Fallita la politica delle mance elettorali, ora Renzi ammette: forse non mi candido a premier

La politica fiscale di Matteo Renzi è stata un disastro, che stiamo iniziando a pagare con le richieste di Bruxelles e le minacce di commissariamento all'Italia. E l'ex premier ora si accorge che forse sarebbe meglio non candidarsi.

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La politica fiscale di Matteo Renzi è stata un disastro, che stiamo iniziando a pagare con le richieste di Bruxelles e le minacce di commissariamento all'Italia. E l'ex premier ora si accorge che forse sarebbe meglio non candidarsi.

L’aria di commissariamento, che circola in questi giorni a Roma ha allontanato la prospettiva di elezioni anticipate entro giugno. Ieri, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che pure è il responsabile formale delle politiche fiscali degli ultimi tre anni, ha ammesso che senza una risposta a Bruxelles, in termini di manovra correttiva dei conti pubblici, l’Italia rischia la Troika. In effetti, dalla Commissione europea non si nasconde più la possibile apertura di una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, qualora il governo Gentiloni non colmasse il gap tra il disavanzo-obiettivo per quest’anno e quello che Bruxelles stima che si registrerà effettivamente. Parliamo dello 0,2% del pil, nulla di straordinario, ma che in un’economia che segnala persino un possibile rallentamento, mentre il resto d’Europa sembra accelerare, potrebbe risultare un colpo fatale per i consumi e la ripresa. (Leggi anche: Italia commissariata e a un passo fuori dall’euro)

A mostrarsi fallita è la politica dei bonus, delle mance elettorali, alla quale negli ultimi anni siamo stati abituati dal precedente governo Renzi. Gli 80 euro sono stati un fatto positivo per l’economia italiana, intendiamoci, perché hanno offerto maggiore potere d’acquisto ai lavoratori della fascia di reddito medio-bassa e hanno sostenuto i consumi. Il punto è che avrebbe dovuto essere il punto d’avvio di una nuova politica fiscale, mentre ne è stata l’unica misura significativa, accompagnata dalla fine del risanamento dei conti, senza che si sia creato sviluppo.

Renzi ammette: forse non mi candido a premier

Matteo Renzi ha ottenuto tra il 2016 e quest’anno flessibilità fiscale per complessivi 26 miliardi di euro, oltre l’1,5% del pil. Soldi, che avrebbero potuto essere impiegati per gli investimenti pubblici, oppure per guadagnare tempo, anticipando tagli strutturali alle imposte sui redditi da lavoro e sugli utili d’impresa, rinviando di qualche anno il taglio della spesa pubblica.

Invece, niente di tutto questo. (Leggi anche: Flessibilità infinita per Renzi deriva da due grandi errori di Draghi)

Che il clima sia cambiato in poche settimane se n’è accorto lo stesso ex premier, che in un’intervista al Corriere della Sera, ha ammesso che le elezioni anticipate non potranno essere considerate un secondo tempo del referendum, che il 4 dicembre scorso ha calciato malissimo un rigore e -audite, audite – alle prossime elezioni potrebbe non essere lui il candidato premier, ma uno come l’attuale premier Paolo Gentiloni, riconoscendo anche che difficilmente, anche nel caso di vittoria del PD, potrebbe fare da premier le cose che ha in mente con la stessa libertà di cui ha goduto nei 34 mesi al governo.

Renzi ha fallito, lo spiegano i dati

Quanto queste dichiarazioni siano sincere non è dato sapere, ma una cosa appare certa: i toni di Renzi e del suo entourage sono diventati meno saccenti, non solo e non tanto per effetto del colpo subito con la dura sconfitta di due mesi fa, quanto per l’evidente stato impietoso della nostra economia, che non consente a nessuno di mostrarsi intento a regolare i propri conti di bottega, a discapito dell’interesse nazionale. Se è comprensibile che parte delle opposizioni smanino per tornare alle urne, non lo è se tale ansia viene esternata dal segretario del partito quasi esclusivo della maggioranza. (Leggi anche: Scissione PD è tra Renzi e resto del partito)

In fondo, nel migliore dei casi, il renzismo si è palesato fallimentare sul piano dei risultati. La narrativa di un’Italia, che avrebbe “cambiato verso” non solo non funziona più da mesi, ma appare a dir poco in contraddizione con la realtà di un’economia, che non aggancia la ripresa della già debole Eurozona e che non è riuscita proprio nel triennio 2014-2016 a sfruttare la congiuntura senza precedenti sui mercati finanziari, tra tassi bassi, cambio debole e petrolio a basso costo.

Senza Draghi saremmo alla crisi buia dello spread

La crisi irrisolta delle banche italiane è solo l’emblema della polvere nascosta sotto il tappeto rosso dei salotti renziani. Se non fosse per Mario Draghi e il suo “quantitative easing”, oggi lo spread in Italia sarebbe a livelli di qualche paio di centinaia di punti base in più e i rendimenti italiani viaggerebbero in linea con quelli portoghesi.

Tutta colpa di Renzi? Certo che no. In meno di tre anni non si cambia un paese, specialmente se si chiama Italia, dove da decenni si intrecciano interessi corporativi difficili da contrastare e dove l’inefficienza della macchina burocratica è una questione forse secolare. Ma se persino un esponente dello stesso PD, il governatore pugliese, Michele Emiliano, ammette che della stagione renziana non è rimasto nulla, non c’è che crederci. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

Del renzismo non rimane nulla

La riforma delle banche popolari è stata bocciata dal Consiglio di Stato, quella della Pubblica Amministrazione (Riforma Madia) cassata dalla Consulta, le riforme istituzionali sono state spazzate via dal 60% degli elettori italiani, mentre persino la nuova legge elettorale è stata parzialmente giudicata incostituzionale. L’unica perla del renzismo resta il Jobs Act, che ha già esaurito i suoi effetti, dato che il cuore di quella riforma del lavoro consisteva nella decontribuzione dei neo-assunti a tempo indeterminato. (Leggi anche: Jobs Act, tensioni nel PD)

Eppure, il 40,8% assegnato al PD alle elezioni europee era stata un’apertura di credito amplissima da parte degli italiani, che avevano scommesso sul più giovane premier della storia repubblicana, affinché fosse in grado realmente di far cambiare passo. Una fiducia, che Renzi ha utilizzato non per imporre una vera tabella di marcia di riforme positive per la crescita nel medio-lungo termine, bensì per occupare ogni spazio politico e mediatico e per consolidare il proprio potere personale.

Non sappiamo se si ricandiderà a premier e con quali risultati; avvertiamo solo un declino di quella stagione, che pure sembrava promettere una certa longevità.

 

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