Fallimento Alitalia se non passa il referendum, ma i piloti giocano d’azzardo

L'ennesimo salvataggio di Alitalia a carico dei contribuenti è in corso, mentre i piloti giocano d'azzardo e rischiano di sabotare il referendum dei lavoratori sull'accordo tra azienda e sindacati.

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L'ennesimo salvataggio di Alitalia a carico dei contribuenti è in corso, mentre i piloti giocano d'azzardo e rischiano di sabotare il referendum dei lavoratori sull'accordo tra azienda e sindacati.

Dalle ore 11 di oggi fino alle 16 di lunedì 24 aprile saranno chiamati a votare per il referendum sul pre-accordo tra azienda e sindacati per il salvataggio i 12.500 dipendenti di Alitalia. Il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha voluto mandare un messaggio abbastanza chiaro ai lavoratori: se il referendum non passa, ci sarà un breve periodo di amministrazione controllata della compagnia aerea (6 mesi) e successivamente il fallimento. Parole nette, che segnalano il nervosismo del governo per l’esito affatto scontato del voto. Se il personale di terra, composto da 7.200 dipendenti, sembra più orientato per il “sì”, sono i 5.100 dipendenti del personale di voto a mostrare irritazione e, in particolare, i piloti. L’Anp ha invitato apertamente a votare contro l’intesa per bocca del suo rappresentante Marco Veneziani, ex Uil.

Secondo i sindacati dei piloti, un eventuale commissario non potrebbe che prendere atto della necessità di continuare a fare volare gli aerei. Veneziani, in particolare, critica il piano aziendale, che prevede un taglio delle retribuzioni del personale, oltre che dei voli, sostenendo che non sarebbe possibile aumentare i ricavi, tagliando il numero dei vettori. Per contro, i leader di Cgil e Cisl, rispettivamente Susanna Camusso e Annamaria Furlan, invitano i loro iscritti al senso di responsabilità, paventando l’alternativa del fallimento. (Leggi anche: Salvataggio Alitalia, pre-accordo evita crisi di liquidità)

I sacrifici di Alitalia chiesti ai lavoratori

L’accordo siglato la settimana scorsa prevede un taglio delle retribuzioni dell’8% per i dipendenti di terra dal 30% inizialmente richiesto dall’azienda, ma che sale al 16% tra il personale di volo. I primi saranno anche toccati da 980 esuberi tra i lavoratori assunti a tempo indeterminato (1.330 i licenziamenti inizialmente previsti), ma potranno godere per i primi due anni della cassa integrazione e per i successivi due del Naspi.

Quanto al personale di volo, è stato concordato un taglio dei giorni di riposo da 120 a 108 all’anno, il rallentamento degli scatti di anzianità da ogni 2 a 3 anni, la riduzione di un assistente di volo per le tratte a lungo raggio, contratti meno generosi per i piloti neo-assunti e un tetto del 25% per i premi eventualmente concessi. (Leggi anche: Tassa sui biglietti aerei per mantenere i mega-sussidi ai piloti Alitalia)

Cosa prevede l’ennesimo salvataggio di Alitalia

Sul piano del rilancio, in gioco vi sarebbero quasi 2 miliardi di euro, di cui 900 milioni attraverso equity e nuove linee di credito a carico dei soci Unicredit, Intesa-Sanpaolo ed Etihad, 600 milioni di nuovi prestiti e conversione di obbligazioni, tra cui un bond sottoscritto da Generali, mentre altri 400 milioni arriverebbero nel caso in cui il piano non dovesse esitare i risultati auspicati. Di questi, 200 milioni sarebbero coperti da Invitalia, l’agenzia degli investimenti controllata dal Tesoro. L’ipotesi iniziale era di coinvolgere Cassa depositi e prestiti, il cui presidente Claudio Costamagna aveva espresso contrarietà.

E proprio la garanzia di Invitalia, un ente pubblico, scatena polemiche e presenta il rischio di una bocciatura del terzo piano di salvataggio in pochi anni da parte della UE, in quanto potrebbe essere considerata un aiuto di stato. Calenda ha avvertito, però, che l’alternativa del fallimento obererebbe il bilancio pubblico di oneri superiori al miliardo di euro. (Leggi anche: Crollo passeggeri di un terzo in Italia con la crisi)

I piloti Alitalia giocano d’azzardo

E così, nonostante la privatizzazione alla meno peggio di ormai oltre 8 anni fa, Alitalia resta un peso morto sulle spalle dei contribuenti, i quali dovranno sobbarcarsi ancora una volta due tipologie di costi per il relativo salvataggio: quelli legati alla cassa integrazione dei quasi 1.000 esuberi e i 200 milioni che dovrebbe sborsare Invitalia. Il tutto, mentre i piloti scommettono sul fatto che a ridosso delle elezioni politiche, il governo non farebbe chiudere una compagnia aerea da 12.500 dipendenti, di fatto giocando d’azzardo e rischiando di mandare a monte l’ennesimo tentativo di mantenere in vita probabilmente una delle aziende più sindacalizzate al mondo e che nemmeno in mani private è riuscita a tener testa alla concorrenza, non chiudendo mai i bilanci in attivo per nemmeno un esercizio.

Anche su quest’ultimo aspetto, Calenda ha usato parole chiare, sostenendo che Alitalia dovrà essere messa nelle condizioni di competere alla pari, ma che dovrà rassegnarsi alla presenza delle compagnie low-cost. Insomma, il governo non interverrà per limitare la concorrenza, come maldestramente fece nel 2008 l’esecutivo a guida Silvio Berlusconi, quando consegnò Alitalia ai “capitani coraggiosi”, rivelatisi un fallimento, evitando la vendita ad Air France, ma accollandosi debiti per un paio di miliardi e assegnando per tre anni il monopolio della rotta trafficata tra Roma e Milano all’ex compagnia di bandiera. Un’operazione, che è costata denaro per i contribuenti, che ha anestetizzato la concorrenza nazionale, tenendo alti le tariffe dei biglietti aerei nella principale tratta italiana, mentre in tutte le altre si sviluppava la concorrenza delle low-cost e non solo. Vorremmo che si parlasse di salvare Alitalia per l’ultima volta. Dubitiamo che accadrà. (Leggi anche: Crisi Alitalia, cosa insegna il fallimento dei capitani coraggiosi)

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