Flessibilità sul deficit? Non è più un’opzione per l’Italia, anzi non lo è mai stata

La flessibilità sui conti pubblici italiani non è più un'opzione nemmeno immaginabile. Il debito pubblico crescerà in misura esponenziale con il rialzo dei rendimenti sovrani.

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La flessibilità sui conti pubblici italiani non è più un'opzione nemmeno immaginabile. Il debito pubblico crescerà in misura esponenziale con il rialzo dei rendimenti sovrani.

I rendimenti dei nostri BTp a 10 anno hanno superato ieri il 2% per la prima volta da 16 mesi, mentre lo spread con i Bund tedeschi per la medesima scadenza è arrivato a 168 punti base, il livello più alto dall’agosto del 2014, quando ancora non era nemmeno certo che il governatore della BCE, Mario Draghi, avrebbe varato il “quantitative easing”. Ma colpisce ancora di più la distanza crescente con i rendimenti dei Bonos spagnoli, salita oltre i 50 bp, in area 52.

Il trend non è iniziato con l’elezione di Donald Trump alla presidenza USA, perché risale a questa estate, quando i titoli di stato della periferia dell’Eurozona hanno invertito la rotta e hanno ripreso a offrire rendimenti crescenti, contrariamente ai titoli “core”, che anche in previsione di diversi fattori di rischio, come le elezioni americane, mostravano prezzi ancora più bassi (e rendimenti ancora più bassi). (Leggi anche: Rendimenti BTp schizzano e spread a 160 punti)

Rendimenti BTp tornano a crescere

Con il risultato elettorale americano, semmai, è accaduto che la tendenza abbia subito un’accelerazione, riguardando stavolta, in misura minore, anche i titoli tedeschi e gli altri “core”, intravedendosi un ritorno dell’inflazione più veloce delle attese, per via del programma economico della prossima amministrazione Trump.

L’Italia viene colpita particolarmente dalle vendite sul suo mercato dei bond sovrani, un fatto che conferma le preoccupazioni di quanti hanno sinora sempre avvertito, che la discesa dei nostri rendimenti a livelli infimi fosse dovuta solamente all’anestetizzante della BCE, che con il QE ha slegato temporaneamente le valutazioni degli assets dai loro fondamentali. E l’economia italiana sta tutt’altro che in splendida forma, registrando tra le peggiori performance di tutto il mondo avanzato. (Leggi anche: Fuga dai bond, ritorno dell’inflazione fa paura)

 

 

 

Scontro tra Italia e Commissione su deficit e flessibilità

In questo clima, si capisce bene quanto siano timorosi i commissari europei, da mesi in lotta con il governo Renzi sui conti pubblici. Il premier italiano pretende ulteriore flessibilità fiscale, dopo averne ottenuta complessivamente per 19 miliardi di euro sul deficit, che Bruxelles stima in crescita al 2018, mentre l’Italia continua a prevedere un calo e una crescita economica superiore a tutte le altre stime indipendenti.

Se fino a qualche mese fa, l’ipotesi di concedere al nostro paese più flessibilità sui conti pubblici appariva quanto meno possibile nel breve periodo, il rialzo dei rendimenti di queste settimane ha del tutto azzerato le probabilità che questo percorso sia sostenibile. (Leggi anche: Flessibilità, Renzi aumenta ancora il debito)

Debito pubblico italiano rischia di crescere ancora

Rendimenti più elevati stanno arrivando prima che l’inflazione stessa attecchisca nella nostra economia e senza che nel frattempo abbiamo messo in sicurezza i conti pubblici, i quali sotto l’attuale governo hanno smesso di essere risanati, in virtù di politiche pro-crescita, basate sul deficit-spending, ma il cui esito è stato pressoché fallimentare.

Intendiamoci, la flessibilità non era mai stata un’opzione realmente disponibile per l’Italia, dato il nostro debito pubblico già al 133% del pil, il secondo più alto in tutta Europa dopo la Grecia. A ciò si aggiunga che la nostra crescita economica è anche tra le più basse nel mondo sviluppato. Siamo l’unica economia europea, ad esempio, che dal 2000 ad oggi abbia registrato un lieve calo del pil reale, quando persino la martoriata Grecia vanta complessivamente passi in avanti. (Leggi anche: Risanamento ancora più difficile con la fine dei tassi zero)

 

 

Nuova crisi del debito in vista senza cambio di rotta

Nemmeno le previsioni sembrano positive, se è vero che il Fondo Monetario Internazionale ci ha messi in guardia quest’estate sul rischio di ritornare ai livelli di ricchezza prodotti nel 2007 – ultimo anno prima della crisi – solo nel 2025, quando le altre economie dell’Eurozona saranno cresciute a due cifre, nel frattempo.

Il rialzo dei rendimenti di questi mesi, e in accelerazione questa settimana, renderà più costoso il rifinanziamento del debito in scadenza e la creazione di nuovi disavanzi fiscali. Se dovessimo improvvisamente tornare ai livelli pre-Draghi, il costo del nostro debito a regime salirebbe di 24 miliardi all’anno, ovvero dell’1,5% del pil. Ai livelli attuali, implicherebbe un rapporto deficit/pil prossimo al 4%, che non sarebbe tanto un problema per i rimbrotti della Commissione europea, quanto per l’insostenibilità di un debito crescente, che finirebbe per riproporre le condizioni per una nuova crisi sovrana italiana. (Leggi anche: Flessibilità sul deficit per Renzi è una carta disperata)

 

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