Facebook, la vera ragione per cui i governi (e non solo) vogliono distruggere il social

Facebook ha perso oltre 70 miliardi di capitalizzazione in una decina di giorni. E Mark Zuckerberg corre ai ripari per tranquilizzare gli utenti, ma è palesemente sotto attacco dei governi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Facebook ha perso oltre 70 miliardi di capitalizzazione in una decina di giorni. E Mark Zuckerberg corre ai ripari per tranquilizzare gli utenti, ma è palesemente sotto attacco dei governi.

-13,5% in 10 giorni. E’ stato questo il tonfo accusato da Facebook a Wall Street, che ha bruciato circa 72-73 miliardi di dollari in capitalizzazione. Un duro colpo al social di Mark Zuckerberg è stato inferto dalla pubblicazione di un’inchiesta di The Guardian New York Times, secondo cui i dati di 50 milioni di profili di altrettanti utenti nel 2015-’16 furono ceduti senza autorizzazione a Cambridge Analytica, società di consulenza di Steve Bannon, ex strategist della campagna presidenziale di Donald Trump, utilizzati proprio per fare pubblicità mirata in favore del tycoon. Lo scandalo si è allargato, tanto che negli ultimi giorni si è appreso che Facebook immagazzinerebbe una mole impressionante di dati non autorizzati dai clienti, semplicemente desumendoli dalle applicazioni utilizzate dai dispositivi Android con cui si naviga sul social. E così, si scopre che se un utente ha registrato il numero di chicchessia in rubrica, anche Facebook lo memorizza automaticamente. Anche nel caso in cui il social fosse in grado di dimostrare che tale utilizzo dei dati sia effettivamente autorizzato, non lo stesso si direbbe dell’ignaro titolare del numero.

La sensazione è che la creatura di Zuckerberg sia sotto attacco da tempo e che adesso stia iniziando una campagna globale per sensibilizzare gli utenti e, chissà, magari anche per indurli a trascorrere meno tempo sul social o persino a cancellarsi. C’è di certo che per non subire danni reali, Facebook ha bisogno dei pubblicitari, che nel 2017 gli hanno fatto fatturare poco meno di 40 miliardi di dollari. E su questo fronte, Mozilla e Commerzbank hanno sospeso temporaneamente le loro inserzioni sul social, in attesa che dalla società arrivino provvedimenti e rassicurazioni credibili sul rispetto della privacy degli utenti.

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Pubblicità vitale per Facebook

Vi chiederete perché mai una società debba smettere di fare pubblicità su Facebook. In effetti, non si starebbe registrando alcuna fuga, secondo i ben informati. Tuttavia, la mossa di Mozilla e Commerzbank non dovrebbe tranquillizzare Zuckerberg. Più cresce la consapevolezza pubblica dello scarso rispetto per la riservatezza dei dati sul social, maggiore tenderanno ad essere la pressione generale e la sensibilità sul fenomeno. E’ anche questa una legge di mercato: strizzare l’occhio ai propri clienti, mostrandosi sensibili a un tema da questi avvertito, al fine di migliorare la propria immagine.

E un sondaggio Reuters/Ipsos ha scoperto che solo il 41% degli americani avrebbe fiducia in Facebook sulla protezione dei dati personali, mentre per EMNID ben il 60% dei tedeschi lo riterrebbe una minaccia per la democrazia. Sono risultati abbastanza inquietanti per un business, che si fonda proprio sul gradimento degli utenti. Se si perde quella caratteristica di spensieratezza che contraddistingue il trascorrere il proprio tempo sul social per chattare con gli amici e postare immagini, video e commenti, potrebbero essere dolori per il 33-enne tra i più ricchi al mondo.

Già nell’ultimo trimestre del 2017 era stato segnalato qualche scricchiolio tra l’utenza “premium”: -700.000 utenti mensili in Nord America. Cosa ancora più inquietante per Zuckerberg: -5% di tempo quotidianamente trascorso da parte dei suoi oltre 2 miliardi di utenti, pari a circa -2 minuti al giorno. Intendiamoci, il social continua ad attrarre sempre più utenti, ma sembra giunto in prossimità del punto di maturazione sui mercati più ricchi, che sono il Nord America e l’Europa. E qui c’è già un primo grosso problema, indipendentemente dagli scandali di queste settimane, perché un utente americano porta in dote ricavi medi per quasi 35 dollari all’anno, uno dell’Asia-Pacifica poco più di 4. Dunque, se la consapevolezza e lo sdegno per le numerose infrazioni della privacy spingessero il pubblico di America ed Europa a trascorrere meno tempo su Facebook o fermasse la crescita su questi mercati, nemmeno un’accelerazione nel resto del mondo sarebbe in grado di compensare il calo delle entrate. Di fatto, per ogni americano che ci cancellasse, servirebbero 8-9 utenti asiatici in più iscritti.

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I rischi che corre il social

A questo punto, Zuckerberg è a un bivio e quale che sia la sua decisione rischia. Se si limitasse a tranquillizzare il pubblico senza adottare misure concrete per garantire una maggiore protezione dei dati sensibili, potrebbe assistere a una fuga di utenti. Se adottasse misure concrete, volte a impedire uno sfruttamento dei dati pervasivo da parte delle società di advertising, perderebbe proprio parte degli investimenti pubblicitari, vista la minore efficacia delle inserzioni, in quanto meno targetizzate. Tutto questo, mentre cresce la pressione del Congresso americano e dei governi europei, in particolare, affinché siano prese soluzioni adeguate e si vada oltre generiche minimizzazioni.

Ma siamo sicuri che la campagna contro Facebook della stampa abbia granché a che vedere con la sua scarsa sensibilità verso la riservatezza degli utenti, quando si conterebbero almeno 600 società in grado di raccogliere “big data” online, tra cui anche Google? In effetti, c’è puzza di bruciato. Non dimentichiamoci che Facebook non è solo un social su cui passare un po’ del proprio tempo per svagarsi, quanto un business vero e proprio e che sta mietendo parecchie vittime, tra cui proprio i media, in particolare. Qualche mese fa, la notizia che sulle bacheche degli utenti sarebbero stati visualizzati prioritariamente solo i contenuti condivisi da amici e gruppi seguiti, nonché le notizie degli organi di informazione che pagano il social per postarvici, ha scatenato paure e polemiche tra quanti temono che Zuckerberg abbia nei fatti inferto un duro colpo ai news outlet di tutto il mondo, specie quelli con minori risorse e, quindi, non in grado di pagare per pubblicare e farsi conoscere.

A gennaio, proprio uno dei tycoon del settore, Rupert Murdoch, aveva attaccato Facebook, sostenendo che sarebbe un’industria fondata solo sui ricavi e che non pagherebbe praticamente mai per l’utilizzo che fa delle risorse altrui. Secondo il magnate australiano, che tra l’altro possiede Fox News e The Wall Street Journal, il social dovrebbe pagare per condividere contenuti di terzi, mentre oggi pretenderebbe il contrario. E sin qui, ragioni prettamente economiche. Ma c’è dell’altro. Il Russiagate, per quanto ingigantito dai democratici, che lo usano ad oggi come giustificazione per il loro clamoroso flop alle presidenziali USA del 2016, ha dimostrato come la stessa democrazia sarebbe esposta a rischi di abuso di strumenti pur apparentemente preziosi per il mondo della comunicazione e la politica stessa.

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Governi sempre più diffidenti verso la rete

Il dilagare di “fake news” in rete non è certo monopolio di Facebook, ma attraverso un canale così popolare riescono a entrare nelle case di milioni e forse anche miliardi di persone al mondo informazioni poco accurate, per non dire spesso volutamente distorte e, in alcuni casi, del tutto prive di fondamento. Da qui, la richiesta di svariati governi, tedesco in testa, di maggiori controlli. C’è di più: il social si è diffuso a macchia d’olio da circa un decennio e nello stesso periodo si sta assistendo a un’accentuazione dello scontro politico in molte democrazie liberali dell’Occidente, con uno sgretolamento crescente dei partiti tradizionali in favore di schieramenti alternativi “populisti”.

Coincidenza? Forse sì, ma non è così minoritario il pensiero tra le élite che proprio la rete abbia creato le condizioni ideali per fare proliferare movimenti estremisti, mettendo in forte difficoltà i governi. Del resto, un social come Facebook si presta alla perfezione come modello rousseauiano del “uno vale uno”, dando vita a una cyber-democrazia orizzontale, dove le opinioni non vengono certo ponderate per affidabilità di chi le esterna, né per competenza o accuratezza. Tutto bene, tutto legittimo, fino a quando ciò non si trasforma in opinione pubblica, minacciando la stabilità stessa delle istituzioni. E state certi che molti governi stanno tifando apertamente per la morte di Facebook, ambendo almeno a porre un limite alla sua capacità di influenza nella vita pubblica. E poiché non è sempre tecnicamente possibile mettere la museruola ai “predicatori di odio”, l’unico modo per indebolire il social sta nel colpire il suo business: quello impostato sulla cessione dei dati ai pubblicitari.

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Argomenti: Social media e internet

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