Facebook vicina al mercato “orso”, ecco i precedenti di Volkswagen ed Equifax

Le azioni Facebook sono crollate anche ieri, portando a circa 96 miliardi di dollari le perdite accumulate in poco più di una decina di giorni in borsa. Mark Zuckerberg ora deve temere davvero per il suo business model.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le azioni Facebook sono crollate anche ieri, portando a circa 96 miliardi di dollari le perdite accumulate in poco più di una decina di giorni in borsa. Mark Zuckerberg ora deve temere davvero per il suo business model.

Un altro crollo del 4,9% nella seduta di ieri per il titolo Facebook, che perde così il 18% cumulato dal 16 marzo scorso, quando è esploso il “data-gate” sul caso Cambridge Analytica, la società di consulenza di Steve Bannon, ex strategist della campagna presidenziale di Donald Trump, che sarebbe entrata in possesso dei dati su 50 milioni di profili degli utenti iscritti al social. Un ulteriore calo e formalmente le azioni di Mark Zuckerberg saranno entrate nella fase “orso” (“bear market”). Ad oggi, in poco più di 10 giorni hanno perso complessivamente un valore di quasi 96 miliardi di dollari.

Ieri, l’ad e fondatore di Facebook ha accettato di comparire a testimoniare dinnanzi al Congresso americano, mentre ha inviato un suo vice al Parlamento inglese, dove deputati e governo appaiono furibondi per questa scelta quasi di scarsa considerazione per le istituzioni di Sua Maestà. Tutto questo, mentre dall’Europa si levano le voci di quanti chiedono una stretta legislativa per il web, a tutela della privacy dei naviganti.

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I precedenti di Volkswagen ed Equifax

Il punto è capire se stia avvenendo la classica tempesta in un bicchiere d’acqua o se il tracollo del titolo di questi giorni abbia ragione di essere. Gli investitori hanno paura che il social possa essere oggetto di sanzioni negli USA per l’abuso accertato nell’utilizzo dei dati degli utenti. In pratica, saremmo dinnanzi a un caso simile a quello che due anni e mezzo fa travolse in borsa la casa automobilistica tedesca Volkswagen sullo scandalo delle emissioni inquinanti taroccate ed Equifax appena sei mesi fa. Se il metro di misurazione fossero questi due precedenti recenti, i dolori a Wall Street per Facebook non sarebbero finiti. Equifax è crollata, infatti, del 35% in appena una settimana, Volkswagen del 45% in un paio di settimane. In media, quindi, dovremmo attenderci che le azioni del social sprofondino del doppio rispetto a quanto non abbiano già fatto, anche se qui saremmo in presenza di abusi dalle conseguenze probabilmente assai minori sul piano legale.

In ogni caso, il problema sarebbe eventualmente un altro: i tempi di recupero. Le azioni tedesche sono tornate ai livelli pre-dieselgate solo 26 mesi dopo. Quelle di Equifax, a sei mesi dallo scandalo, restano di circa il 18% più basse, anche se a fine gennaio avevano accorciato le distanze fino a un minimo di -12%. Insomma, più marcato il calo, maggiore il tempo necessario per tendere ai 185 dollari a cui il titolo si era portato poco prima che esplodesse la bomba. E non si trattava di un massimo, visto che l’1 febbraio scorso aveva chiuso sopra i 193 dollari.

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I rischi reali per Zuckerberg

In verità, non solo solo e tanto le eventuali sanzioni a preoccupare, forse nemmeno la stretta regolamentare in sé in arrivo in diverse economie. Il timore consiste nella perdita di fiducia dell’utente, il quale potrebbe reagire a quanto sta accadendo abbandonando il social nel caso più grave, oppure trascorrendovi meno tempo, postandovi e condividendovi meno contenuti e autorizzando sempre meno le app a sfruttare le informazioni a cui avrebbero accesso tramite Facebook. Se così fosse, la creatura di Zuckerberg perderebbe di appeal per i pubblicitari, che lo scorso anno le hanno staccato un assegno da 40 miliardi per pubblicare inserzioni sulle bacheche.

Il trend appariva preoccupante già dalla fine del 2017, quando il numero degli utenti in Nord America, l’area più ricca per il social, era diminuito di 700.000 unità rispetto al terzo trimestre. Non era mai accaduto sin dalla nascita di Facebook. Anche se continuano ad aumentare nel resto del mondo, specie in Asia-Pacifico, si consideri che l’ARPU, ovvero i ricavi unitari, si attestano sul mercato nordamericano a circa 9 volte i livelli di quelli delle economie più povere, quelle in cui gli utenti continuano a registrarsi a ritmi più veloci. In pratica, se la maggiore sensibilità tra il pubblico dell’Occidente spingesse molti ad abbandonare o ad allentare il rapporto con il social, per compensare le perdite sarebbe necessario un rimpiazzo da parte di un numero di utenti fino a 9 volte superiore in altre aree del pianeta.

Ma tra gli analisti continua a serpeggiare grande ottimismo sul futuro di Facebook. Quelli di FactSet hanno un target price di 220 dollari, praticamente del 45% superiore ai livelli attuali. Per il trading, il crollo degli ultimi giorni sarebbe un’occasione di acquisto, dato che i fondamentali sarebbero rimasti intatti. E. però, se continuassero ad emergere nuove vicende negative per l’immagine e la stessa posizione legale del social, il rischio che i cali proseguano e che il recupero richieda più tempo c’è. E sappiamo quanto i media non amino più ultimamente Zuckerberg, vuoi per ragioni politiche (è accusato di avere favorito la vittoria di Trump), vuoi molto più prosaicamente perché è diventato un loro temuto concorrente.

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Argomenti: bolla finanziaria, Social media e internet

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