Fiscal Compact, all’Italia mancano 45 miliardi nel 2016

Il Fiscal Compact scatta dal prossimo anno e l'Italia è lontana dall'essere in regola con i parametri previsti sul debito pubblico.

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Il Fiscal Compact scatta dal prossimo anno e l'Italia è lontana dall'essere in regola con i parametri previsti sul debito pubblico.

Vi eravate dimenticati dell’esistenza del Fiscal Compact? Ebbene, il Fiscal Compact non si è dimenticato di noi ed entrerà in funzione a partire dal prossimo mese, quando dovranno essere rispettate le clausole approvate e firmate nel marzo del 2015 dall’allora governo Monti, recepite da tutta la maggioranza che lo sostenne, ovvero dall’ex PDL, dal PD e dai centristi ora in Area Popolare. Quasi tutti, ad eccezione di questi ultimi, hanno rinnegato a parole tale scelta, ma i fatti sono fatti e tra poche settimane, l’Italia dovrà rispettare gli impegni assunti sul piano europeo. Cosa prevede il Fiscal Compact? Di fatto, esso ingloba le regole fiscali già previste dal Patto di stabilità e di crescita del 1997 e le amplia: il rapporto tra deficit e pil non può eccedere il 3%; i governi devono puntare al raggiungimento del pareggio di bilancio (noi lo abbiamo scritto persino in Costituzione); al netto dell’andamento ciclico dell’economia, il deficit “strutturale” non dovrà eccedere lo 0,5% del pil; infine, i paesi con un debito pubblico superiore al 60% del pil dovranno tagliare la quota eccedente tale soglia di un ventesimo all’anno. E’ proprio quest’ultima previsione tra le più contestate e controverse nell’opinione pubblica, anche perché sono in pochi ad avere capito davvero cosa implichi, a causa di una disinformazione abbastanza sfacciata, promossa dalle forze politiche contrarie. Nel caso dell’Italia, avendo noi un debito pubblico quest’anno al 133% del pil, la quota eccedente il 60% da tagliare per un ventesimo all’anno è pari al 73%, per cui già dall’anno prossimo dovremmo essere in grado di portare il rapporto intorno al 129,4% del pil.         Le stime della Commissione europea ci dicono, invece, che l’Italia avrà un rapporto debito/pil del 132,2% nel 2016, ovvero solo in lieve calo rispetto a quest’anno. Dunque, avremo infranto il Fiscal Compact di quasi il 3% del pil. I calcoli sono presto fatto: Bruxelles si è adeguata di recente alle stime del governo italiano, prevedendo che la crescita del pil nel 2016 sarà per l’Italia dell’1,5%. L’inflazione è attesa in aumento all’1% (+1,1% per il governo Renzi), mentre il deficit/pil si attesterebbe al 2,3%. Affinché la previsione del Fiscal Compact fosse adempiuta, sarebbe necessario che la crescita nominale del pil fosse del 3% e che il deficit risultasse azzerato. Poiché la crescita nominale è pari alla somma tra aumento del pil real e inflazione, sarebbe sufficiente che sia l’uno e l’altra, ad esempio, fossero dell’1,5%. Ma ciò risulterebbe sufficiente solo con un bilancio in pareggio, perché basterebbe un deficit dell’1% per aumentare dell’1,3% la crescita nominale del pil richiesta per tagliare l’eccesso di debito del 5%. Ora, considerando che il deficit/pil atteso per l’anno prossimo è del 2,3%, affinché il debito scenda al 129,4% del pil, come teoricamente ci imporrebbe il parametro europeo, la nostra economia dovrebbe crescere di oltre il 5,3%. E’ già tanto che cresceremo della metà. Ne consegue che, allo stato attuale, il nostro debito pubblico risulterà più alto di quello obiettivo del 2,8% del pil, ovvero di 45 miliardi di euro. Sempre in teoria, ciò farebbe scattare la famosa procedura d’infrazione contro il nostro paese, che ci imporrebbe di rientrare nei limiti imposti, magari attraverso un piano sostanzioso di privatizzazioni, associato a nuova austerità fiscale, ovvero a tagli alla spesa pubblica e ad aumenti delle tasse.         Sembra remoto, per il momento, che ciò accada, perché sarebbero in pochi i paesi europei ad essere in regola con i parametri del Fiscal Compact. Non sappiamo nemmeno se la Francia riuscirà a contenere il suo deficit al 3% del pil, mentre dubbi aleggiano sulla stessa Spagna, oltre che sul Portogallo.

Dunque, i famosi 50 miliardi di tagli che l’Italia rischierebbe ogni anno con le nuove regole europee sono una bufala politica, basata sul fatto che alcuni leader di schieramenti contrari al Fiscal Compact volutamente spacciano il taglio del 5% del rapporto tra debito e pil eccedente il 60% (e pari a circa il 3% del nostro pil) con il taglio proprio del 3% del pil.
Attenzione, però, a pensare che nessuno farà mai veramente rispettare una tale regola. E’ molto verosimile che, tenuto conto di una ripresa molto lenta in tutta l’Eurozona (oggi il governatore della BCE, Mario Draghi, ha affermato che la crescita potenziale dell’area si è abbassata all’1% dopo la crisi finanziaria degli anni passati), la Commissione europea si mostri molto flessibile per i primi tempi, limitandosi a invitare i governi a fare di più. Ma l’obiettivo di tendere in un ventennio a un debito pubblico massimo al 60% del pil nell’Eurozona è assodato, per cui prima o poi ci troveremmo nella situazione di dovere davvero adempiere alla clausola. Ciò ci spingerà a dovere puntare certamente sulla crescita, attraverso le riforme strutturali, ma anche a tagliare il deficit più velocemente di quanto sinora ipotizzato. Considerando che l’Italia cresceva pochissimo o niente anche prima della crisi del 2008-’09 e che il nostro pil è sceso, in termini reali, ai livelli di fine anni Novanta, c’è poco da stare tranquilli.

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