800 detrazioni e tasse alte, cosa non funziona con il fisco pazzo in Italia

800 detrazioni in Italia, dove la pressione fiscale continua a salire. Il sistema tributario non va e la direzione degli ultimi anni è quella sbagliata.

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800 detrazioni in Italia, dove la pressione fiscale continua a salire. Il sistema tributario non va e la direzione degli ultimi anni è quella sbagliata.

Tasse alte, ma anche troppe detrazioni. E’ il quadro, che emerge dall’Ufficio Studi di Unimpresa, che ha analizzato il farraginoso sistema fiscale in Italia, scoprendo che nel nostro paese esistono quest’anno 799 eccezioni per il pagamento delle tasse, ovvero possibili detrazioni, il cui valore complessivo ammonterebbe a 313,1 miliardi di euro, in netta crescita dai 250 miliardi del 2011, quando esse erano pari a 720. Una tendenza, quella italiana, che contrasta con gli sforzi di razionalizzazione del complesso sistema delle “tax expenditures”, che i governi europei stanno cercando di attuare negli ultimi anni. L’Italia è prima in Europa e seconda nella classifica mondiale per il ricorso a queste eccezioni, rappresentando l’8% del nostro pil, dietro solo all’Australia (8,2%) e davanti al 7,6% degli USA, il 5,9% del Regno Unito, il 3,8% della Spagna, il 2,2% della Francia, lo 0,8% della Germania e lo 0,6% del Portogallo.

Detrazioni fiscali, trend in crescita

Dunque, non solo siamo già ai vertici della classifica mondiale, ma le nostre detrazioni comportano un gettito potenziale sempre più basso, valendo quest’anno 24 miliardi in più rispetto al 2015. Il trend è stato il seguente nell’ultimo quinquennio (tra parentesi il numero delle eccezioni): 2011, 253,7 miliardi (720); 2012, 270,6 miliardi (723); 2013, 267 miliardi (744); 2014, 275,5 miliardi (742); 2015, 289,5 miliardi (756). Tra il 2011 e il 2016, quindi, le detrazioni in Italia sono aumentati di 79 unità e per un valore di 59,4 miliardi di euro. Il numero uno di Unimpresa, Paolo Longobardi, chiede una razionalizzazione del sistema, che non colpisca, però, i redditi bassi e le imprese. Già, perché tagliare le detrazioni in sé significa aumentare le imposte sui redditi. Un esempio? Se consento a un contribuente di detrarre dall’Irpef il 19% delle spese sanitarie oltre un certo importo, di fatto gli sto abbassando il carico fiscale effettivo. Il problema è che queste innumerevoli voci di sfoltimento delle imposte creano una distorsione economica e allo stesso tempo tengono elevate le aliquote Irpef, Ires, Irap, IVA, visto che il gettito tende a rimanere basso.

       

Troppe detrazioni, aliquote elevate

Il costo delle detrazioni in Italia vale, infatti, circa 130 miliardi, ovvero l’80% del gettito Irpef complessivo, un terzo di quello tributario totale. Ciò significa, che se lo stato, anziché consentire un numero così elevato di detrazioni, per ipotesi le azzerasse, i contribuenti italiani potrebbero finanche pagare la metà delle aliquote nominali oggi vigenti. Potrebbe sembrare del tutto equivalente ai fini del funzionamento dell’economia, ma così non è. Un’aliquota doppia comporta un danno quadruplo per il mercato. Meglio sarebbe, quindi, tagliare un euro di Irpef per ogni euro di detrazioni in meno. Facile a dirsi, molto difficile a farsi, sotto tutti i governi. Il perché non è difficile da comprendere. Per prima cosa, le detrazioni alluvionali di questi decenni sono il risultato di una tendenza assistenziale e spesso persino clientelare dello stato: per salvare un’impresa che produce lavatrici, consento agli italiani di detrarre dalle imposte parte del costo di acquisto degli elettrodomestici; per incentivare le energie rinnovabili, m’invento una detrazione generosa sull’acquisto di pannelli solari; per acquisire il consenso di una fetta specifica della popolazione, le consento di detrarre l’abbonamento in palestra, etc. Tagliare le detrazioni implica, quindi, una redistribuzione del reddito a sfavore di chi non può più sottrarre determinati costi dalle imposte e per le imprese produttrici di quei beni o servizi resi indetraibili, anche se l’economia italiana si gioverebbe di una simile scelta nel medio e lungo termine, vuoi perché sarebbe spinta a una maggiore efficienza produttiva (tutti i settori sarebbero nella medesima posizione di partenza), vuoi anche perché aliquote più basse attirano investimenti stranieri, incentivano la produzione e l’occupazione e disincentivano l’evasione fiscale.        

Pressione fiscale insostenibile e redditi in calo

Il costo anche del farraginoso sistema fiscale italiano si riflette in questi numeri di Confcommercio: la pressione fiscale è stata nel 2015 del 44,1% del pil, ma quella effettiva, ovvero calcolando che esiste un’economia sommersa del 17,3% del pil, schizzerebbe al 53,2%.

In parole povere, chi le tasse nel nostro paese le paga, è costretto a sopportarle per più della metà di quanto guadagni. Tra il 2000 e il 2013, la pressione del fisco nel Belpaese è salita del 5%, mentre il pil pro-capite è diminuito del 7%. Nello stesso arco di tempo, scendeva del 6% in Germania, dove il pil pro-capite è cresciuto del 15%, così come in Svezia si è ridotta del 14%, a fronte di un +21% messo a segno dal pil pro-capite. Riassumendo: numerose detrazioni tengono elevate le aliquote Irpef e la pressione fiscale, in generale. Un alto peso delle tasse impoverisce i redditi dei contribuenti e rallenta la crescita dell’economia. Serve una rivoluzione copernicana del nostro Fisco, ma a quanto pare Roma si starebbe dirigendo esattamente nella direzione sbagliata.

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