Con flat tax Berlusconi riconquista il nord e Renzi si rintana nelle regioni rosse

La flat tax allontana Matteo Renzi da quegli elettori che gli avevano riposto fiducia nel 2014? A quanto pare, sarebbe così, se il nord produttivo gli volta le spalle.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La flat tax allontana Matteo Renzi da quegli elettori che gli avevano riposto fiducia nel 2014? A quanto pare, sarebbe così, se il nord produttivo gli volta le spalle.

Duro attacco contro le proposte fiscali del centro-destra da parte del segretario del PD, Matteo Renzi, quando siamo agli sgoccioli della campagna elettorale. Se dal salotto domenicale di Barbara d’Urso aveva già promesso che “sotto di me, mai un capitalista e un lavoratore pagheranno le stesse tasse”, adesso l’ex premier usa l’ironia contro la “flat tax” proposta da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, pur con aliquote diverse, sostenendo che l’idea dell’aliquota unica si rifarebbe viva ogni cinque anni, “grosso modo come le Olimpiadi”, ma “con le elezioni si celebra la chiusura delle Olimpiadi”. Insomma, sarebbe una boutade.

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Tutto il centro-sinistra si mostra contrario a una proposta di riforma del sistema fiscale, che a suo avviso sarebbe iniqua, perché redistribuirebbe ricchezza in favore dei redditi già alti. Da sinistra, quasi per esorcizzare il rischio, si propone una patrimoniale “equa”, ovvero l’imposizione di una tassa sulla ricchezza delle famiglie, che lascerebbe esente la metà della popolazione meno ricca, stangando la metà più fortunata. Con l’eliminazione del bollo auto, dell’IMU sulle prime case e il taglio dell’Irpef per 20 miliardi di euro, spiega il presidente del Senato, Pietro Grasso, le fasce della popolazione più deboli ci guadagnerebbero.

Tornando a Renzi, contrastare la flat tax non poteva che essere l’unica opzione mediatica possibile, un modo per distinguersi dal centro-destra, ma è finito con il rievocare un linguaggio di sinistra, che nei fatti lo starebbe penalizzando proprio in quel segmento di elettorato, che pure gli aveva concesso parecchia fiducia nel 2014, a pochi mesi dal suo ingresso a Palazzo Chigi, quando ottenne il 40,8% dei consensi alle elezioni europee. I numeri degli ultimi sondaggi pubblicabili prima del divieto e anche quelli che circolano in maniera clandestina sul web dicono che il PD al nord sarebbe una forza politica abbastanza debole, forse più di quanto non lo fosse già ai tempi di Pierluigi Bersani come segretario. E non che la situazione muti al sud, anzi. Qui, rischia risultati imbarazzanti in alcune regioni, tra cui la Sicilia.

La doppia visione sulla flat tax

Il PD reggerebbe elettoralmente solo nelle regioni rosse, roccheforti storiche, nelle quali non avrebbe, tuttavia, consensi così solidi, restando sotto il 30%. Perché l’attacco alla flat tax avrebbe contraccolpi elettorali? La proposta, in sé affatto nuova e che semmai il centro-destra ha messo in agghiaccio per un quarto di secolo, contravvenendo alle proprie promesse elettorali rese fin dal 1994, rappresenta una rivoluzione dei criteri su cui è improntato il sistema di tassazione dei redditi in Italia, che va nel senso della semplificazione e del premio al merito e ai sacrifici.

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Ci sono due modi, in effetti, di vedere l’aliquota unica sui redditi Irpef ed entrambi legittimi: come premio a chi nella vita s’impegna e lavora di più o studia, si forma, investe su sé stesso e riesce a guadagnare di più; come un ingiusto privilegio accordato a chi è più ricco, che si ritroverebbe a pagare la stessa percentuale di reddito in tasse di chi guadagna molto poco. A seconda della visione abbracciata, si sostiene un’opzione politico-culturale assai differente: liberale o “di destra” nel primo caso, socialista o “di sinistra” nel secondo.

In realtà, già oggi il sistema fiscale appare poco equo, se si considera che la giungla delle centinaia di detrazioni e deduzioni fiscali tende a premiare una quota percentualmente minima di contribuenti, ovvero quelli con redditi più alti e certamente non incapienti, nonché alcune realtà produttive anziché altre e sulla base di una scelta arbitraria e per questo opinabile dello stato. E non è vero che con la flat tax un ricco e un povero pagherebbero la stessa aliquota “effettiva”, perché attraverso il gioco delle detrazioni sul reddito o “no tax area” i redditi medio-bassi pagherebbero di gran lunga di meno dei contribuenti con redditi medio-alti.

Renzi stretto tra destra e sinistra

Ma un Renzi che attacca la flat tax con argomentazioni tipiche di quella sinistra che ha culturalmente e fattivamente combattuto nei suoi mille giorni di governo quante speranze avrebbe di riconquistare quella fetta di elettorato perduto rispetto agli esordi da premier, ovvero il ceto medio e delle piccole e medie imprese del nord? Si direbbe che avrebbe, in cambio, più probabilità di rilanciarsi al sud, ma a parte che nemmeno un solo sondaggio gli darebbe una simile speranza, resta il fatto che nel Meridione, dove l’elevata evasione fiscale si somma al dramma della carenza del lavoro e dei redditi bassi, l’ultimo dei problemi percepiti sarebbe oggi una tassazione relativamente più favorevole a chi guadagnasse di più, quando la domanda politica in questa parte del Paese consiste nel favorire nuove opportunità di lavoro.

L’altro grande problema di Renzi si ha con l’assenza di proposte alternative. Se il centro-destra propugna la flat tax e la sinistra invoca la patrimoniale, il PD rimane il rappresentante di uno status quo fiscale, che nessuno in Italia intende sostenere. Noto come l’ideatore della politica dei bonus, l’ex premier ha dimostrato al governo di avere disperso risorse pubbliche non per tagliare l’imposizione fiscale, bensì per creare stimoli certamente positivi nel breve termine, ma con risvolti paradossali nel medio-lungo termine, se è vero che gli 80 euro concessi in forma di detrazione per i redditi medio-bassi tendono a scomparire man mano che arrivino in busta paga gli aumenti delle retribuzioni o si dichiarino al fisco gli straordinari svolti nell’anno solare.

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E così, ancora una volta il PD si presenta agli elettori con il volto di chi vorrebbe punire il merito e l’impegno, nonostante il suo leader abbia cercato e continui a cercare di lanciare l’esatto messaggio contrario. La flat tax è criticabile, come ogni altra proposta, ma farlo dalla posizione di chi vorrebbe conquistare i cuori dei ceti produttivi appare un esercizio molto complicato. Per questo, Renzi dovrà volgere il suo sguardo alla solita dorsale appenninica per sperare in risultati elettorali positivi. Tanto rumore per nulla, si direbbe. Per quello bastava un Bersani qualunque.

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