circa 180 milioni di euro all’anno, di cui 47 milioni nel 2018 verranno assegnati in forma vera e propria di fondi a giornali e riviste. E Crimi paventa il rischio per i beneficiari di perdere tale sostegno, che se da un lato viene giudicato (dai diretti interessati) una misura in favore del pluralismo dell’informazione, dall’altro ha dimostrato ampiamente di provocare inefficienze e l’esatto contrario del pluralismo.

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Quest’anno, in relazione al 2016, sono stati assegnati 52 milioni di euro in favore di 53 testate giornalistiche, di cui 6 milioni sono andati ad Avvenire, 4,8 milioni a Italia Oggi3,7 milioni a Libero e 3 milioni a Il Manifesto. A partire da quest’anno, non potranno più ricevere fondi pubblici giornali di partito e legati ai sindacati e quanti non abbiano anche una versione digitale per le loro pubblicazioni.

Perché il taglio dei fondi all’editoria sarebbe un bene e non un male per il lettore italiano? Premessa obbligata: l’entità dei fondi varia di anno in anno sulla base delle disponibilità finanziarie dello stato e del “buon cuore” dei governi di turno, i quali tengono così per la gola i direttori delle testate. Pensate che sia facile per il complesso del sistema dell’informazione fare le pulci al governo che lo tiene spesso in vita con milioni di euro preziosi? Altro problema: se i fondi pubblici si rivelano determinanti per la sopravvivenza delle testate più insignificanti, quelle con poche copie vendute e poche visite online, è su questi che si concentra l’attenzione delle redazioni, ovvero si allenta il legame con i lettori (il mercato) e si rafforza la dipendenza verso lo stato. Credete per caso che questo tipo di giornalismo possa esitare un’informazione di qualità e davvero “libera”?

Pluralismo vero senza fondi pubblici

Senza fondi pubblici, è probabile che molte delle testate minori chiudano, a meno che non trovino il modo di ottenere un maggiore riscontro di pubblico. In sé non sarebbe un male, perché il pluralismo non è dato dalla presenza di tanti organi di informazione, se poi questi suonano magari tutti la stessa musica per pigrizia intellettuale o per assenza di stimoli o anche per non inimicarsi la principale fonte dei propri guadagni, ovvero i governi di turno. In questi anni, abbiamo assistito alla chiusura di giornali storici per la tradizione editoriale nazionale, senza che la qualità e il pluralismo dell’informazione ne abbiano minimamente risentito. Anzi, come se non fosse nemmeno accaduto. Eppure, quelle redazioni erano piene zeppe di giornalisti e dipendenti, ben oltre le necessità reali, mantenute in vita da un generoso sistema assistenziale pubblico, che certo non alimentava e alimenta né la qualità, né l’efficienza gestionale di quelle che pur restano società vere e proprie e con logiche di profitto.

Il caso più negativamente eclatante di informazione incompleta, tendenziosa e non sempre rispettosa dell’utente è rappresentato dalla Rai. La TV di stato gode di 1,8 miliardi di euro all’anno di incassi, grazie al canone in bolletta. Eppure, mai dai suoi studi sono uscite inchieste che abbiano fatto tremare il mondo della politica, della finanza, una benché minima linea editoriale originale, la capacità di fornire al pubblico una chiave di lettura propria dei fatti. Niente di tutto ciò. Viale Mazzini, complice il sistema delle nomine dei suoi dirigenti (in queste settimane verranno rinnovate le cariche), risulta sempre immancabilmente asservita al governo a ogni scadenza triennale dei suoi organi, poco attenta alle preferenze degli spettatori, ovvero del mercato, spacciando per servizio pubblico una politica del personale poco o per niente meritocratica e palinsesti da sbadiglio. Se avesse molto meno canone e molto più fatturato pubblicitario, dovrebbe fare i conti finalmente con il pubblico e molto meno con i desiderata dei politici. Azzerate pure i fondi all’editoria, perché chi li incassa risponde a chi li eroga e non a chi legge. In attesa che qualche illuminato (improbabile) si decida di fare lo stesso con il canone Rai.

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Argomenti: Economia Italia, Servizi pubblici