Famiglie italiane troppo liquide, sfiducia verso il futuro o altro?

Gli italiani tengono i loro soldi sul conto corrente. Troppa ricchezza liquida, chiediamoci perché e se è un bene.

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Gli italiani tengono i loro soldi sul conto corrente. Troppa ricchezza liquida, chiediamoci perché e se è un bene.

Quasi un terzo della ricchezza finanziaria detenuta dalle famiglie italiane si ha in forma liquida. A dirlo è l’esito di una ricerca Wealth Insight, realizzata da Prometeia in collaborazione con Ipsos. Al 31 dicembre scorso si attestava a 4.168 miliardi di euro il controvalore delle attività finanziarie, di cui il 31,9%, ovvero 1.130 miliardi, detenute in forma di strumenti liquidi, senza alcuna remunerazione, cosa che determina un’erosione del potere di acquisto di tale immensa ricchezza, in presenza anche di un’inflazione minima. E il 46% delle famiglie italiane non deterrebbe che solamente depositi liquidi, mentre ben una su dieci avrebbe su un conto corrente più di 25.000 euro. (Leggi anche: La ricchezza delle famiglie italiane svetta anche sul piano finanziario)

Che cosa significano questi dati? Come vanno interpretati? Di certo, che le famiglie italiane detengano liquidità a sufficienza per affrontare eventuali imprevisti (spese straordinarie, perdita del lavoro, malattia, etc.) non può che essere valutato positivamente. Se la ricchezza liquida detenuta fosse, per ipotesi, distribuita equamente tra i correntisti, troveremmo che ciascun italiano avrebbe mediamente a disposizione quasi 22.000 euro con cui tamponare esigenze improvvise, denaro più che sufficiente per guardare con relativa serenità al medio termine.

Se il risparmio è certamente meritorio, meglio sarebbe che esso fosse impiegato in modo remunerativo. Come mai ciò non starebbe avvenendo a sufficienza? Una causa potrebbe consistere nella bassa inflazione. Dal 1900 al 2016, ha calcolato Credit Suisse, che l’inflazione media in Italia sia stata superiore all’8%. Ciò significa che mediamente un italiano avrebbe perso l’8% all’anno sulla liquidità detenuta, essendo essa priva di remunerazione. Non è un caso che negli anni dell’inflazione a due cifre, i risparmiatori italiani si buttassero sui libretti postali e i titoli di stato, proteggendosi contro l’inflazione e approfittando degli elevati interessi corrisposti da questi strumenti a rischio praticamente azzerato.

Bassa inflazione inibisce investimenti

Oggi, le cose stanno molto diversamente. L’esigenza di ripararsi contro l’inflazione non è avvertita e le Poste e il Tesoro staccano cedole miserrime per i risparmiatori, tanto vale tenere la liquidità disponibile per ogni evenienza, anche al costo di rimetterci qualcosa durante l’anno, tra imposta di bollo e spese di tenuta del conto. (Leggi anche: Ricchezza famiglie italiane raddoppiata in 20 anni)

Certo, verrebbe da chiedersi del perché gli italiani non abbiano approfittato del +60% messo a segno da Piazza Affari negli ultimi 5 anni. La risposta è forse da trovarsi nel saliscendi piuttosto traumatico della borsa italiana dell’ultimo decennio, a causa di crisi globali e specifiche nazionali. Per non parlare del fatto che, a un certo punto, abbiano iniziato a fare paura persino i BTp, quando nel 2011-’12 si parlava apertamente di rischio default. Non vogliamo nemmeno accennare al patatrac delle banche italiane con le obbligazioni subordinate, che non ha certo accresciuto la fiducia del mercato verso gli investimenti a più alto rischio.

Ricchezza finanziaria liquida impedisce guadagni ai più

In tutto questo accumulare risparmi da lasciare sul conto corrente, però, vi sarebbe anche una crisi di fiducia degli italiani verso il futuro, i quali non sembrano essere usciti anche solo mentalmente dagli anni bui della recessione. La paura di perdere il lavoro attraversa quasi ogni categoria sociale e quella di impoverirsi lambisce anche ceti insospettabili fino a qualche anno fa, come i piccoli imprenditori e il lavoro autonomo. (Leggi anche: Risparmi famiglie italiane crollati dell’80% in 20 anni)

Il rovescio della medaglia di tanta ostinata oculatezza nella gestione del risparmio sta nel dato pubblicato poche ore da dal Boston Consulting Group, secondo cui l’1,2% delle famiglie italiane deterrebbe il 20,9% della ricchezza finanziaria nazionale, una percentuale meno che dimezzata rispetto al 45% del dato mondiale, ma che segnala un fatto sopra ogni altro: trattandosi di una minoranza, che investe il proprio denaro in fondi azionari, obbligazionari e altri assets per lo più remunerativi, poco più di una famiglia su 100 in Italia starebbe beneficiando del rally dei mercati, a sua volta stimolato dall’accomodamento monetario delle principali banche centrali, allargando le distanze rispetto al 99% della popolazione. I ricchi possono osare e vengono premiati, tutti gli altri si devono accontentare della soddisfazione di possedere un conto corrente possibilmente sostanzioso.

 

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