Fine accordo nucleare con l’Iran, ecco qual è il vero obiettivo di Trump

Fine dell'accordo nucleare con l'Iran. Così il presidente americano Donald Trump punta a mettere alle strette il regime di Teheran, favorendo i suoi nemici nello scacchiere mediorientale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Fine dell'accordo nucleare con l'Iran. Così il presidente americano Donald Trump punta a mettere alle strette il regime di Teheran, favorendo i suoi nemici nello scacchiere mediorientale.

Mentre l’ayatollah Khameini definisce “discorso stupido” quello tenuto l’altro ieri dal presidente americano Donald Trump per comunicare il ritiro degli USA dall’accordo sul nucleare con l’Iran, la tensione diplomatica tra i due paesi è alle stelle. L’Europa punta ancora a tenere viva l’intesa del 2015, anche perché in gioco ci sono miliardi di investimenti delle sue aziende a Teheran. La Casa Bianca ha chiarito, infatti, che le sanzioni saranno comminate anche agli stati che faranno affari con la Repubblica Islamica. Una delle vittime illustri del nuovo corso trumpiano sarebbe ENI e nel suo complesso proprio l’Italia, primo partner commerciale dell’Iran. Lo scorso anno, venendo in visita ufficiale a Roma, il presidente Hassan Rouhani strinse accordi commerciali con Roma e il governo italiano garantiva gli investimenti delle nostre aziende a Teheran, con la conseguenza che se adesso le relazioni venissero meno, Invitalia sarebbe costretta a mettere mano al portafoglio fino a 5 miliardi di euro.

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Il presidente iraniano si trova in grande difficoltà. Lo scorso anno ha ottenuto il secondo mandato, battendo i candidati ultra-conservatori e certamente più ostili all’America, su un programma di apparente riavvicinamento del suo paese all’Occidente, puntando proprio sulla “pax” nucleare del 2015. Adesso, rischia di venire politicamente travolto dai falchi, anche perché a distanza di tre anni dall’accordo, la ripresa economica c’è stata, ma non tale da fare avvertire alla popolazione sostanziali benefici. La disoccupazione resta alta e sfiora il 30% tra i giovani, mentre l’inflazione risulta ufficialmente scesa a una sola cifra, ma il rial ha perso il 23% nel 2017 e già è crollato del 42% quest’anno, attestandosi fino a un tasso di cambio (illegale) di 75.000 contro un dollaro, nonostante poche settimane fa il governo abbia unificato il tasso ufficiale con quello di mercato, nel tentativo di contenere il mercato nero. Il crollo del rial non depone in favore della stabilità dei prezzi, tanto che qualche analista inizia a stimare l’inflazione reale intorno al 60%. Il resto lo farebbero le minori esportazioni di petrolio, salite di 1,1 milioni di barili al giorno da inizio 2016 e proprio sulla fine delle sanzioni occidentali, che adesso l’America sta reintroducendo.

Insomma, a Rouhani servono risultati economici per giustificare la sua posizione moderata in politica estera. Il rischio consiste in una ulteriore estremizzazione della linea di Teheran, con effetti potenzialmente devastanti per l’ordine nel già malconcio Medio Oriente. E allora, come mai Trump sta puntando le sue carte sulla fine dell’accordo nucleare? Non teme i pericoli di una simile iniziativa?

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Per rispondere a queste domande, dobbiamo tornare a parlare di economia. Il pil nel 2016 è aumentato del 6,5%, quando nel 2015 era arretrato dell’1,6%. Tuttavia, già lo scorso anno dimezzava i ritmi di crescita al 3,3% e per il 2018 il Fondo Monetario Internazionale ha stimato un +4,3%. Insomma, il ritorno alle esportazioni di greggio per Teheran si è tradotto in un’accelerazione della crescita, ma non ai ritmi sperati, che erano nell’ordine dell’8% all’anno. La delusione è stata così tanta, che nei mesi scorsi sono esplose manifestazioni di protesta a Teheran da parte, soprattutto, di giovani, che lamentano scarse condizioni di vita.

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Ora, mentre il governo fa stringere la cinghia ai suoi circa 75 milioni di abitanti, all’estero finanzia costosi piani militari, sostenendo organizzazioni terroristiche, secondo le classificazioni occidentali, tra cui Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, il regime di Bashir al-Assad in Siria e i ribelli Houthi nello Yemen. E’ guerra di cifre sull’entità di tali finanziamenti, anche perché bisogna tenere conto non solo delle erogazioni di denaro, bensì pure di equipaggiamento militare o di altra natura, tra cui forniture di petrolio. Si stima, ad esempio, che nei primi anni del Millennio, Teheran abbia speso 100-200 milioni di dollari all’anno per sostenere Hezbollah, incrementando tale cifra dal 2006, quando si ebbe il confronto militare tra Libano e Israele. Ben più copiosi i finanziamenti a Damasco, con linee di credito per svariati miliardi di dollari concesse negli ultimi anni, oltre a una spesa stimata nell’ordine dei 5-600 milioni al mese per sostenere il regime contro le varie forze ribelli, a loro volta appoggiate da Turchia, Arabia Saudita, USA e Israele.

Le spese militari iraniane incidevano nel 2017 per il 3,1% del pil, in crescita dal 2,6% del 2015, ma effettivamente non paiono così elevate come saremmo portati a credere, specie considerando che l’America spende all’anno sul 3,3% per il Pentagono. E, però, non stiamo computando quelle somme a cui accennavamo sopra, erogate in favore di organizzazioni terroristiche, con l’obiettivo di combattere “proxy war” contro sauditi e israeliani. Lampanti i casi di questi anni di Siria e Yemen, dove indirettamente si confrontano proprio Riad e Teheran.

Pane o bombe

Con lo stralcio dell’accordo nucleare, Trump intende mettere Rouhani con le spalle al muro: o sceglie il pane per il suo popolo o continuerà a finanziare il programma nucleare a fini bellici e le varie operazioni belliche all’estero, ma rischiando un collasso del regime iraniano, visto che il crollo atteso delle esportazioni petrolifere sta già provocando l’implosione del cambio, l’accelerazione dell’inflazione e la riduzione dei margini fiscali di cui dispone il governo. Ogni rial di spesa pubblica dovrà essere centellinata e dedicare troppe attenzioni all’atomo e Siria, Yemen e Libano potrebbe costare caro alla repubblica dell’ayatollah. Senza girarci intorno, Washington punta a mettere in ginocchio l’economia iraniana, facendo in modo che a Teheran abbiano qualcosa di cui occuparsi che non sostenere in giro questa o quella forza di regime o di opposizione.

Questa strategia comporta evidenti rischi, ossia un surriscaldamento della temperatura con Riad e Tel Aviv, specie se dovessero rafforzarsi le forze più conservatrici in Iran e la voce dei moderati divenisse inascoltata o meno vigorosa. Non ultimo, Trump farà un favore diretto agli alleati storici sauditi con la fine dell’accordo, perché le eventuali minori esportazioni iraniane di petrolio verrebbero sostituite da Aramco, che già si dice pronta ad alzare la propria offerta di circa 300.000 barili al giorno, tornando così sopra la soglia dei 10 milioni. E chissà che il Principe Mohammed bin Salman non ricompensi Trump, quotando parte della compagnia a Wall Street, confermando la superpotenza finanziaria dell’America.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Economie Asia, economie emergenti, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio, valute emergenti

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