Fiscal Cliff, ecco come Obama dovrà tassare l’America

L'accordo per evitare il Fiscal Cliff è vicino. I Repubblicani pronti a cedere ma l'intesa potrebbe danneggiare l'economia Usa

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'accordo per evitare il Fiscal Cliff è vicino. I Repubblicani pronti a cedere ma l'intesa potrebbe danneggiare l'economia Usa

L’accordo tra la Casa Bianca e il Congresso per evitare l’ormai noto “Fiscal Ciff” sarebbe più vicino, dopo che il presidente Barack Obama ha presentato allo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, un nuovo piano più incline alle ragioni della destra, che proprio in questo ramo del Congresso è maggioranza. Secondo le indiscrezioni, il nuovo piano Obama prevederebbe tagli alla spesa in dieci anni per 1.200 miliardi di dollari e altri 1.200 miliardi di aumenti di imposte. Rispetto agli obiettivi dei repubblicani, la differenza è scesa a 200 miliardi, visto che Boehner continua a proporre tagli complessivi al deficit fiscale per 2.000 miliardi di dollari in dieci anni, di cui mille miliardi in maggiori tasse (tramite la riduzione delle esenzioni fiscali e l’eliminazione di vari metodi elusivi) e mille miliardi con riduzioni di spesa. Se fosse approvato l’ultimo piano uscito dalla Casa Bianca, gli aumenti delle imposte sarebbero a carico non più dei redditi oltre 250 mila dollari l’anno (200 mila dollari per i single), bensì su quelli oltre i 400 mila, ma alla fine si potrebbe convergere sulla soglia dei 500 mila dollari, come tempo fa aveva profetizzato il finanziere Warren Buffett. Oltre questo scaglione si dovrebbe tornare all’aliquota pre-Bush jr, ossia del 39,6% dall’attuale 35%, ma sarebbe innalzata anche l’aliquota precedente, attualmente al 33% e che passerebbe al 36%. Ma la scure fiscale di Obama non si fermerebbe qui. L’imposta sui capital gain sarebbe innalzata dal 15% al 20%, mentre cresceranno le imposte sulle società e al contempo si inasprirebbe la tassazione sulle successioni dall’attuale 35% oltre i 5 milioni di dollari al 45% oltre i 3,5 milioni.  

Le società Usa corrono ai ripari distribuendo una pioggia di dividendi

Non è un caso che le società stiano cercando di distribuire più utili possibili in questi ultimi giorni prima della stangata, puntando anche allo strumento della distribuzione anticipata, in modo da non sottoporre i propri risultati alla maggiore tassazione. E’ il caso di Disney, che ha aumentato il suo dividendo annuo del 25%, anticipando la scadenza prevista per la distribuzione dal 2 gennaio al 27 dicembre. Dal canto loro, i democratici accetterebbero di tagliare la sanità per 400 miliardi, così come altri 200 miliardi in spese per assistenza. Al contempo, tuttavia, Obama chiederebbe altri 200 miliardi per finanziare progetti di spesa infrastrutturale e il taglio delle imposte sugli stipendi dei lavoratori. In assenza di un accordo, dal primo gennaio 2013 scatterebbero tagli automatici alle spese e aumenti di imposte per il 98% della popolazione americana e per complessivi 600 miliardi di dollari. L’impatto stimato dagli economisti sul pil sarebbe negativo fino al 2%, mentre uno studio del Congresso parla di una riduzione della crescita del 3-4%. Cifre esagerate, secondo alcuni, che preferiscono parlare di discesa della crescita (“slope”), piuttosto che di un precipizio, espressione coniata dal governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, che non a caso è sostenitore delle politiche di Obama. Il dubbio è, cioè, che tanto allarmismo sia voluto per mettere i repubblicani nell’angolo e costringerli ad acconsentire a un aumento delle tasse, sogno di Obama da quando è entrato alla Casa Bianca nel 2008. I sondaggi indicano che in caso non fosse raggiunto un’intesa, la maggioranza degli americani riterrebbe responsabili proprio i repubblicani. In assenza di un accordo, entrambe le parti politiche dovrebbero fare i conti con l’entrata in vigore automatica di misure sgradite ai rispettivi elettorati. Da un lato, i repubblicani vedrebbero tagliate le spese per la difesa di 55 miliardi all’anno, contro i 100 miliardi complessivi in dieci anni proposti nell’ultima bozza di Obama, dall’altro i democratici dovrebbero affrontare tagli a spese sociali sensibili per 65 miliardi nei soli primi nove mesi del 2013, come la riduzione del 27% dei compensi dei medici che assistono gli anziani con il programma Medicare (-11 miliardi di budget) e altri 26 miliardi di riduzione per il programma sanitario in favore dei disoccupati, programma noto anche come Medicaid. La data dell’1 gennaio è diventata così importante per via della coincidenza di varie scadenze a fine 2012. Il 31 dicembre scadono, infatti, gli sgravi fiscali previsti voluti nel 2002 dall’amministrazione di George W.Bush. Sempre a fine anno, poi, scadono i termini per trovare un accordo tra repubblicani e democratici su come tagliare il deficit fiscale, ancora oltre quota 1.100 miliardi di dollari. L’ultimatum fu voluto dalle parti nell’agosto del 2011, quando si trovarono a concordare un nuovo tetto per il debito federale. Infine, lo stesso programma Medicaid sarebbe in scadenza e necessita di essere rifinanziato. Ma Obama cercherà di tirare la corda e pretenderebbe che insieme all’accordo contro il “Fiscal Cliff” il Congresso sbloccasse l’attuale tetto di 16.400 miliardi di debito federale fissato 16 mesi fa. E’ probabile, tuttavia, che Boehner rinvii al mese di marzo la fissazione del nuovo tetto. Ricordiamo che senza autorizzazione di una legge votata dal Congresso, il governo non può spendere oltre la soglia del debito stabilito.  

L’ipotesi più probabile è quella di una intesa last minute

Le borse credono all’accordo “last minute”, ormai una consuetudine a cui ci hanno abituato le presidenze degli ultimi trenta anni, quando il Congresso è nelle mani del partito avversario. Ma bisognerebbe chiedersi se con tutta questa sfilza di nuove tasse ci sia davvero qualcosa da festeggiare o se non sia il caso di guardare con preoccupazione all'”europeizzazione” dell’America, che ultra-indebitata affronta i suoi problemi aumentando le tasse e non riducendo la sua propensione ad indebitarsi.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia USA