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Fiscal Compact, tassi BCE e l’accerchiamento possibile dell’Italia

Fine degli stimoli BCE più vicina e la chiedono adesso anche i francesi. Dopo la vittoria di Macron, le prospettive per l'Italia nell'Eurozona non sono affatto migliorate.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Fine degli stimoli BCE più vicina e la chiedono adesso anche i francesi. Dopo la vittoria di Macron, le prospettive per l'Italia nell'Eurozona non sono affatto migliorate.

I segnali si fanno chiari: gli stimoli monetari della BCE verranno gradualmente ritirati dall’anno prossimo, dopo che scadrà il piano di accomodamento noto come “quantitative easing”. Difficile che prima di tale termine si avrà un taglio degli acquisti mensili dei bond, ma intervenendo da Tel Aviv, dove ha ricevuto una laurea ad honorem, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha usato parole nette sullo stato di salute dell’economia nell’Eurozona: “La crisi è alle spalle”, ha spiegato, rilevando che “la maggioranza dei cittadini europei sta facendo sentire la sua voce”, un chiaro riferimento all’esito delle elezioni presidenziali in Francia, dove l’europeista Emmanuel Macron ha stravinto il ballottaggio contro l’euro-scettica Marine Le Pen.

Le dichiarazioni di Draghi erano state precedute da quelle del consigliere esecutivo, il francese Benoit Coeuré, il quale ha quasi avallato una svolta monetaria, sostenendo che la politica dell’istituto resterebbe “di forte sostegno” alla ripresa economica e che il mantenimento di tassi così bassi potrebbe creare rischi per le banche. (Leggi anche: Quantitative easing, come Draghi ha fatto bene ai tedeschi)

Rendimenti BTp saliranno

D’altro canto, con un’inflazione tornata quasi al 2% e una crescita dell’economia nell’area costante, per quanto non entusiasmante, non esisterebbero grosse giustificazioni per mantenere l’apparato di stimoli messo in atto quando l’Eurozona rischiava di scivolare verso la recessione e la deflazione. Assodato che i tassi resteranno ai livelli attuali per diversi mesi ancora dopo la fine del QE, sembra sempre più probabile che al board di giugno, quando verranno aggiornate le previsioni macro per il triennio in corso, la BCE cambi linguaggio, non più impegnandosi a mantenere i tassi ai livelli attuali “o più bassi” per un periodo prolungato. Da quel momento, scatterà la corsa sui mercati per riposizionarsi, in vista del ritiro degli stimoli.

Nei mesi prossimi, quindi, i rendimenti dei titoli di stato nell’Eurozona saliranno, specie di economie come l’Italia, che non hanno ad oggi dimostrato di essere uscite dalla crisi del 2008-’09, né di essere state in grado di risanare i conti pubblici. Al contrario, il rapporto tra debito e pil in Italia è esploso al 133%, record di sempre. In valore assoluto, il nostro indebitamento è arrivato a marzo a 2.260,3 miliardi di euro. (Leggi anche: Stimoli e tassi BCE, Draghi cambia linguaggio a giugno?)

Asse franco-tedesco allontana flessibilità per Italia

La vittoria di Macron in Francia e il subito rinvigorimento dell’asse con la Germania della cancelliera Angela Merkel, contrariamente alle attese dei poco avveduti politici italiani, stanno creando già le condizioni per un aumento della pressione su Roma e altre capitali, affinché pongano in essere quelle riforme economiche necessarie a rilanciare la crescita e il taglio del deficit. Il primo incontro a Berlino tra i due può sintetizzarsi così: chi vuole integrarsi maggiormente, dovrà anche mostrare più responsabilità. Letto al contrario: chi desidera flessibilità sui conti pubblici non potrà fare parte del gruppo di testa della UE e dell’unione monetaria. Non solo questione di prestigio, ma la rinuncia a beneficiare dei frutti attesi dalla maggiore integrazione “politica”, come il godimento di un piano di investimenti sovranazionale.

L’Italia desidera tutto, fuorché di ritrovarsi a dovere realmente adempiere alle previsioni del Fiscal Compact, il complesso delle regole fiscali varato nel 2012 e la cui attuazione è stata parzialmente rinviata per effetto della crisi protrattasi oltre modo. Esso ci obbligherebbe a tagliare il rapporto debito/pil eccedente il 60% al ritmo del 5% all’anno. Per noi, che abbiamo un debito sopra il 130%, significa ridurre il rapporto di circa 3,5 punti percentuali all’anno in questa prima fase. (Leggi anche: Eurobond, proposta indecente legata al Fiscal Compact)

L’impatto del Fiscal Compact

Se l’Italia avesse raggiunto il pareggio di bilancio, al fine di ottemperare all’impegno le sarebbe sufficiente crescere dell’1% e avere un’inflazione anche poco inferiore al 2%. Con un deficit ancora sopra il 2%, però, il discorso si complica, perché il debito continua a crescere e per abbassarne il peso sarebbe necessaria una crescita nominale (pil + inflazione) ben più alta e non alla nostra portata.

In più, con i rendimenti sovrani in crescita nei prossimi anni, dovremmo fronteggiare anche un maggiore costo per rifinanziare progressivamente il nostro debito. A titolo di esempio, se l’intera curva delle scadenze si alzasse dell’1%, l’aggravio per il Tesoro sarebbe di 22 miliardi di euro. Vero, solo parte del debito giunge in scadenza ogni anno, ma nell’arco degli anni si arriverebbe a tale conto. E stiamo ragionando di un +1%, che è un’ipotesi alquanto ottimistica. Pensate forse che senza QE, il mercato acquisterà i nostri BTp a 10 anni al 3,2-3,3% dall’attuale 2,2-2,3% o che non pretenda un rendimento del 4-5% per sobbarcarsi il rischio? (Leggi anche: Debito pubblico su, rendimenti giù e la crisi che verrà)

Mancano diversi miliardi per essere in regola

Dunque, tornando allo stato dei conti pubblici, ci troviamo nella seguente situazione: disavanzo fiscale per una quarantina di miliardi, quando dovremmo tendenzialmente arrivare al pareggio di bilancio; maggiori costi attesi nel lungo periodo per non meno di 20 miliardi e necessità di tagliare il rapporto debito/pil, scendendo in prossimità del 100% al 2025, se ci venisse imposto di rispettare il Fiscal Compact dall’anno prossimo.

Simulando, invece, una realistica crescita nominale del pil del 3% all’anno fino alla metà del prossimo decennio e un deficit pubblico costante di 40 miliardi (ipotesi ottimistica, considerando i maggiori costi sul debito), non saremmo in grado di centrare l’obiettivo, attestandoci a un rapporto del 118% nel 2025. E, attenzione, perché stiamo supponendo che Roma sarà in grado di fronteggiare i maggiori oneri sul debito tagliando altre spese o incassando nuove entrate. Se per ipotesi, poi, la nostra crescita risultasse mediamente più bassa e l’aumento degli interessi sul debito salisse più di quanto stimato, le distanze tra obiettivi e realtà sarebbero ancora più siderali. Ma il rispetto del Fiscal Compact sarebbe la contropartita pretesa dalla Germania per ogni eventuale passo compiuto nella direzione di una maggiore integrazione. (Leggi anche: Debito pubblico, austerità vera arriva con aumento dei tassi)

 

 

 

 

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Argomenti: quantitative easing, stimoli monetari, Fiscal Compact, Bce, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Crisi Euro

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