Flat tax, in cosa consiste il taglio delle tasse promesso da Berlusconi e Salvini?

La flat tax sarebbe una grande rivoluzione fiscale in Italia, stravolgendo il sistema di pagamento delle imposte. Vediamo in cosa consiste la proposta di Berlusconi e Salvini.

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La flat tax sarebbe una grande rivoluzione fiscale in Italia, stravolgendo il sistema di pagamento delle imposte. Vediamo in cosa consiste la proposta di Berlusconi e Salvini.

E’ battaglia nel centro-destra per accaparrarsi lo scettro sulla “flat tax”, con il leader della Lega, Matteo Salvini, ad averne fatto una proposta propria da un paio di anni, seguito da alcuni mesi dall’ex premier Silvio Berlusconi. Il primo propone un’aliquota Irpef unica al 15%, il secondo al 23%, ma era partito al 25% di qualche settimana fa. Di cosa parliamo? Della più grande rivoluzione fiscale anche solo ipotizzata in Italia, nel caso venisse realizzata. Avete presenti le imposte sui redditi delle persone fisiche? La cosiddetta Irpef prevede oggi cinque scaglioni: sui primi 8.000 euro lordi annui (per i lavoratori dipendenti) non si versano imposte; dagli 8.001 ai 15.000 euro si applica un’aliquota del 23%; dai 15.001 ai 28.000 euro, l’aliquota sale al 27%; dai 28.001 ai 55.000 euro, s’impenna al 38%; dai 55.001 ai 75.000 euro, sale ancora al 41%; dai 75.001 euro insù, si versa al fisco il 43%. Considerando le prime migliaia di euro di reddito rientranti nella “no tax area”, gli scaglioni effettivi salirebbero a sei. (Leggi anche: Pensioni minime, reddito a 1.000 euro e flat tax: 3 proposte economiche di Berlusconi)

Con un colpo di spugna, il sistema a cui punta il centro-destra cancellerebbe la giungla di aliquote di cui sopra, riducendola a una sola. Analizziamo un attimo quella di Berlusconi e Forza Italia. Sui primi 12.000 euro di reddito, nessuna imposta. Sopra tale soglia, si verserebbe al fisco il 23%. Stop! Ipotizziamo di guadagnare in un anno un reddito di 25.000 euro lordi. Quanto pagheremmo con la “flat tax” al 23%? Risposta: 0.23 x (25.000 – 12.000) = 2.990 euro. Il peso della nostra imposta sarebbe, quindi, di 2.990/25.000 = 12%. E se guadagnassimo 250.000 euro? L’imposta sarebbe pari a 0,23 x (250.000 – 12.000) = 54.740 = 21,9%.

Come abbiamo dimostrato con estrema semplificazione da questi due esempi, il fatto di pagare al fisco la stessa aliquota non significa che il peso dell’imposta sul reddito dichiarato sia uguale per tutti i contribuenti.

Verrebbe così fatto salvo il criterio di progressività delle imposte, stabilito dall’art.53 della Costituzione. Infatti, l’incidenza della “no tax area” sarà elevata per i redditi bassi, tendendo a sfumare per quelli più alti. Resta da vedere tecnicamente, se i primi 12.000 euro di reddito verrebbero esclusi in misura fissa per ogni livello di reddito o se ridotti man mano che questo sale. In combinato con l’altra proposta di Berlusconi sull’imposta negativa sotto i 1.000 euro al mese, parrebbe che in nessun caso si dovrebbe pagare l’Irpef fino a 12.000 euro all’anno. (Leggi anche: A chi conviene la flat tax di Salvini)

Il costo della flat tax

Quanto costerebbe la proposta? Facciamo un calcolo veloce. I contribuenti sono annualmente in Italia circa 41 milioni e il loro reddito totale dichiarato ammonta a circa 850 miliardi per un gettito Irpef sui 165 miliardi. Immaginiamo di mettere in pratica la “flat tax” di Berlusconi. I primi 12.000 euro non sarebbero tassati, per cui circa 16 milioni di contribuenti, stando alle ultime dichiarazioni dei redditi, verrebbero esclusi da ogni forma di pagamento del’Irpef contro gli attuali 10 milioni. Si tenga conto, poi, che emergerebbe che appena la metà dei contribuenti dichiarerebbe oggi redditi superiori ai 15.000 euro e fino ai 50.000 euro. Ad occhio e croce, il minore gettito sarebbe fino a 80-85 miliardi all’anno, considerando che quello minimo si attesterebbe intorno alla metà dell’attuale.

 

In teoria, l’operazione sarebbe al limite della sostenibilità, perché richiederebbe coperture per circa il 5% del pil, pari all’1% all’anno per un’intera legislatura. Non impossibile, intendiamoci, ma la storia d’Italia non depone in favore di tale scenario. Tuttavia, la stessa Forza Italia, prendendo spunto dalla riforma fiscale dell’amministrazione Trump, vorrebbe finanziare il maxi-taglio delle tasse con la riduzione delle detrazioni fiscali, che a loro volta sottraggono gettito allo stato per circa 160 miliardi all’anno, il 100% di quello Irpef.

Certo, nemmeno sfoltire la giungla delle detrazioni e delle deduzioni fiscali sarebbe facile, perché le pressioni lobbistiche contrarie dei settori beneficiati sarebbero enormi e le opposizioni farebbero le barricate contro l’impossibilità per i contribuenti di detrarre questa o quella voce di spesa, dalla sanità alle ristrutturazioni.

Flat tax equa?

Domanda: ma la flat tax sarebbe socialmente equa? La risposta immediata che verrebbe da dare sarebbe di no, perché imposterebbe il sistema fiscale su un criterio proporzionale e non più progressivo. Andando al fondo della questione, però, notiamo che un quinto dei redditi prodotti sfugge oggi al fisco e ciò priva lo stato di decine di miliardi di risorse con le quali assistere chi ha bisogno e sostenere spese produttive per il funzionamento dei servizi pubblici. Seguendo la curva dell’economista Arthur Laffer, ancora oggi tra i consiglieri economici dell’amministrazione Trump, esisterebbe un peso fiscale, oltre il quale il gettito, anziché aumentare, diminuirebbe, vuoi per il disincentivo a produrre e lavorare derivante da un’elevata tassazione, vuoi anche per il minore incentivo a evadere le imposte.

Pertanto, la flat tax potrebbe richiedere una copertura finanziaria inferiore a quella che lascerebbero intendere i numeri, spingendo i contribuenti più facoltosi a dichiarare di più alle spese statali, come accadde negli USA con l’abbattimento delle aliquote negli anni Ottanta di Ronald Reagan. Inoltre, il taglio delle detrazioni fiscali renderebbe più equilibrato, razionale e persino equo il sistema fiscale, evitando di fare figli e figliastri sul fronte delle spese per le quali concedere il beneficio Irpef o meno. Se la proposta non fosse una semplice trovata da campagna elettorale, sarebbe in sé un’ottima idea con cui semplificare il rapporto tra contribuente e fisco. Verrebbero meno numerose distorsioni economiche e a trarne beneficio sarebbero imprenditori e lavoratori. Dal 5 marzo, vedremo quanti di questi propositi resteranno solo tali. (Leggi anche: 800 detrazioni e tasse alto: fisco pazzo italiano)

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