Facebook sa solo prendere e non paga mai, lo ‘squalo’ attacca i giganti della rete

Facebook sotto attacco da parte del magnate australiano Rupert Murdoch per la sua politica verso il mondo dell'informazione. E la rivolta riguarda anche Google.

di , pubblicato il
Facebook sotto attacco da parte del magnate australiano Rupert Murdoch per la sua politica verso il mondo dell'informazione. E la rivolta riguarda anche Google.

Facebook e il business dell’informazione non sono andati mai granché d’accordo. Anzi, le relazioni sono state spesso tese, in generale, tra i network cartacei e televisivi da un lato e i colossi della rete dall’altro, tra cui Google. Il motivo del contendere è chiaro e lo stesso da anni: la Silicon Valley è bravissima a prendere, ma mostra il braccio molto corto quando c’è da pagare. E l’ultimo attacco, in ordine di tempo, è arrivato all’indirizzo del social network più popolare al mondo da parte di Rupert Murdoch, il magnate australiano noto anche con il termine di “squalo” per la spietatezza con cui da decenni porta avanti i suoi affari. A capo del gruppo News Corp, in queste settimane sta vendendo la sua galassia “non core” alla Disney, tenendosi solo gli assets strettamente legati all’informazione, da cui era partito grazie ai lasciti del padre in Australia. Ad oggi, la Fox e Wall Street Journal sono i suoi gioielli dell’informazione, rispettivamente televisiva e della carta stampata. (Leggi anche: Google e Facebook quasi spariti in Cina, la censura sta vincendo)

L’altro ieri, Murdoch ha rinnovato forti critiche alla creatura di Mark Zuckerberg, sostenendo che, pur beneficiando della pubblicazione di contenuti da parte degli organi di informazione, Facebook non assegni a questi alcun valore, mentre dovrebbe essere costretta a pagare similmente a quanto già facciano gli operatori del cavo per i canali offerti, attraverso i cosiddetti “carriage fees”. Secondo il tycoon dei media nel mondo, tali pagamenti impatterebbero poco sui margini del social, ma avrebbero un forte impatto sui giornalisti e su quanti pubblichino news. Pur affermando di “non avere dubbi sulla sincerità di Zuckerberg”, ha aggiunto che “c’è ancora un’assenza di trasparenza che dovrebbe preoccupare chi pubblica (contenuti) e quanti temono ingerenze politiche su queste piattaforme potenti”.

Non poteva essere più chiaro lo squalo, che di recente ci è andato persino più duro contro Google, accusandolo di non pagare le tasse nel Regno Unito, grazie alla sua opera di lobbismo sul governo di Londra. E proprio ieri l’authority per le telecomunicazioni britannica ha definito “contraria all’interesse pubblico” la scalata di Murdoch su Sky. Anche il gigante delle ricerche in rete è stato spesso nell’occhio del ciclone per la sua capacità di maturare lauti profitti dalla pubblicazione di contenuti giornalisti, senza corrispondere spesso alcunché ai responsabili.

Colossi internet hanno costi bassi e alti ricavi

Vista così, sembrerebbe la classica lotta tra i nuovi arrivati e i vecchi controllori del mercato, dell’informazione, in questo caso. Il ché è certamente vero, ma spiega solo parzialmente l’aria di rivolta anche tra i grandi gruppi industriali internazionali contro la Silicon Valley. Si guardino alcuni dati: nei primi 9 mesi del 2017, Facebook ha maturato utili per 11,7 miliardi, a fronte di ricavi per 27,6 miliardi. E Google ha segnato utili per 16,2 miliardi e ricavi per 75 miliardi. Ne consegue che il social vanta una marginalità superiore al 42%, il colosso delle ricerche online di quasi il 22%. Mediamente, le società quotate nell’indice S&P 500 mostrano una marginalità netta media inferiore al 9%. Tutto questo significa che i colossi della Silicon Valley riescono a trasformare in utili una fetta di ricavi fino a 4-5 volte in più di una qualsiasi altra società di grandi dimensioni. (Leggi anche: Davvero Facebook e i giganti della Silicon Valley pagheranno le tasse in Italia?)

L’alta marginalità significa, quindi, che Facebook e Google, così come altre realtà multinazionali attive nel comparto tecnologico, registrano relativamente minori costi. Oggi come oggi, ad esempio, Facebook riuscirebbe a maturare un profitto di quasi 7,50 dollari all’anno per ogni utente mensile attivo. Vero è che questo dato dovrebbe tendere a scendere, man mano che il numero degli utenti crescerà in continenti come Asia e Africa, dove i ricavi e i profitti per utente risultano notevolmente più bassi che nel Nord America, area in cui già oggi viaggiano sulle 4 volte in più che in Europa. Resta il fatto che l’accumulo di enormi quantità di liquidità, con Google a detenerne 95 miliardi e Facebook oltre 38 al settembre scorso, sarebbe il segno di quanto sotto-paghino alcune fonti del loro valore.

Facebook chiede soldi per pubblicare contenuti

Di recente, Facebook ha annunciato di avere “declassato” il proprio canale informativo Newsfeed, facendo in modo che l’utente visualizzi nella sua bacheca maggiormente gli aggiornamenti degli amici e delle pagine che segue, assegnando semmai priorità ai siti di informazione online che paghino il social per restare visibili all’utente. L’esatto contrario di quanto propone Murdoch, ovvero è Zuckerberg a chiedere soldi per pubblicare contenuti. E qui si apre un dibattito apparentemente senza soluzione: è la rete ad assegnare valore ai contenuti pubblicati in essa, rendendoli disponibili a una vasta platea di lettori altrimenti inesistenti per la gran parte, oppure sono i contenuti a far sì che chi detiene il controllo della rete (motori di ricerca e social, anzitutto) acquisisca valore, cioè maturi utili? Si pensi all’aggregatore di notizie Google News, la vetrina dell’informazione, che consente a miliardi di utenti nel mondo di informarsi quotidianamente nella propria lingua-madre, attingendo alle fonti pubblicate nel proprio stato. Ebbene, dopo una rivolta degli editori, la Spagna da qualche anno ha vietato per legge che Mountain View possa utilizzare l’aggregatore di notizie per fornire il servizio agli utenti spagnoli. Eppure, non sembra che giornali e TV iberici ne stiano traendo alcun beneficio, dopo avere reclamato di essere remunerati dal colosso delle ricerche su internet. (Leggi anche: Facebook, post notizie non più gratis)

Il dilemma è complicato, perché è senz’altro vero che la rete abbia fatto nascere siti di informazione, che non sarebbero esistiti nell’era della carta stampata e delle news in TV, creando numerosi posti di lavoro. D’altra parte, internet rischia di diventare un calderone, all’interno del quale non si riescano più a distinguere contenuti buoni da quelli cattivi, originali dai copia e incolla, notizie vere da quelle false (“fake news”). Servirebbe un metodo per premiare il giornalismo vero, che effettua ricerche, inchieste, studi, che fa analisi con notevole dispendio di tempo ed energie, in modo che non soccomba a un’informazione d’accatto, spicciola e acchiappa-clic. Zuckerberg ha da poco annunciato che verrà utilizzato un metodo di valutazione delle fonti informative sulla base di un ranking generato dai feedback degli utenti, ma avvertendo che non sarà possibile discernere tra buoni e cattivi, anche perché Facebook non può trasformarsi nel guardiano dell’informazione globale, né il mondo stesso desidererebbe che ciò accadesse spiega. Ma di pagare contenuti non se n’è sentito parlare né dalle parti sue, né di quelle di Google.

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: