FCA-Renault, quando “fare sistema” serve solo come polemica politica

Governo italiano sotto accusa per essere stato assente nell'affare FCA-Renault. Eppure, proprio chi oggi chiede di "fare sistema" ha tifato per la fuga di FCA dall'Italia.

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Governo italiano sotto accusa per essere stato assente nell'affare FCA-Renault. Eppure, proprio chi oggi chiede di

Opposizioni all’attacco del governo Conte e, in particolare, del ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, dopo la mancata fusione tra Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e Renault. L’offerta è stata ritirata dal presidente John Elkann, a causa delle numerose e gravose condizioni che il governo francese aveva posto per dare l’ok all’operazione, in qualità di azionista al 15% della casa automobilistica di Parigi. Dal PD a Forza Italia, tutti ritengono che Di Maio porti la responsabilità di essersi disinteressato del dossier, che avrebbe creato un “campione mondiale dell’auto”, come sostengono da Confindustria, il cui presidente Vincenzo Boccia ha avuto parole dure per Emmanuel Macron, sostenendo che non può ergersi ad europeista e fare il nazionalista quando le imprese italiane tentano di entrare in Francia.

La fusione tra FCA e Renault salta a causa di Macron, liberale ipocrita in casa d’altri

Pur riconoscendo tale ambiguità, lo stesso predecessore Carlo Calenda (PD) rimprovera a Di Maio inazione sulla vicenda, mentre è proprio il diretto interessato a notare come “l’interventismo statale in operazioni economiche non sempre fa bene”. Un ribaltamento farsesco dei ruoli, con le opposizioni a invocare quel “fare sistema” di cui sono teoricamente fieri avversari, e il governo a ripararsi dietro la distinzione tra affari di stato e operazioni private.

Pur ammettendo che invocare il sistema abbia senso, di certo arriva fin troppo tardi. Anzitutto, i mercati hanno espresso già il loro giudizio e hanno sentenziato un calo del 5% del titolo Renault rispetto alla chiusura di mercoledì sera, prima che le trattative naufragassero, mentre il titolo FCA è rimasto sostanzialmente stabile. In un certo senso, gli investitori hanno detto a Macron che stavolta per loro avrebbe sbagliato e poco importa se il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire, si difenda sostenendo che servissero tempo e calma e che, comunque, la posizione del governo non avrebbe inciso sull’esito negativo del negoziato.

Fare sistema troppo tardi e senza chance

Ad ogni modo, ci vuole una bella faccia tosta per chiedere di fare sistema, quando nemmeno FCA ha sentito il bisogno di rivolgersi al governo per ottenere aiuto. Come potrebbe mai un governo intromettersi in un affare privato? Vero è che dalla Lega era arrivata la proposta piuttosto strampalata di far entrare lo stato nell’azionariato, così da tenere testa alla quota della Francia nel gruppo che si sarebbe creato dalla fusione, ma proprio dalle opposizioni erano arrivate parole di scherno. Semmai, il caso segnala che l’Italia non può più giocare un ruolo significativo in FCA, nemmeno se lo volesse.

Gli insulti della sinistra a Marchionne sono la spia del suo fallimento politico

FCA, mettiamocelo in testa, sotto lo scomparso Sergio Marchionne, è diventata un’entità semi-apolide. Ha la sede legale in Olanda, quella fiscale a Londra, il quartier generale suddiviso tra Detroit e Torino, la quotazione in borsa a New York e una secondaria a Milano. Insomma, in Italia tiene a malapena gli stabilimenti che aveva prima della fusione con Chrysler, nonché oltre un quarto dei dipendenti complessivi. A fronte di una Renault francese sia per nazionalità che per quota pubblica di controllo, FCA non potrebbe contrapporre alcuna entità statale, semplicemente perché non ha alcuna reale nazionalità. Piaccia o meno, è così. Fare sistema non può diventare l’escamotage di chi non riuscirebbe con le sole proprie forze a trattare con la controparte. Del resto, non sapeva per caso FCA che, entrando in Francia, si sarebbe ritrovata contro l’azionista pubblico della società che intendeva acquisire?

E come si può chiedere al governo di turno, con tutti i difetti e l’incompetenza esibiti in questo suo primo anno di vita, di fare sistema, quando nell’ultimo decennio abbiamo tutti, politica e stampa, tessuto le lodi di una “internazionalizzazione” di FCA, anche quando fosse palese che coincidesse con un addio all’Italia sul piano delle prospettive industriali, nonché giuridico, fiscale e relazionale? Che l’establishment italiano si stesse eccitando per l’eventuale esito positivo delle trattative con Renault è stato patetico, se non ridicolo.

Quand’anche la fusione ci fosse stata, per caso qualcuno pensava che sarebbe stato un successo “italiano”, che si sarebbero creati in Italia più posti di lavoro, che si sarebbero pagate più tasse a Roma o si sarebbero aperti nuovi stabilimenti? Non dimentichiamoci che FCA non fa più nemmeno parte di Confindustria sin prima che rivelasse formalmente Detroit. Abbiamo tutti commentato un’operazione, che con l’Italia avrebbe c’entrato poco, per non dire nulla.

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