Flessibilità, Renzi gioca a fare l’euro-scettico e complica la vita a Frau Merkel

Le richieste di flessibilità fiscale del governo Renzi non sono sostenibili per la UE a trazione tedesca. E la "sceneggiata" di Bratislava potrebbe avere un esito fatale.

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Le richieste di flessibilità fiscale del governo Renzi non sono sostenibili per la UE a trazione tedesca. E la

Matteo Renzi ha dato vita a uno strappo piuttosto scenografico a Bratislava, il venerdì scorso, quando ha rifiutato di tenere una conferenza stampa a tre con il presidente francese François Hollande e la cancelliera Angela Merkel, al termine del vertice dei capi di stato e di governo della UE, il primo senza la presenza del Regno Unito. Non è chiaro se sia stato il premier italiano ad avere posto il “gran rifiuto”.

Altre interpretazioni sostengono che sia stata la cancelliera ad aver propeso per evitare una dichiarazione finale congiunta con Roma. Fatto sta, che nell’arco di appena tre settimane siamo passati dall’iconografia europeista di Ventotene a quella euro-litigiosa slovacca.

Al centro delle divisioni tra Italia e resto d’Europa ci sono due grandi questioni irrisolte: la gestione della crisi dell’immigrazione e la flessibilità fiscale (leggi qui: Flessibilità contro austerità). Da tempo separano Berlino da Roma, ma questi temi erano già presenti a Ventotene, quando eppure i tre principali leader europei hanno segnalato un’unità di facciata dopo la Brexit.

Crisi Italia, Renzi punta su flessibilità per crescere

E allora, cos’è successo? Ad agosto, Renzi smaniava per mostrarsi determinante ai consessi europei, dopo che Londra ha annunciato che farà i bagagli per sloggiare dalla UE. La strategia mediatica non sembra aver funzionato, se è vero che i consensi per il PD non sono risaliti e quelli per il referendum costituzionale sono forse persino arretrati di alcuni decimali. Dunque, serviva un cambio di strategia: niente più premier attovagliato per le discussioni che contano, ma capo-popolo in difesa delle rivendicazioni sacrosante dell’Italia.

Aldilà della questione immigrazione e della richiesta italiana di una gestione collegiale della crisi, con conseguente smistamento degli immigrati tra i paesi membri, il cuore della discussione riguarda la flessibilità. Renzi vorrebbe, anzitutto, escludere dal computo del deficit le spese destinate alla ricostruzione nelle zone terremotate del Centro Italia e alla messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati in tutto lo Stivale.

 

 

 

A Renzi serve flessibilità prima del referendum

Più in generale, Palazzo Chigi rivendica di essersi comportato bene, avendo tenuto il rapporto deficit/pil sotto il 3%, quando altre economie, come Francia e Spagna, da anni disattendono ampiamente il Patto di stabilità.

Per essere ancora più espliciti, l’Italia chiede all’Europa di poter fare più debiti per sostenere la crescita, ma Bruxelles ci ricorda che abbiamo già un rapporto debito/pil al 133%.

La Germania è consapevole che a Renzi serva una mano per superare lo scoglio del referendum di novembre o dicembre, altrimenti, complice anche una crescita quasi nulla, il nostro paese dovrebbe metter mano in queste settimane a una manovra finanziaria “lacrime e sangue”, avendo anche la necessità di disinnescare clausole di salvaguardia per 15 miliardi nel 2017, scattando le quali, le aliquote IVA salirebbero, uccidendo i consumi e i consensi per il governo degli italiani.

Crisi Merkel mette in difficoltà tutta UE

Il grande problema italiano ed europeo allo stesso tempo è che a votare nel breve saranno anche i cittadini di paesi come la Germania, che alle elezioni locali nel Mecklemburg-Vorpommern e a Berlino hanno segnalato già una certa irritazione contro le politiche della cancelliera, considerata lassista sull’immigrazione e troppo accomodante con il Sud Europa sul rispetto delle regole fiscali. (Leggi anche: Merkel umiliata in casa)

Renzi non può sperare di avere una mano di aiuto dai tedeschi sul tema della flessibilità, rischiando di far saltare in aria il centro-destra guidato da Frau Merkel. Da questo conflitto di obiettivi sta scaturendo la crescente contrapposizione più mediatica che reale tra Roma e Berlino, culminata con la dichiarazione di ieri del premier Renzi, che commentando quanto detto dal governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, secondo il quale l’Italia avrebbe già goduto di fin troppa flessibilità, ha replicato: “Weidmann chi?”. E ha ironizzato sul fatto che il suddetto “signor chi” avrebbe il bel da farsi per gestire le esposizioni a rischio delle banche tedesche.

 

 

Data referendum rischia di essere fatale per UE

Paradossi tutti europei: la UE tifa apertamente per il governo Renzi sul referendum, temendo che l’alternativa sarebbe oggi una coalizione di euro-scettici a Roma.

Tuttavia, per sperare in una sua vittoria deve accettare i toni sguaiati e non meno euro-scettici di quelli che ascolterebbe nel caso di vittoria dei temuti grillini o del centro-destra salviniano.

Sceneggiata o meno, il ruolo in commedia spettante a Frau Merkel è piuttosto difficile da recitare, perché da capo del principale governo europeo, la cancelliera deve assumersi la tipica responsabilità della mediazione di una leader, ma non può permettersi di concedere più di quanto sinora fatto, altrimenti subirebbe una rivolta interna al suo stesso partito da parte di quanti le addebitano la recente crisi di consensi. E il rischio per tutti è che la data del referendum si trasformi in un giorno fatale per la sorte della UE e, in particolare, per le chance di sopravvivenza della moneta unica. (Leggi anche: E se il referendum ci servisse per scuotere l’Europa?)

 

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