Facebook, il peggiore crollo in borsa di sempre al mondo e c’è un dato che allarma

Le azioni Facebook hanno perso quasi un quinto del loro valore solo nella seduta di ieri. Cosa c'è dietro? E che sta facendo Zuckerberg?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le azioni Facebook hanno perso quasi un quinto del loro valore solo nella seduta di ieri. Cosa c'è dietro? E che sta facendo Zuckerberg?

Un tonfo del 19% per le azioni Facebook nel giorno della pubblicazione dei dati trimestrali. Mercoledì sera, il titolo del social al Nasdaq valeva 217,50 dollari, ieri sera chiudeva a 176,18 dollari. In termini di capitalizzazione, il crollo è stato pari a 120 miliardi: da 630 a 510 miliardi. Mai nella storia se ne era registrato uno di così ampie proporzioni in una singola seduta. Guardando alle società più grandi quotate in borsa, notiamo che quanto accaduto ieri supera di una trentina di miliardi, in valore assoluto, il crac di Intel accusato il 22 settembre del 2000, anche se allora fu del 22% in termini percentuali. La stessa Microsoft crollò di 80 miliardi il 3 aprile del 2000 (siamo nell’anno dell’esplosione della bolla high-tech), pari al 14,5%. E con i dati possiamo giocarci un po’: i 120 miliardi persi ieri da Facebook superano il valore di capitalizzazione di ben 464 delle 500 società quotate nel listino S&P 500. Addirittura, risulta maggiore della capitalizzazione complessiva delle 21 società più piccole del suddetto listino. Insomma, il capitombolo di ieri ha fatto già la storia, in negativo s’intende.

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Ma cos’è successo di così terribile? Mercoledì sera, il social di Mark Zuckerberg ha diramato i dati relativi al secondo trimestre del 2018, da cui è emerso che la raccolta pubblicitaria su base annua risulta salita del 42% a 13,038 miliardi. Il margine operativo, invece, è sceso dal 47% al 44%, mentre il risultato netto è balzato del 31% a 5,1 miliardi. Gli utenti mensili al 30 giugno scorso sono aumentati dell’11% annuale a 2,23 miliardi di unità. Vi chiederete cosa ci sia di male in questi dati. Come sempre, il mercato guarda alla tendenza relativamente ai trimestri precedenti, non fossilizzandosi su un unico periodo. Ebbene, nel primo trimestre si era registrato un aumento della raccolta pubblicitaria del 50% su base annua, mentre gli utenti attivi mensili erano cresciuti del 13%.

Finito il boom?

E i numeri più allarmanti non sono stati nemmeno questi, quanto il calo degli utenti mensili in Europa per la prima volta da quando il social è nato. Secondo le stime dei dirigenti Facebook, con la nuova normativa UE più restrittiva sulla privacy, sarebbero andati persi 3 milioni di utenti. Non solo: nel Vecchio Continente vi sarebbero 20 milioni di utenti di età inferiore ai 16 anni, che secondo le nuove norme avrebbero adesso la necessità di essere autorizzati dai genitori per restare attivi. Dunque, gli investitori avrebbero venduto sui timori di un’inversione di tendenza dell’utenza sui mercati maturi, in quanto la crescita presso i mercati emergenti non è nell’immediato in grado di compensare la perdita dei ricavi, essendo gli iscritti di America del Nord ed Europa molto più remunerativi di quelli asiatici, africani e del Sud America.

Se fosse tutta colpa della GDPR, ad essere colpito sarebbe anche Alphabet, la società madre di Google, le cui azioni, invece, non hanno fatto che salire nelle ultime sedute, nonostante il colosso del web abbia appena ricevuto una maxi-sanzione dalla UE per 5,1 miliardi di dollari. Il timore del mercato, dunque, riguarda non solo e non tanto il contraccolpo incassato dai giganti della rete dalle regole più stringenti sulla privacy, quanto la perdita d’immagine subita da Facebook con lo scandalo Cambridge Analytica, dal quale è emerso che i dati su 87 milioni di utenti furono trattati illegalmente nel 2016 e a scopi politici da una società legata a Steve Bannon, l’allora capo della campagna presidenziale di Donald Trump.

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Zuckerberg vende a piene mani

Ma ci sono altri dati che non ci fanno pensare bene. Dall’inizio dell’anno, 26,1 milioni di azioni sono state vendute dagli stessi dirigenti di Facebook, più dei 25,8 milioni venduti dagli stessi in tutto il 2017. Nel solo secondo trimestre, i titoli di cui si sono sbarazzati sono stati 13,6 milioni, dato confrontabile solo con i 13 milioni del terzo trimestre 2016. Che cosa sta succedendo? Siamo dinnanzi a un caso di “insider trading”, ovvero i dirigenti di Facebook sapevano e sanno tutt’ora in anticipo qualcosa che tengono nascosto al mercato? Prima di rispondere, dobbiamo notare come la quasi totalità delle azioni vendute dal management appartenevano niente di meno che a Mark Zuckerberg, stando ai dati comunicati dalla Securities and Exchange Committee (SEC), la Consob americana: 23,9 milioni da inizio anno, il 91,6% del totale.

Si consideri che negli ultimi due trimestri dello scorso anno, Zuckerberg aveva venduto solo 2,5 milioni di azioni. Attenzione, però, perché lo stesso ceo e fondatore del social aveva comunicato regolarmente alla SEC nel settembre scorso, che avrebbe venduto titoli per un controvalore di 6 miliardi di dollari entro i successivi 18 mesi, parte di un piano annunciato tre anni fa e in base al quale il 99% delle azioni verrà dismesso per finanziare il fondo benefico istituito dallo stesso e dalla moglie, il Chan-Zuckerberg Initiative. Anche nelle ore precedenti alla pubblicazione dei dati di mercoledì sera, l’uomo ha continuato a vendere 240.000 azioni e altre 524.000 nella seduta precedente. La settimana scorsa, il rappresentante legale Colin Stretch, che lascerà la società a fine anno, aveva incassato 157.000 dollari dalla vendita di titoli, mentre il coo Sheryl Sandberg ben 11,5 milioni e il cpo Christopher Cox per altri 2 milioni.

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Pur ribadendo che si tratti di operazioni perfettamente legali, sorge il dubbio che il management abbia accelerato le cessioni nei mesi scorsi, anticipando un atteso ripiegamento dei prezzi. Dopo tutto, se l’obiettivo di Zuckerberg consiste nel finanziare il suo stesso fondo, tutto gli conviene fuorché vendere a prezzi calanti. Dall’andamento del titolo dall’inizio dell’anno fino al mercoledì scorso, possiamo supporre che il ceo abbia incassato una cifra stimabile in un massimo di 4,8 miliardi, anche se oltre la metà delle cessioni risulta realizzata nel periodo più negativo per il titolo, quello dello scandalo. Nelle contrattazioni after hours, Facebook già ieri sera risaliva timidamente dopo il crollo ed è naturale che sia così sul piano tecnico, anche se non è detto che recuperi nel breve la capitalizzazione perduta. In fondo, i trader hanno pur sempre scontato brutalmente e repentinamente l’impatto il nuovo scenario normativo e la saturazione dei mercati maturi in cui si muoverà il social nei prossimi trimestri.

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Argomenti: bolla finanziaria, Social media e internet