Flat tax, Def e clausole di salvaguardia: il percorso ad ostacoli obbligato del governo Conte

Il taglio delle tasse, esteso ai lavoratori dipendenti con la "flat tax", è il cavallo di battaglia su cui punta d'ora in avanti Matteo Salvini e che si scontra con lo stato dei conti pubblici italiani e le richieste dei commissari. Come uscire dal guado?

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Il taglio delle tasse, esteso ai lavoratori dipendenti con la

Matteo Salvini risponde stizzito alle stime del Ministero del Tesoro, secondo cui la “flat tax” costerebbe 59,3 miliardi di euro all’anno di minori entrate. Ad avviso del leader della Lega e ministro dell’Interno, ne basterebbero una quindicina per partire. La differenza sta nel modo in cui è stato calcolato il taglio delle tasse. Via XX Settembre ha simulato un’aliquota “piatta” del 15% sui redditi di 16,4 milioni di famiglie fino a 80.000 euro e una seconda del 20% per redditi superiori, prevedendo deduzioni da 3.000 euro fino a 35.000 euro e nulle sopra i 50.000 dichiarati.

Il risparmio medio per famiglia sarebbe di 3.600 euro e il costo delle clausole di salvaguardia, ossia per evitare che i redditi medio-bassi si ritrovino a pagare più tasse di oggi, viene stimato in 4,4 miliardi.

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Nell’intento di Salvini, invece, i contribuenti pagherebbero il 15% fino a 50.000 euro e beneficerebbero di deduzioni decrescenti rispetto al reddito. Questo avverrebbe nella fase di decollo della riforma fiscale, che egli vorrebbe introdurre a partire dall’anno prossimo, abbattendo dal 24% al 20% anche l’aliquota IRES, quella che versano le società di capitali. Costo totale: 20 miliardi.

Le perplessità espresse dai rappresentanti del Movimento 5 Stelle, con l’altro vice-premier Luigi Di Maio ad augurarsi che non si tratti di “promesse alla Berlusconi” non hanno smosso Salvini, che parla di una riforma inserita nel contratto di governo siglato 10 mesi fa. Il segretario del Carroccio sa benissimo che sulle tasse si gioca una parte rilevante del suo consenso. Chi lo ha votato o intende farlo alle prossime elezioni europee non chiede solo la lotta all’immigrazione, bensì un fisco più leggero. Anzitutto, parliamo del popolo delle partite IVA, che ha iniziato a beneficiare da quest’anno dell’avvio della “flat tax” con aliquota al 15% per ricavi fino ai 65.000 euro e il 20% sopra i 100.000 euro dall’anno prossimo. Ma ci sono anche i contribuenti della vasta platea dei lavoratori dipendenti, stanchi di una tassazione esosa e iniqua, che zavorra i loro redditi e alimenta l’economia sommersa.

L’esigenza di uscire dall’assistenzialismo

Più in generale, Salvini percepisce forse che vi è una questione di giustizia alla base di tale rivendicazione: dopo avere concesso fin troppo all’assistenza, con un reddito di cittadinanza in dirittura di arrivo e che distribuirà risorse in favore di chi non lavora (o lavora in nero), sarebbe il caso di premiare proprio chi ogni mattina si rimbocca le maniche e sostiene il pil dell’Italia, quello a cui la politica attinge regolarmente per pagare le cambiali elettorali. I grillini, pur contrari alla “flat tax”, non potranno dire di no. Uno, proprio perché stanno per incassare l’assegno firmatogli anche dalla Lega, che consentirà loro da aprile di mostrarsi rispettosi delle promesse assunte con i propri elettori un anno fa. Due, perché Salvini non ci penserebbe due volte a rovesciare il banco, forte anche di un centro-destra, che in tutti i sondaggi veleggia verso il 50% su base nazionali, vincendo praticamente ovunque, da nord e sud.

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In pratica, la Lega avrebbe modo di realizzare il programma con o senza l’M5S. L’unico modo per evitare la caduta del governo Conte sarebbe, quindi, un accordo per varare la riforma fiscale quanto prima. Il punto è un altro: con quali soldi? Salvini ha dichiarato che bisognerà tagliare la spesa pubblica (quali voci?) e combattere l’evasione fiscale. Su quest’ultimo punto, andrebbe a nozze con i grillini, ma è evidente che la “ciccia” delle entrate per finanziare la misura verrebbe quasi esclusivamente dai tagli alla spesa. In teoria, non ci sarebbe granché tempo per pensarci. Entro il 10 aprile, il governo dovrà redigere il Documento di economia e finanza (Def), una sorta di bilancio preventivo triennale, in cui inserire i saldi della finanza pubblica e le relative misure.

L’occasione del Def

Il Def è in sé un documento vuoto, ma negli ultimi anni i mercati lo monitorano con attenzione, così come la Commissione europea, per carpire la direzione che il Paese intende prendere nel medio periodo.

Fossero solo i 15-20 miliardi della “flat tax”, tutto sommato lo si riuscirebbe a presentare senza enormi problemi, anche se già si parla di slittamento della data ultima. Il fatto è che a dicembre, il premier Giuseppe Conte ha ottenuto il via libera da Bruxelles sul deficit al 2% – anziché allo 0,8% concordato precedentemente tra i commissari e il governo Gentiloni – dietro la garanzia delle clausole di salvaguardia per altri 3,9 miliardi di euro nel 2020, che si sommano ai 19,2 ereditati dal precedente governo per un totale di 23,1 miliardi. Per il 2021, il conto sale a 28,8 miliardi, +9,2 miliardi. In pratica, senza nuove entrate alternative o tagli alla spesa, scatterebbero l’anno prossimo automaticamente gli aumenti dell’aliquota intermedia IVA dal 10% al 13% e quella più alta dal 22% al 25,2% e tra due anni quest’ultima salirebbe ancora al 26,5%.

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Servono tanti soldi solo per bloccare gli aumenti dell’IVA. Adesso, ne avremmo bisogno di una quindicina in più come minimo per avviare la “flat tax”. Come si fa? In tutto, per l’anno prossimo arriverebbe una mazzata da 38 miliardi, oltre due punti di pil. Una soluzione politicamente impraticabile, che costringerà quasi certamente l’esecutivo a trattare nuovamente con i commissari. Già, ma in quali condizioni? Le clausole di salvaguardia vengono solo parzialmente disattivate e rinviate di anno in anno dall’inizio di questo decennio. Difficile che la UE ci conceda ulteriori proroghe. La cifra necessaria per evitare la stangata equivale a circa l’1,6% del pil, vale a dire la percentuale che ci consentirebbe di azzerare il deficit strutturale e tendere al pareggio di bilancio.

La possibile via d’uscita

La caduta dell’economia italiana nella recessione tecnica nella seconda metà del 2018 rende ancora più complicato il raggiungimento di questo obiettivo. Da qui, l’estrema difficoltà del governo Conte di soddisfare nei prossimi mesi le richieste dell’alleato leghista sulla “flat tax”, quando già avrà problemi enormi solo nel cercare di adempiere agli impegni assunti con Bruxelles.

E allora? L’unica via di uscita sarebbe inviare segnali rassicuranti a partire dal Def. Palazzo Chigi e via XX Settembre dovrebbero intavolare subito una discussione, meglio se inizialmente sotterranea, impostata su uno scambio tra austerità e riforme. Roma offrirebbe il varo quanto prima di misure di stimolo della crescita e a costo zero, come la riforma della giustizia per abbattere i tempi dei processi, liberalizzazioni, privatizzazioni e sblocco dei cantieri pubblici per opere già finanziate e lancio di un piano infrastrutturale per colmare il “gap” che ci separa con il resto d’Europa e che beneficerebbe le nostre esportazioni.

In cambio, Bruxelles allenterebbe la morsa sui conti pubblici, spalmando i 29 miliardi pretesi al 2021 in un arco temporale più lungo. La “flat tax” rientrerebbe in questo scambio, perché il taglio delle tasse finanziato dalla riduzione della spesa sarebbe il più grande stimolo all’economia italiana che si possa varare. Non esiste un solo istituto pubblico o privato che non ci spieghi come la pressione fiscale in Italia sia alta e gravante eccessivamente sui redditi da lavoro e d’impresa. Con i commissari potremmo impegnarci a ingaggiare una lotta più serrata contro ogni forma di evasione fiscale, partendo proprio dalla riscrittura del patto sociale con i contribuenti, cioè passando per il “pagare meno e pagare tutti”.

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L’unico grande ostacolo in tutto ciò verrebbe dal Movimento 5 Stelle, che non sa ancora cosa vuole fare da grande. Il partito guidato da Di Maio osteggia le opere pubbliche, anche se dissimula questa sua contrarietà parlando di sostegno solo agli investimenti che servono, salvo non aprire un solo cantiere. Per non parlare della palese mancata volontà di sburocratizzare la nostra Pubblica Amministrazione, visto che in fondo i grillini al governo ci sono andati sulla promessa di più controlli per tutti e norme stringenti su ogni aspetto della vita pubblica e privata. L’alleanza con la Lega si regge ad oggi sulla comune opposizione al vecchio sistema partitocratico e la necessità di capitalizzare al meglio dalle elezioni europee. Va da sé che non si potrà andare avanti per molto così dopo il 26 maggio e che la Lega, se vorrà mettere a frutto le sue istanze e non rischiare di naufragare sulla nave di un governo senza rotta, dovrà già con il Def mettere il partner della maggioranza con le spalle al muro e spiegargli che il tempo della propaganda sterile dovrà cedere il passo a quello della responsabilità. Peccato che in piena campagna per le europee non vi siano elevate probabilità che ciò avvenga.

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