Flessibilità: Renzi la vuole, l’Europa la nega e Monti scredita entrambi

Il governo Renzi invoca nuova flessibilità, ma dall'Europa i commissari sembrano avere le mani legate. E l'ex premier Mario Monti li redarguisce: non siete credibili.

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Il governo Renzi invoca nuova flessibilità, ma dall'Europa i commissari sembrano avere le mani legate. E l'ex premier Mario Monti li redarguisce: non siete credibili.

La risposta al terremoto nel Centro Italia del 24 agosto? La flessibilità. E’ una parola magica, quasi una soluzione taumaturgica a tutti i problemi della nostra economia. Il pil cresce poco? Andiamo in Europa a chiedere maggiore flessibilità sui conti pubblici. Il sisma provoca danni e la necessità di una ricostruzione possibilmente rapida? Non preoccupatevi, dall’Europa otterremo tutta la flessibilità prevista.

Sono le parole del nostro premier Matteo Renzi, che al Forum Ambrosetti di Cernobbio, tenutosi come ogni anno sul Lago di Garda e organizzato dagli industriali, ha spiegato come al suo arrivo a Palazzo Chigi nel febbraio del 2014, egli avrebbe sforato tutti i tetti fiscali previsti dal Patto di stabilità, in modo da fare come la Spagna, che oggi cresce, nonostante un deficit al di sopra dei limiti. Solo le lunghe ore di riunioni con il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, lo avrebbero fatto propendere per il rispetto delle regole europee.

Flessibilità conti pubblici, no da UE

Ma dalla testa di Renzi non è uscita quella parola così miracolistica per i problemi italiani, che tradotto in termini concreti implica per il governo di accumulare più debiti per cercare di ravvivare la crescita economica nel breve periodo e i consensi per la sua maggioranza in Parlamento.

Eppure, ricorda nel fine settimana il vice-presidente Valdis Dombrovskis, all’Italia di flessibilità ne è stata concessa e pure parecchia. Anzi, l’ex premier lettone chiarisce che Roma ha già usufruito di tutta la flessibilità possibile nel biennio in corso, per cui dovrebbe cercare altre soluzioni ai suoi problemi, in quanto il debito pubblico è ancora elevato e la crescita è stata deludente e le stime sarebbero adesso da rivedere al ribasso, conclude.

 

 

 

Renzi ha bisogno di sostegno subito

L’autunno sarà molto caldo. La UE riconosce che il governo italiano dovrebbe essere sostenuto prima del referendum costituzionale, in modo da agevolarne la vittoria e impedire una crisi politica a Roma, che avrebbe risvolti drammatici forse anche nel resto d’Europa. Le alternative al premier attuale, infatti, sarebbero tutte meno europeiste.

Ma l’ennesima concessione all’Italia non sarebbe più possibile, anche perché sta già infuriando il disappunto in paesi come la Germania, dove non a caso ieri abbiamo avuto dimostrazione di quanto forti siano gli euro-scettici, i quali si battono contro l’annacquamento delle regole previste per l’unione monetaria. E Bruxelles non può permettersi di tamponare una crisi in Italia per farne esplodere una a Berlino, le cui conseguenze sarebbero nefaste per l’euro.

Monti attacca UE: non credibile

E sempre da Cernobbio, a conferma della crisi di credibilità delle istituzioni comunitarie, è arrivata la gelata dell’ex premier Mario Monti, il quale ha sì riconosciuto una maggiore maturità dell’attuale inquilino di Palazzo Chigi rispetto al recente passato, spiegando come questi avrebbe finalmente compreso quanto inutile sarebbe la velocità fine a sé stessa.

Tuttavia, lo stesso Monti ha invitato Renzi ad affidarsi maggiormente ai consigli del suo ministro dell’Economia, mentre ha tirato le orecchie a Bruxelles, sostenendo la sua contrarietà alla flessibilità indiscriminata concessa dalla Commissione Juncker negli ultimi due anni, non solo all’Italia, ma “anche a paesi meno virtuosi di noi”. Secondo Monti, il Patto di stabilità non sarebbe più credibile, perché ognuno ormai farebbe ciò che vuole con i conti pubblici.

 

 

 

L’ultima parola non spetta più a Juncker, ma ai tedeschi

Bruxelles reagisce con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, contrario a concedere nuova flessibilità fiscale all’Italia, il quale chiede ai paesi dell’area riforme nella direzione delle liberalizzazioni, investimenti nell’istruzione e sostegno agli investimenti.

Parole, parole, ma alla fine ciò che contano sono i numeri: al governo Renzi servono risorse da spendere in funzione pre-elettorale, ovvero per tagliare qualche euro di tasse alle imprese e forse anche alle famiglie, per fare andare in pensione prima i lavoratori a partire dai 63 anni e 7 mesi di età, per rendere più facile la disattivazione delle clausole di salvaguardia da 15 miliardi per l’anno prossimo, le quali altrimenti, scattando farebbero aumentare l’IVA.

Insomma, per battere il populismo euro-scettico serve contrapporgliene uno dell’establishment. Fosse per il presidente Jean-Claude Juncker, l’Italia otterrebbe anche una nuova dose di flessibilità fiscale, finanche sforando il tetto massimo di deficit del 3% sul pil. A Bruxelles serve creare buon umore dentro i confini della UE e frustrazione nel Regno Unito con la Brexit. Tutto ciò che va in questa direzione piace all’ex premier del Lussemburgo, che deve fare i conti, però, con la politica dei suoi sponsor tedeschi, i quali non sembrano più disposti ad avallarne l’operato.

 

 

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