Flat tax, Salvini contro l’asse Conte-Tria e Di Maio si schiera con lui

Sulla flat tax al 15% è scontro duro nel governo tra Matteo Salvini da un lato e l'asse tra il ministro Tria e il premier Conte dall'altro. E Luigi Di Maio si schiera con il "capitano", consapevole che a rischio c'è la tenuta della maggioranza.

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Sulla flat tax al 15% è scontro duro nel governo tra Matteo Salvini da un lato e l'asse tra il ministro Tria e il premier Conte dall'altro. E Luigi Di Maio si schiera con il

Il Consiglio dei ministri di ieri si è concluso in modo irrituale, con il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini ad alzarsi e andare via dopo che il collega all’Economia, Giovanni Tria, si è mostrato contrario alla proposta di lanciare la “flat tax” al 15% sui redditi fino a 50.000 euro (26.000 euro per i single) sin dal prossimo anno. Il leader leghista ha radunato presso la sua abitazione tutti i ministri del suo partito, come a segnalare al premier Giuseppe Conte di avere tenuto un contro-vertice capace di tirare giù il governo in men che non si dica.

Per gettare acqua sul fuoco, stamattina lo stesso Tria si è detto “non contrario” alla flat tax, ma ha ricordato che servono le coperture per attuarla e che al momento la priorità consiste nell’evitare l’apertura della procedura d’infrazione UE contro l’Italia.

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Luigi Di Maio, ministro dello Sviluppo e leader del Movimento 5 Stelle, è andato oltre, dicendosi favorevole alla flat tax, purché non riguardi i redditi superiori ai “60.000, massimo 70.000 euro all’anno”. Se fosse così, spiega, non andrebbe a beneficio delle fasce di reddito alte e non sarebbe, quindi, iniqua. Una conversione improvvisa, quella del giovane vicepremier campano, mirata a distendere gli animi e ad evitare come la peste la caduta del governo e la conseguente molto probabile indizione di elezioni anticipate. I grillini, in questa fase, avrebbero tanto da perdere dal ritorno alle urne, mentre i leghisti tutto da guadagnare, visto come sono andate le elezioni europee e cosa dicono i sondaggi di queste settimane.

Salvini a tutta forza dopo le europee

Salvini sta esercitando il mandato assegnatogli dagli italiani il 26 maggio, sebbene l’appuntamento allora abbia riguardato formalmente l’invio dei rappresentanti all’Europarlamento. Dall’immigrazione, sta spostando l’attenzione sull’economia, capitolo finora rimasto in mano all’M5S e che adesso la Lega intende gestire per dare risposte al proprio elettorato, puntando sul taglio delle tasse, la sburocratizzazione, lo sblocco dei cantieri e minori vincoli alle imprese.

Un po’ l’esatto contrario della linea di governo seguita in questo suo primo anno. Per cercare di disinnescare la “bomba” Salvini, il premier ha tenuto una conferenza stampa al limite del patetico la settimana scorsa, nella quale ha rivendicato il suo ruolo “super partes” (“non sono iscritto al Movimento 5 Stelle”) e ha chiesto ai due vicepremier di non occuparsi di capitoli non attinenti alle proprie cariche; un esplicito segnale rivolto al leader della Lega, affinché confini la sua attività politica alla gestione della sicurezza.

Ma Salvini è il vero dominus dell’esecutivo e ha il diritto, se non il dovere, di farlo valere. La “flat tax”, con buona pace di quanti ritengano sia solo una trovata propagandistica, avrebbe una portata epocale in un’economia poco libera e asfissiata dalle tasse come la nostra. Il problema delle coperture esiste e lo stesso proponente avrebbe archiviato l’ipotesi di attuarla in deficit, anche perché sarebbe irresponsabile solo pensarlo. Da qui, la richiesta a Tria di trovare una decina di miliardi entro settembre-ottobre, quando dovrà essere inserita nella legge di Stabilità 2020. Il resto arriverebbe dal taglio delle detrazioni e dall’assorbimento degli 80 euro del famoso bonus Renzi.

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La difficile quadra sui conti pubblici

Il punto è che Tria di risorse ne dovrà reperire almeno altri 23 miliardi solamente per disattivare le clausole di salvaguardia, nonché 4-5 miliardi per le cosiddette spese indifferibili, cioè quelle irrinunciabili. La manovra per il prossimo anno salirebbe così in prossimità dei 40 miliardi, oltre il 2% del pil. Troppo, specie per un’economia che quest’anno può ambire al massimo alla stagnazione. La Commissione europea con il vice-presidente Valdis Dombrovskis ha chiarito oggi che dall’Italia si aspetta un “forte aggiustamento” dei conti pubblici. Le parti già trattano da giorni per addivenire a una soluzione politica, che eviti da un lato una manovra recessiva, dall’altro il lassismo fiscale.

Sempre che Bruxelles non punti a punire l’Italia, mandandola definitivamente in recessione, cosa che sarebbe assai grave, oltre che un boomerang per l’intera area, visti i chiari di luna anche in Germania.

L’idea di Salvini sarebbe di ottenere dai commissari flessibilità sui 23 miliardi delle clausole di salvaguardia. Non è improbabile che la UE chiuda per l’ennesima volta un occhio, dietro a rassicurazioni e impegni credibili e messi nero su bianco sul fronte dell’abbattimento del rapporto debito/pil nel medio periodo. Resterebbero, però, ancora troppi miliardi da trovare solo per evitare un aumento delle tasse – nello specifico, dell’IVA – altro che per tagliarle! L’asse tra Conte e Tria è benedetto dietro le quinte dal Quirinale, ma incontra un limite politico enorme e immediato: non è supportato da alcuno dei due partiti della maggioranza.

Ancora una volta, tecnici contro politici, le ragioni dei numeri contro le richieste dei cittadini-elettori. I primi possono confidare solo nel potere di “ricatto” dello spread, i secondi nei consensi; anzi, più che altro sarà Salvini a poter fare saltare il banco con un pretesto popolare e servitogli su un piatto d’argento dal duo scopertosi “rigorista”: “non vogliono farci tagliare le tasse e per questo facciamo cadere il governo”, potrà urlare nelle piazze. Di Maio lo ha capito ed è dotato di sufficiente fiuto per sapere che andare ad elezioni nei panni di colui che non ha voluto fare abbassare le tasse alla classe media prefigurerebbe un bagno di sangue per il suo partito, specie al centro-nord, dove già è molto debole.

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