Financial Times: perché la crisi dell’euro non è ancora finita

La moneta unica come un matrimonio infelice: i paesi stanno insieme per paura dei costi del divorzio, ma non essendo disposti ad accettare il necessario riequilibrio, finiranno per mollare.

di Carmen Gallus, curatrice Dall'Estero, pubblicato il
La moneta unica come un matrimonio infelice: i paesi stanno insieme per paura dei costi del divorzio, ma non essendo disposti ad accettare il necessario riequilibrio, finiranno per mollare.

Martin Wolf sul Financial Times fa il punto sullo stato della lunga crisi dell’euro. La sua tesi è che, anche se i rischi di crisi immediata sembrano essersi ridotti, come testimonia il calo degli spread in tutti i paesi colpiti, tuttavia la sopravvivenza della moneta unica non può essere data per certa.   Secondo Wolf,  tre fattori hanno giocato un ruolo importante nel contenere finora la crisi: “Il primo è il desiderio della Germania di tenere insieme la zona euro.  Il secondo è la volontà dei paesi vulnerabili di attenersi alle politiche richieste dai creditori.  Il terzo è la decisione della Banca Centrale Europea di intraprendere iniziative coraggiose – come le operazioni di rifinanziamento a lungo termine per le banche e le outright monetary transactions per gli stati sovrani – nonostante l’opposizione della Bundesbank.” Eppure, sostiene Wolf, il matrimonio monetario resta ancora in piedi perché i costi del divorzio sono molto alti, non perché si tratti di una storia d’amore felice. “Un buon matrimonio può dirsi tale quando i coniugi, anche avendo la possibilità di ricominciare tutto da capo, lo farebbero di nuovo.  Sicuramente, molti paesi membri oggi rifiuterebbero l’unione, che rappresenta un incubo di miseria e di ostilità.  Nel quarto trimestre dello scorso anno,il PIL aggregato della zona euro era ancora del 3% al di sotto del suo picco pre-crisi, mentre il PIL gli Stati Uniti era già del 2,4% al di sopra.  Nello stesso periodo, il PIL italiano era a livelli del 2000 – del 7,6% al di sotto del suo picco pre-crisi.  Il PIL in Spagna era del 6,3% al di sotto del picco pre-crisi, mentre il suo tasso di disoccupazione aveva raggiunto il 26%.  Tutte le economie in crisi, con l’eccezione dell’Irlanda, sono in calo da anni.  L’economia Irlandese è sostanzialmente stagnante.  Anche il PIL della Germania era solo dell’1,4 % al di sopra del suo picco pre-crisi, con la sua forza esportatrice indebolita dal declino dei suoi principali partners commerciali. Se tutti i membri della zona euro oggi si dimostrassero felici di rientrare nell’unione,  sarebbero veramente masochisti. E’ discutibile se anche la stessa Germania stia davvero meglio dentro l’unione: sì, è diventata un campione delle esportazioni e ha grandi surplus esteri, ma i salari reali e i redditi sono stati repressi. Nel frattempo, il tessuto politico e sociale nei paesi colpiti dalla crisi si è deteriorato.  Rabbia all’interno e tensioni con l’estero affliggono sia i creditori che i debitori. Per trasformare questo matrimonio infelice in un buon marimonio occorrerebbe riuscire a gestire una rapida ripresa dell’economia, e introdurre delle riforme per evitare il ripetersi di un simile disastro. […] Ma il viaggio verso il riequilibrio e la ripresa della crescita sembra lungo e difficile. Supponiamo che l’economia spagnola e italiana comincino a crescere dell’1,5 per cento all’anno, cosa di cui dubito.  Impiegherebbero ancora fino al 2017 o 2018 per tornare ai valori pre-crisi: 10 anni persi. Inoltre, non è chiaro che cosa potrebbe guidare la crescita.  L’offerta potenziale di per sé non garantisce la domanda effettiva. La politica fiscale è restrittiva. I paesi che soffrono di debito eccessivo del settore privato, come la Spagna, è improbabile che vedano una ripresa del credito e della spesa nel settore privato. La domanda estera sarà debole, soprattutto perché molti paesi membri stanno adottando politiche recessive contemporaneamente.  Inoltre non è affatto chiaro se la competitività dei paesi colpiti dalla crisi sia veramente migliorata, tranne nel caso dell’Irlanda.  In effetti, l’evidenza suggerisce che la competitività estera italiana rispetto alla Germania stia peggiorando. Sì, i disavanzi esteri si sono ridotti. Ma questo è in gran parte dovuto alla recessione. Nel frattempo, il finanziamento da parte della BCE, anche se sufficiente a prevenire un crollo improvviso dei governi deboli e delle banche a cui sono legati, ha richiesto come condizione un rapido inasprimento fiscale.  I risultati sono stati tristi.  In una recente lettera ai ministri, Olli Rehn, il vice-presidente responsabile dell’economia e affari monetari della Commissione europea, ha rimproverato il Fondo Monetario Internazionale del fatto che gli ultimi dubbi espressi sui moltiplicatori fiscali non siano affatto “utili”.  Questo, mi pare, è indice di una sorta di ipersensibilità.  Invece di ascoltare i consigli di un saggio consigliere matrimoniale, le autorità li hanno immediatamente scartati. Coloro che credono che i guai della zona euro siano oramai dietro le spalle, devono assumere o che ci sarà una straordinaria virata dell’economia, o che i paesi intrappolati in crisi profonde continueranno a tenere duro, anno triste dopo anno triste.  Nessuna delle due ipotesi sembra in realtà plausibile”   Articolo originale: Why the euro crisis is not yet over  

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Argomenti: Crisi Euro