Flat tax al 15% sui redditi incrementali, ecco come funzionerebbe e perché sa di resa

La tassa piatta al 15% agirebbe solo sui redditi incrementali, cioè sulle maggiori dichiarazioni rispetto all'anno precedente. Meglio di nulla, ma senza un piano pluriennale rimarrebbe inefficace.

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La tassa piatta al 15% agirebbe solo sui redditi incrementali, cioè sulle maggiori dichiarazioni rispetto all'anno precedente. Meglio di nulla, ma senza un piano pluriennale rimarrebbe inefficace.

Lega e Movimento 5 Stelle sono in frizione da mesi sui vari dossier al tavolo del governo e a dividere i due partiti della maggioranza adesso si è messa anche la “flat tax”. La tassa piatta al 15% è una promessa di Matteo Salvini, che intende trasformarla in realtà sin dal 2020, pur con la gradualità necessaria per non squilibrare i conti pubblici. L’idea del vicepremier e ministro dell’Interno consiste nel fare pagare a tutti i contribuenti a regime una sola aliquota Irpef del 15%, così da fare emergere l’economia sommersa e incentivare la produzione di ricchezza e l’occupazione. Il Tesoro ha stimato nei mesi scorsi che la misura costerebbe quasi 60 miliardi all’anno, anche se la Lega ritiene che ne servirebbero intorno alla metà per via degli effetti espansivi che essa avrebbe sulla base imponibile.

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Chiunque abbia ragione, per l’anno prossimo servono già in partenza 23 miliardi solamente per evitare che scattino gli aumenti dell’IVA. Salvini sa che sul versante flat tax le risorse a cui attingere sarebbero ridotte all’osso, per cui dovrà trovare il modo per mantenere fede alla parola data agli italiani, al contempo senza necessitare di troppi soldi. Una soluzione che prende piede sarebbe di applicare la tassa piatta del 15% sui redditi incrementali. Cosa significa? Le aliquote Irpef anche nel 2020 rimarrebbero quelle attuali previste per i cinque scaglioni – da un minimo del 23% a un massimo del 43% – ma sui redditi superiori a quelli dichiarati nell’anno precedente verrebbe imposto solo il 15%.

Come funziona con i redditi incrementali

Esempio: Tizio ha dichiarato per il 2019 redditi pari a 30.000 euro.

Per il 2020, dichiara redditi per 35.000 euro. Ebbene, sui 5.000 euro in più percepiti dovrà pagare il 15%, anziché il 38% altrimenti applicabile, rientrando l’extra-reddito interamente nel terzo scaglione. Il risparmio d’imposta sarebbe così di 1.150 euro. Non male, se pensiamo che ciò abbasserebbe l’aliquota effettiva applicata all’intero reddito del 3,3%. Tuttavia, la condizione “sine qua non” per beneficiare della flat tax sarebbe, appunto, di dichiarare un reddito maggiore all’anno precedente. Lo stato nei fatti non perderebbe gettito, trattandosi di una riduzione d’imposta su dichiarazioni fiscali superiori a quelle dell’anno precedente, ma così la portata rivoluzionaria della tassa piatta verrebbe sminuita.

Fare i conti con la realtà è sempre sano, purché non porti a riporre nel cassetto il “sogno” di una tassazione più leggera ed efficiente. Se la flat tax sui redditi incrementali servisse a prendere tempo per studiare un piano pluriennale di abbattimento della spesa pubblica, così da finanziare quello delle tasse, la soluzione transitoria diverrebbe accettabile e, tutto sommato, auspicabile. Se, però, non venisse seguita da alcun piano strutturale per rendere compatibile l’unica aliquota al 15% con i conti pubblici, parleremmo del nulla. In fondo, già da un decennio esiste la tassazione forfetaria del 10% sui redditi straordinari e i premi di produttività, voluta dall’allora governo Berlusconi e che ha funzionato, avendo garantito ai lavoratori incrementi salariali sostanziosi nel caso si siano impegnati di più al lavoro.

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Tuttavia, concedere il 15% solo sul reddito in più dichiarato, mantenendo inalterate le (alte) aliquote Irpef rischia di non produrre effetti visibili per l’economia, semmai andando a beneficio di quei pochi fortunati che da un anno all’altro riuscissero a guadagnare molto di più, sempre che lo stato non imponga limitazioni al risparmio d’imposta. Se un contribuente raddoppiasse in un anno il suo reddito, grazie a una promozione o a un cambio di lavoro o a un’annata fortunata sul fronte delle vendite, dichiarando per ipotesi 60.000 euro rispetto ai 30.000 precedenti, allora sì che la flat tax si farebbe sentire, consentendogli un risparmio di oltre 7.000 euro.

Ma quanti sarebbero in tali condizioni?

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