Finisce l’era del QE e la Yellen sorprende ancora. Ad aprile il primo rialzo dei tassi USA?

Il comunicato con cui ieri la Federal Reserve ha annunciato la fine del QE ha stupito non pochi per il cambiamento di toni su lavoro e inflazione, tanto che adesso si potrebbe immaginare che il primo rialzo dei tassi avverrà in aprile.

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Con ieri, è finita ufficialmente l’era del “quantitative easing” negli USA, dopo che la Federal Reserve ha annunciato la fine del piano di acquisto dei Treasuries e dei “mortgage-backed securities”. In verità, la fine del QE era scontata, sebbene qualcuno sperasse ancora che fosse rinviata a dicembre. Ma la reazione dei mercati è stata ugualmente negativa. Wall Street ha chiuso con gli indici in calo frazionale, mentre i rendimenti dei decennali del Tesoro USA sono saliti al 2,325% e il dollaro si è rafforzato subito contro lo yen. Ma ciò che ha maggiormente colpito gli analisti e i mercati è stato il mutamento del linguaggio utilizzato dalla Fed ieri nel comunicato, con cui sono state annunciate le decisioni di politica monetaria. Non c’è stata la conferenza stampa del governatore Janet Yellen, per cui il testo uscito fuori dall’istituto è stato l’unico appiglio per gli investitori.   APPROFONDISCI – La Fed manterrà toni accomodanti? Tra fine del QE, economia e tassi, ecco le attese  

Cambia il linguaggio

Nel giustificare le proprie decisioni, il board ha eliminato il termine ricorrente “significativo”, con riferimento al sotto-utilizzo della forza-lavoro negli USA e l’ha sostituita con l’espressione “has been downgraded” (“si è ridotto”). In pratica, l’istituto si mostra più ottimista che in passato sulla capacità della ripresa dell’economia americana di assorbire la forza-lavoro eccedente, valutata nell’11,8%, frutto della somma tra il 5,9% della disoccupazione e il numero dei lavoratori part-time, che vorrebbero lavorare a tempo pieno, ma non riescono a trovare un posto simile. Una conferma del mutamento degli orientamenti è arrivata anche sul fronte dell’inflazione. Ad agosto, i prezzi al consumo sono cresciuti negli USA dell’1,5% su base annua, in decelerazione dal +1,7% di maggio. Tanto che la Fed aveva rimarcato a ogni comunicato post-board il rischio derivante da un’inflazione più bassa del target di medio termine del 2%. Stavolta, questo timore non viene più segnalato e al contrario viene sostituito con un’espressione di segno decisamente diverso, laddove si afferma che “i rischi che l’inflazione resti al di sotto del 2% sono diminuiti rispetto al passato”. Dunque, la Fed ha eliminato dal comunicato i due aspetti che maggiormente lasciavano intravedere una politica “dovish”, accomodante, anche nel prossimo futuro.

Da un lato, i banchieri centrali USA si mostrano ottimisti sul miglioramento dell’occupazione, dall’altro non temono più che l’inflazione rimanga troppo bassa a lungo.   APPROFONDISCI – Tassi Fed ancora fermi a lungo. Dai verbali emerge il rinvio della stretta monetaria USA  

A quando la stretta?

Questo ci induce a ritenere che l’istituto potrebbe alzare i tassi prima del previsto. Fino a ieri sera, le attese erano per un rialzo dei tassi USA dalla metà del 2015, ma con la possibilità che la tempistica della stretta monetaria fosse anticipata o posticipata di qualche mese, sulla base dei dati effettivi dell’andamento dell’economia americana. Nelle ultime ore, quindi, la bilancia propenderebbe verso un rialzo nel secondo trimestre, magari al board di fine aprile. E sarebbero esattamente sei mesi da oggi, proprio quell’“around six months”, che la Yellen aveva annunciato al suo primo board da governatore in marzo, con riferimento al lasso di tempo che sarebbe intercorso tra la fine degli stimoli e il primo rialzo dei tassi. D’altronde, per la fine del 2015 si attende che il livello dei tassi sia compreso tra l’1% e l’1,5%. Se si vuole evitare una stretta troppo veloce e poco graduale, bisogna iniziare quanto prima. E in assenza di dati macroeconomici negativi, c’è tutto il sospetto che la svolta arriverà proprio in primavera.   APPROFONDISCI – La Fed si avvia all’ultimo tapering, ma cosa farà con $4,5 trilioni di titoli?  

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