Alzare i tassi contro l’inflazione o rischiare la recessione? Fed divisa negli USA

L'America alzerà i tassi domani e i mercati temono che la stretta monetaria vada oltre il dovuto. Difficile la decisione per la Federal Reserve.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'America alzerà i tassi domani e i mercati temono che la stretta monetaria vada oltre il dovuto. Difficile la decisione per la Federal Reserve.

Inizia oggi la due giorni della Federal Reserve, che si concluderà domani con l’annuncio quasi scontato di un terzo rialzo dei tassi per gli USA quest’anno, atteso nell’ordine dei 25 punti base o 0,25%. Il mercato si attende un ulteriore rialzo entro fine anno, mentre non vi è certezza sul 2019, quando i “dot plots” dell’istituto segnalano altre 3-4 manovre restrittive e gli investitori non vanno oltre 1-2. I membri votanti del board e che cambiano periodicamente a rotazione stanno diventando numericamente sempre più “hawkish”, facendo pendere la bilancia più verso una politica monetaria restrittiva dopo anni di accomodamento senza precedenti. L’economia americana scoppierebbe di salute, almeno a leggere i dati. Il tasso di disoccupazione risulta sceso sotto il 4%, l’inflazione viaggia sopra il target del 2% e il pil è cresciuto nel secondo trimestre del 4,2% su base annua. Con questi numeri, dovremmo attenderci una pressione salariale, che inizierebbe a intravedersi, ma con aumenti orari ancora inferiori al 3%, pur ai massimi dal 2009.

Perché il cambio euro-dollaro andrà giù con una crisi dell’economia americana

La Fed non può rischiare di restare indietro con i tassi (“behind the curve”) e di surriscaldare l’economia, creando le condizioni per una nuova crisi. Per questo, si alzano le voci di quanti nel board chiedono che i tassi vengano ritoccati all’insù fino a quando la politica monetaria non sarà “leggermente restrittiva”, un’espressione che farebbe intendere che l’istituto vorrebbe portarli al 3%, una percentuale in linea o di poco superiore al livello “neutrale” dei tassi, secondo le analisi, quello al quale l’economia americana non verrebbe né sostenuta e né colpita.

I rischi di tassi USA troppo alti

Ciò significherebbe che dovremmo assistere ad altri 4 rialzi dei tassi, compreso quello di domani, ossia a un paio per tutto il 2019. Se così fosse, per la prima volta in oltre un decennio diverrebbero nuovamente positivi in termini reali, ossia salirebbero al di sopra del livello d’inflazione. Sembra quasi scontato, ma dopo 10 anni di misure non convenzionali si tratta di una novità dirompente, che in tanti temono. La curva dei rendimenti dei Treasuries, ad esempio, si è ormai appiattita, cosa che è accaduta l’ultima volta nel 2007, quando successivamente si è inclinata negativamente, anticipando l’arrivo della recessione. I rendimenti decennali si attestano adesso sopra il 3% e di circa 25 punti base in più rispetto ai biennali. In genere, il segnale è considerato negativi per almeno un paio di ragioni. Anzitutto, perché le banche si finanziano a breve e prestano a medio-lungo termine, per cui una curva piatta suggerirebbe margini sugli interessi quasi azzerati e disincentivo a prestare denaro, a discapito dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese.

Debito USA alla base dell’economia mondiale

Secondariamente, tassi a lungo sostanzialmente in linea con quelli a breve significa che gli investitori non chiederebbero un premio extra per prestare denaro allo stato. Da un lato, ciò rifletterebbe aspettative ottimistiche nel lungo periodo, dall’altro potrebbe implicare previsioni negative per il breve. Dunque, non è chiaro che una curva piatta sia causa o conseguenza delle recessioni, né se i due fenomeni debbano necessariamente essere correlati, ma la paura esiste. Può la Fed ignorare un tale segnale? Si consideri che per la terza volta in un paio di decenni, i tassi nominali si porterebbero forse al di sopra dei livelli di disoccupazione e anche in questo caso, è accaduto che dopo l’economia americana abbia ripiegato. Non sarà facile fare la mossa giusta: o i tassi saliranno poco o troppo. E quale impatto sui conti pubblici, ora che il debito pubblico è lievitato sopra il 105% del pil, raggiungendo quota 21.400 miliardi di dollari? L’1% di rialzo medio dei rendimenti dei Treasuries equivale a regime a quasi 160 miliardi di maggiori costi, qualcosa come lo 0,8% del pil. E con un deficit federale atteso per l’anno prossimo poco meno di 1.000 miliardi, il rischio di una manovra fiscale restrittiva per non perdere la fiducia dei mercati esiste, pur trattandosi di America. D’altra parte, se la montagna del debito continua a crescere in boom economico, cosa accadrà quando l’economia rallenterà o entrerà in recessione?

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA