Financial Times: l’Italia rischia un buco da 8 miliardi sui derivati

Possibile buco da 8 miliardi per i conti pubblici italiani, dovuto alla stipula di 8 contratti derivati alla fine degli anni Novanta. Lo scrive oggi il Financial Times

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Possibile buco da 8 miliardi per i conti pubblici italiani, dovuto alla stipula di 8 contratti derivati alla fine degli anni Novanta. Lo scrive oggi il Financial Times

La ristrutturazione dei contratti derivati sul debito pubblico italiano all’apice della crisi nel 2012 ci potrebbero costare 8,1 miliardi di euro. Lo ha pubblicato oggi il quotidiano britannico Financial Times, entrato in possesso di un documento di 29 pagine trasmesso dal Tesoro alla Corte dei Conti e che esprime preoccupazione per tale situazione determinatasi, con riguardo ai prezzi del 20 giugno.

Si tratterebbe di otto contratti derivati, sottoscritti a fine anni Novanta, poco prima che l’Italia entrasse nell’Area Euro o subito dopo. Secondo il FT, essi risalirebbero alla gestione Mario Draghi, attuale governatore della BCE, che tra il 1991 e il 2001 fu direttore generale del Tesoro e sotto cui fu sottoscritta la maggior parte dei contratti derivati sul debito pubblico.

Il valore nozionale sottostante sarebbe di 31,7 miliardi, per cui se i dati fossero confermati, le perdite sarebbero di percentuale enorme, in relazione a quanto sottoscritto. I contratti sarebbero stati stipulati con otto banche straniere, sebbene nell’articolo non si facciano i nomi.

Si evidenzia come l’operazione abbia consentito a Roma di dilazionare i tempi per i pagamenti agli istituti, anche se spesso a condizioni svantaggiose per lo stato italiano. Tali manovre avrebbero consentito all’Italia di far parte dell’unione monetaria sin da subito, entrando nel gruppo dei primi undici paesi. Infatti, se nel 1995 il deficit pubblico ammontava al 7,7% del pil, nel 1998 risultava già sceso al 2,7%, centrando l’obiettivo di un disavanzo inferiore al 3%.

Gli otto contratti hanno inizio effetti dal 15 aprile 2012 (con scadenza 15 ottobre 2018) fino al 15 marzo 2013 (con scadenza 15 marzo 2040).

La preoccupazione è così palpabile, che la Guardia di Finanza avrebbe effettuato perquisizioni presso la sede del Tesoro di Via XX Settembre, nel mese di aprile, al fine di visionare il suddetto rapporto.

Preoccupazione più che lecita, se si pensa che sul nostro debito pubblico sono stati sottoscritti contratti derivati per 160 miliardi di euro, pari a quasi il 10% dello stock quotato sul secondario e che il direttore generale del Tesoro, Maria Cannata, ha recentemente difeso, sostenendo che i “derivati non sono il male assoluto” e che semmai bisognerebbe utilizzarli in modo appropriato. Tuttavia, non sarebbe nemmeno una cifra così alta, se raffrontata con le percentuali degli altri paesi. Il timore è, però, che Roma non abbia avuto la capacità o la possibilità di scommettere bene sull’andamento dei prezzi dei nostri titoli, con perdite potenziali che potrebbero ammontare ben oltre gli otto miliardi di cui sopra.

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