Ex Ilva, il piano per rinazionalizzarla è un costoso fallimento in partenza

ArcelorMittal pretende che il governo entri nel capitale con una quota di minoranza e in una newco, nella quale confluirebbero i lavoratori in esubero. Non si tratta di un piano industriale, bensì di pura assistenza in stile Alitalia.

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ArcelorMittal pretende che il governo entri nel capitale con una quota di minoranza e in una newco, nella quale confluirebbero i lavoratori in esubero. Non si tratta di un piano industriale, bensì di pura assistenza in stile Alitalia.

Il confronto tra governo Conte e ArcelorMittal continua, pur tra una difficoltà e l’altra. Si apprende che l’ipotesi a cui starebbe lavorando il Ministero dell’Economia sarebbe quella della parziale nazionalizzazione, rispondendo così alla richiesta in tal senso arrivata dal colosso indiano dell’acciaio per gli stabilimenti dell’ex Ilva.

Si tratterebbe di costituire una newco, nella quale fare confluire i lavoratori in esubero. Essa verrebbe partecipata dallo stato italiano. In più, gli indiani chiederebbero garanzie sul famoso “scudo” penale per l’altoforno 2 di Taranto e in relazione sia ai reati ambientali che alla sicurezza dei lavoratori.

Ilva, 5 Stelle dilaniati sullo scudo penale mettono a rischio gli interessi nazionali

Su quest’ultimo punto, il governo si mostrerebbe compatto e contrario, valutando a rischio incostituzionalità l’eventuale emanazione di un decreto legge in tal senso. E di pasticci legali ne abbiamo visti fin troppi sulla vicenda. Quelli prettamente industriali non sono da meno. Anzi, l’ipotesi di appioppare allo stato i 5.000 esuberi di cui ArcelorMittal ha parlato a inizio novembre dopo la comunicazione della rescissione del contratto di affitto sembra rievocare il disastro già sperimentato nell’ultimo decennio con l’Alitalia dei “capitani coraggiosi”. Anche allora il governo si accollò 2 miliardi di debiti e i lavoratori in esubero, ma la “good company” non riuscì ugualmente a decollare, non essendovi dietro un management d’esperienza e capace, né uno straccio di piano industriale.

E stavolta sembra pure peggio. Il governo punta a una nazionalizzazione diretta, senza nemmeno passare per la Cassa depositi e prestiti, anche perché per statuto l’ente può investire solo in realtà aziendali in attivo. Dunque, il Tesoro diverrebbe azionista di peso nell’ex Ilva, al contempo puntando a coinvolgere nel disastro annunciato alcune sue partecipate, cioè società committenti come Fincantieri, ma anche fornitori e banche creditrici, tra cui già sicura sarebbe Intesa. Ma vi sembra un piano industriale quello di affidare un’azienda ai suoi creditori, committenti e fornitori? Questi punteranno semplicemente alla conservazione degli assets aziendali, non certo al rilancio della produzione.

Ex Ilva rinazionalizzata senza piano industriale

Nel frattempo, i costi degli esuberi verrebbero caricati per l’ennesima volta ai contribuenti italiani, come se non bastassero Alitalia e MPS. E c’è uno schema che sta diventando sciaguratamente di moda sotto i 5 Stelle al governo: utilizzare le partecipate pubbliche, i cui cda sono controllati proprio dal Tesoro, per scopi di politica assistenziale delle imprese fallite. Potranno mai rifiutarsi i vertici di Fincantieri, sapendo che chi chiede loro di accollarsi un pezzo dell’ex Ilva sia il loro “datore di lavoro”? Sta accadendo la stessa cosa con Ferrovie dello stato in Alitalia. Il board, fresco di insediamento sotto l’allora governo “gialloverde”, ha dovuto accettare un investimento pesante per salvare la compagnia aerea (sui 350 milioni), dovendo accontentare i desiderata di chi lo aveva appena nominato.

Ma Alitalia rischia il fallimento ogni giorno che passa, non essendo nemmeno riuscita a raccogliere manifestazioni d’interesse sufficienti dal settore privato vero e proprio. Lo stesso accadrà con l’ex Ilva. E non stiamo “gufando”, quanto semplicemente anticipando una dura realtà prevedibile sulla base di un salvataggio che puzza di pura cialtronata politica. Non esiste un piano industriale, non esiste nemmeno la presa d’atto delle cause che abbiano spinto ArcelorMittal a comunicare l’addio all’Italia, che la politica vorrebbe fermare ricorrendo ai giudici. I capitali dal nostro Paese fuggono e se pensiamo che possiamo farli rimanere a colpi di avvisi di garanzia siamo fuori come un balcone. Con la rinazionalizzazione l’ex Ilva non sarebbe salvata, solo fatta rimanere in coma farmacologico finché durerà l’effetto della morfina somministrata. E tra non molto tornerebbero i dolori.

Licenziamenti ex Ilva per 5.000 lavoratori, scudo penale ed elezioni in Puglia 

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