Facebook, Zuckerberg sotto attacco in Europa e USA

Le azioni Facebook sono crollate in borsa negli ultimi 2 giorni a Wall Street e il fondatore del social, Mark Zuckerberg, appare sempre più un'icona in declino tra gli stessi ambienti che lo hanno osannato fino a pochi mesi fa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le azioni Facebook sono crollate in borsa negli ultimi 2 giorni a Wall Street e il fondatore del social, Mark Zuckerberg, appare sempre più un'icona in declino tra gli stessi ambienti che lo hanno osannato fino a pochi mesi fa.

Hanno perso il 10% rispetto alla chiusura di venerdì scorso, bruciando circa 50 miliardi di capitalizzazione. Le azioni Facebook stanno continuando a scivolare a Wall Street sulla richiesta del Parlamento di Londra al ceo Mark Zuckerberg di testimoniare sul caso Cambridge Analytica, la società legata a Steve Bannon, che sarebbe entrata in possesso di dati relativi a 50 milioni di profili, utilizzati per fare pubblicità mirata in favore di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016. Nel frattempo, Alex Stamos, a capo della sicurezza del social, starebbe meditando di dimettersi, essendo accusato di avere aiutato alcune società russe ad accedere a informazioni degli utenti senza il loro consenso.

Anche negli USA ci si interroga sulla violazione della privacy e persino dai banchi della maggioranza repubblicana, solitamente restia a regolare il business, adesso si levano voci critiche contro un modo di operare da parte di alcune realtà della Silicon Valley, che secondo l’ex presidente Barack Obama minaccerebbero la stessa democrazia. Sì, avete capito bene: l’uomo politico che per primo sfruttò i social per vincere e che portò nella sua amministrazione l’allora presidente di Google, Eric Schmidt, e la cui campagna fu seguita dal cofondatore di Facebook, Chris Hughes, adesso inveisce contro il web, reo di inquinare la democrazia con notizie false.

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La guerra commerciale USA-UE

Se in America il dibattito ruota più attorno al Russiagate, ovvero se davvero e in che misura i russi abbiano influenzato il voto dell’8 novembre 2016 in favore di Trump, in Europa cresce il fronte di opposizione alla Silicon Valley, come testimonia anche il progetto di Bruxelles di imporre un’aliquota sul fatturato (“webtax”) delle società che operano su internet dall’1% al 5%. Ufficialmente, si tratta solo di un piano per sottoporre a tassazione le multinazionali (non solo americane), che sfuggono al fisco degli stati in cui maturano ricavi e profitti; nei fatti siamo di fronte al tentativo della UE di contrapporre ai dazi di Trump una strategia economica volta a dissuadere l’amministrazione americana dallo scatenare una guerra commerciale con il Vecchio Continente.

Colpire i colossi del web sembra una mossa azzeccata per i governi europei, essendo questi il corrispondente negli USA della nostra manifattura a rischio con i dazi di Trump sulle auto, l’acciaio, l’alluminio, le lavatrici, i pannelli solari e chissà cos’altro ancora. Solo tra Google e Facebook gira un fatturato di 150 miliardi di dollari all’anno, in grado di generare profitti per circa una trentina di miliardi. Numeri, che segnalano l’elevata capacità di queste realtà di fare utili quasi esclusivamente per mezzo di servizi gratuiti per l’utente, ma che presuppongono con ogni evidenza il “pagamento” non in denaro, bensì attraverso la cessione di dati, che si rivelano alla lunga ben più preziosi, grazie al loro utilizzo per scopi di marketing, analisi di mercato e anche per finalità politiche. Sono i “big data”, il cui possesso segna un discrimine tra chi risulta in grado di accedere ad informazioni decisive per primeggiare sul mercato e chi no.

Zuckerberg sta rimanendo vittima di un doppio scontro: quello tra repubblicani e democratici sul Russiagate e tra USA ed Europa sui rapporti commerciali. Coccolato fino a poche settimane dopo le elezioni presidenziali dagli ambienti di sinistra, in funzione di un suo possibile utilizzo elettorale contro Trump, l’icona dei liberal mondiali sta rapidamente declinando a quasi manipolatore di milioni di menti in tutto il pianeta e abile sfruttatore delle falle fiscali per sfuggire al pagamento delle tasse nei singoli stati. Accuse che arrivano dalle stesse persone che fino a poco tempo fa dipingevano il suo social una conquista per l’umanità e un passo in avanti nella democrazia, capace persino di abbattere dittature e di sostenere rivoluzioni colorate. C’è davvero poco di serio nell’attacco a Facebook di questi giorni, non perché la violazione della privacy degli utenti non sia un problema reale, bensì perché è noto sin dalla nascita del social e ancor prima del web. Adesso, si sta solo fingendo stupore dinnanzi a un modus operandi vecchio di molti anni e che ha consentito a pochi grandi colossi internazionali di entrare in possesso di una tale quantità di informazioni da ottenere un vantaggio competitivo apparentemente ormai incolmabile.

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Argomenti: Economia Europa, Presidenza Trump, Social media e internet