Grandi banche al capolinea? L’America di Trump ripensa agli anni Trenta

Le grandi banche sistemiche hanno i giorni contati? Il presidente Trump vuole tornare al passato, ponendo fine alla liberalizzazione voluta dall'amministrazione Clinton.

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Le grandi banche sistemiche hanno i giorni contati? Il presidente Trump vuole tornare al passato, ponendo fine alla liberalizzazione voluta dall'amministrazione Clinton.

Wall Street legge con grande interesse una dichiarazione resa ieri dal presidente Donald Trump, che al termine di un incontro con la Independent Community Bankers of America (ICBA), si è detto favorevole a tornare al Glass-Steagall Act, la legge voluta dall’amministrazione Roosevelt nel 1933 ed eliminata da un’altra amministrazione democratica nel 1999, quella guidata da Bill Clinton, che impose per oltre due terzi di secolo una separazione alle banche americane tra istituti di investimento e unità commerciali. Non una vera novità, visto che il tema era stato un cavallo di battaglia di Trump in campagna elettorale, ma ieri è stata la prima volta che il tycoon ne ha parlato da presidente. (Leggi anche: Deregulation finanziaria, così Trump libera 100 miliardi per le grandi banche)

Il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, al Congresso USA aveva dichiarato a gennaio di ambire non a un ritorno alla normativa degli anni Trenta, bensì alla creazione di una “nuova visione per il 21-esimo secolo”. La reazione dei titoli bancari americani è stata curiosa: dopo un primo cedimento, hanno chiuso con un rialzo di quasi l’1% medio.

Grandi banche USA accusate della crisi

Cosa significa un eventuale ritorno alla Glass-Steagall Act e perché ieri Wall Street ha reagito positivamente all’ipotesi? Secondo lo schema voluto da Franklin Delano Roosevelt, le banche furono divise in due categorie: quelle dedite agli investimenti finanziari e le altre attive nell’erogazione del credito a imprese e famiglie, attraverso il denaro raccolto tra i clienti con depositi tutelati dai contribuenti americani. (Leggi anche: Banche USA, ritorno al passato?

La fine di questa separazione è stata accusata di essere stata la causa principale della crisi finanziaria esplosa nel 2008, avendo creato grandi banche, in grado di travolgere l’intero sistema economico americano prima e mondiale dopo. Tra l’altro, dovendo essere salvate con un ingente piano alimentato da denaro pubblico, contrapponendo così i “banksters” di Wall Street ai contribuenti arrabbiati, oltre che gravati dalle conseguenze devastanti della crisi.

Titoli bancari reagiscono bene alla “minaccia” di Trump

Separare le banche commerciali dagli istituti di investimento imporrebbe alle prime di concentrarsi solo sul credito all’economia reale e ai secondi di dedicarsi alla pura finanza. Le sole prime verrebbero eventualmente salvate con denaro pubblico nei casi di crac e solamente i loro depositi verrebbero tutelati dai contribuenti. Questi ultimi tornerebbero ad avere la certezza che i soldi delle loro tasse non sarebbero più utilizzati per salvare qualche istituto rimasto vittima della sua stessa speculazione.

Detto ciò, la reazione del comparto bancario quotato all’S&P 500 appare inconsueto: anziché cedere, esso ha replicato alle parole di Trump con un aumento. Il perché sta nella constatazione da parte del mercato che un eventuale “break-up” farebbe crescere e non diminuire le valutazioni delle banche oggi quotate. La somma delle singole parti di un istituto quotato varrebbe, infatti, più dell’insieme delle parti stesse.

I colossi USA dovrebbero sdoppiarsi

Per intenderci, se Trump davvero passasse dalle parole ai fatti, una banca come JP Morgan-Chase dovrebbe sdoppiarsi in JP Morgan e Chase, ciascuna delle quali verrebbe prezzata sul mercato più di quanto non lo sia oggi l’entità che le racchiude. Lo stesso dicasi di Bank of America-Merrill Lynch, quest’ultima fusa nei giorni del drammatico crac di Lehman Brothers.

Attenzione, però, a pensare che sarebbero solo rose e fiori. L’ex governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che se Glass-Steagall fosse stata in vigore nel 2007-’08, banche sane non avrebbero potuto scalare quelle sostanzialmente fallite. In pratica, nel caso di crisi non vi sarebbe salvezza possibile per una banca commerciale o un istituto di credito.

Ma Trump vuole meno vincoli sulle banche americane

D’altra parte, il Partito Repubblicano ha nel suo programma proprio il ripristino della legge abolita da Clinton, cosa che potrebbe apparire strana per un partito fortemente pro-business. In realtà, la destra americana ha sempre visto come fumo negli occhi la nascita di grandi banche americane, temendo proprio quanto accaduto nel 2008, ovvero che l’eventuale fallimento di una di esse minacci le tasche dei contribuenti e spinga il governo di turno a controllare l’economia, attraverso l’implementazione di un piano di salvataggio.

Nessuno pensi, però, che Trump sia un presidente ostile al mondo delle banche. Non siamo di fronte a un capo-popolo contrario alla finanza di Wall Street, bensì a un politico che con pragmatismo vorrebbe riavvicinare quest’ultima agli americani dopo il “divorzio” di quasi un decennio fa. Nei suoi piani non c’è, infatti, solo il ripristino di un Glass-Steagall Act 2.0, bensì pure l’eliminazione della Dodd-Frank, la legge introdotta nel 2010 dall’amministrazione Obama, che impone severe limitazioni operative alle banche, controlli più stringenti e accantonamenti di capitale a copertura delle potenziali perdite, oltre che l’istituzione di un ente a difesa dei consumatori.

Banche più piccole, ma con meno regole

Senza la Dodd-Frank e l’imposizione di un “break-up”, le banche americane sarebbero più piccole, ma liberate da molti dei vincoli attuali. Nelle intenzioni di Trump e dei repubblicani, ciò dovrebbe sostenere l’economia reale, al contempo riducendo i rischi sistemici. Eppure, nella transizione al nuovo sistema, il credito a famiglie e imprese potrebbe ridursi, come accadde nel 2010, quando il passaggio al Dodd-Frank Act creò una fase di impasse tra i banchieri.

Le conseguenze di una nuova era per le banche a stelle e strisce arriverebbero anche in Europa, dove già oggi si nutrono resistenze alla deregulation finanziaria annunciata dalla Casa Bianca. Per quanti avessero la memoria corta, ricordiamo che anche l’Italia aveva un suo Glass-Steagall Act, ovvero la famosa legge bancaria del ’36, voluta dall’allora governo fascista e che rimase in vigore fino alla riforma del 1992, quando si consentì alle banche commerciali di fondersi con gli istituti di credito, ponendo fine al nanismo nel comparto dei decenni precedenti.

In Italia abbiamo banche piccole, non grandi

Che anche da noi vi sarà la tendenza a tornare al passato? Lungi dall’avere assunto dimensioni rilevanti sul piano internazionale, ad eccezione del colosso Unicredit, unica banca sistemica italiana inserita nella lista Sifi, il nostro sistema del credito non appare sovradimensionato, tanto che non abbiamo dovuto salvare alcun istituto con soldi pubblici negli anni della crisi finanziaria mondiale. Lo stiamo facendo oggi, a causa di un corto circuito realizzatosi tra economia reale e credito, oltre che di una cattiva gestione in alcuni casi. Ma da noi si parla di fusioni, non certo di “break-up”, eppure il tema lanciato da Trump diverrà centrale anche nel dibattito italiano dei prossimi mesi. (Leggi anche: Crisi banche italiane, voragine prestiti dubbi fino a 120 miliardi)

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