Fmi shock: prelievo forzoso del 10% sui conti correnti per uscire dalla crisi

L'ultimo rapporto dell'istituto esamina una proposta alternativa alle pratiche dell'inflazione o dell'aumento della pressione fiscale su imprese e lavoro per risolvere la crisi del debito nell'Eurozona: prelevare coattivamente il 10% dei depositi dei risparmiatore nei 15 paesi

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L'ultimo rapporto dell'istituto esamina una proposta alternativa alle pratiche dell'inflazione o dell'aumento della pressione fiscale su imprese e lavoro per risolvere la crisi del debito nell'Eurozona: prelevare coattivamente il 10% dei depositi dei risparmiatore nei 15 paesi

Quanto si legge nell’ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale è certamente uno shock passato inosservato nell’opinione pubblica. L’organismo propone una soluzione d’urto per risolvere la crisi del debito dell’Eurozona: il prelievo forzoso del 10% sui depositi netti dei risparmiatori nell’area.

I prelievi forzosi sono stati effettuati sia in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, sia in Giappone, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo stesso rapporto, tuttavia, ammette che le misure non ebbero l’effetto sperato, in quanto comportarono una fuga dei capitali da quei paesi e un’impennata dell’inflazione.

Ma nello stesso rapporto, si legge che le alternative potrebbero essere peggiori del prelievo forzoso. Esse sarebbero sostanzialmente il ricorso all’inflazione, considerata una vera tassa sul patrimonio, o l’aumento dell’imposizione fiscale sulle imprese e il lavoro, che comporta danni all’economia.

 

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Crisi Euro e conseguenze del prelievo forzoso

L’espediente di prelevare i soldi dai conti in banca dei risparmiatori, invece, sarebbe un shock iniziale, ma potrebbe contribuire con maggiore efficienza e celerità a risolvere il problema del debito pubblico nell’Area Euro. Se non fosse che una siffatta misura porterebbe al collasso dei sistemi bancari di quei paesi. Reggerebbero mai le banche prese d’assalto dai piccoli, medi e grandi risparmiatori, che sposterebbero altrove i loro depositi, privandole del bene fondamentale su cui si regge il loro business? La fuga dei capitali sarebbe inevitabile, immediata e di proporzioni gigantesche, innescando un meccanismo di fortissimo rialzo dei tassi, che distruggerebbe l’economia nel breve termine e farebbe aumentare il costo di rifinanziamento del debito pubblico stesso, ricreando in pochi anni la stessa montagna di passività oggi esistenti nei bilanci statali.

E magari ci ritroveremmo a parlare dopo pochi giorni su come intervenire per salvare nuovamente le banche al collasso, sborsando diverse centinaia di miliardi di euro, ossia re-indebitando il settore pubblico. Una misura sostanzialmente demenziale.

La credibilità dei governi sarebbe annullata nel giro di poche ore e il caos politico sarebbe lo scenario certo per quasi tutti i paesi dell’Area Euro, con una destabilizzazione dalle conseguenze catastrofiche. Abbiamo ricordato il caso tedesco post-Grande Guerra. Non dimentichiamoci che l’esito di quei provvedimenti fu l’ascesa per via democratica (non per un colpo di stato) del nazismo di Adolf Hitler.

Insomma, la proposta dell’FMI, per quanto potrebbe avere un fondamento logico, perché risolverebbe in modo radicale un problema che rischiamo di trascinarci per i decenni futuri, sarebbe impraticabile nella realtà. Ci chiediamo, semmai, come mai lo stesso FMI, “solerte” nel segnalare i problemi dell’Eurozona, non faccia altrettanto con l’America di Barack Obama, il cui debito pubblico in questi giorni oltrepasserà la soglia del 100% e si prevede che arriverà al 112% entro il 2016. Come mai, una proposta così scioccante non viene rivolta anche per gli USA, che a differenza dell’Europa non godono nemmeno di risparmi privati in grado di finanziare il debito pubblico federale, tanto che questi è detenuto in grossa parte nelle mani di fondi sovrani stranieri?

 

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